Intervista ad Antonella Picchio

di Liliana Moro Monica Pepe

28 febbraio 2012

Durante il tuo intervento all’incontro sulla Cura promosso a Milano da molte esponenti del femminismo italiano, hai parlato della importanza di nominare sempre la cura come ‘lavoro di cura’, per svelare la

dimensione di sussistenza che ha sempre avuto. Quanto incide la complicità delle donne nel mantenerlo come tale, data la dimensione relazionale che lo connota?

Il movimento femminista a livello internazionale, in uno schieramento di organizzazioni molto ampio (alla fine alla Conferenza sulle donne dell’ONU a Pechino raccoglieva più di 1300 associazioni femminili e femministe) ha posto con forza dall’inizio degli anni ’70 il problema della contabilizzazione in unità fisiche (tempo) e valore monetario del lavoro domestico e di cura non pagato, proprio per sottrarre queste attività al discorso che le chiudeva nella ‘natura femminile’ e in un ambito di relazioni puramente domestiche, private e intime.

Si tratta di una questione metodologica fondamentale che sposta il dibattito tra materiale e relazionale,  privato e pubblico, individuale e sociale e colloca quest’enorme massa di lavoro (in generale, anche nei paesi industrializzati, un po’ più del totale del lavoro pagato di uomini e donne) nei fondamenti strutturali del sistema economico: nella particolare relazione capitalistica tra produzione di merci e riproduzione sociale della popolazione, nella differenza profonda tra un sistema fondato sulla motivazione del profitto e un sistema basato sulla responsabilità verso il ben-vivere della popolazione.

Innanzitutto è utile chiarire alcuni concetti perché nella domanda mi sembra di cogliere una certa confusione tra la natura relazionale delle attività di cura e l’opportunità di inserirle nel discorso del lavoro. La qualità relazionale del lavoro di riproduzione sociale non pagato è un elemento centrale per coglierne il valore: si tratta di un lavoro controllato dall’interiorizzazione del senso di responsabilità verso la sopravvivenza, il ben essere e, possibilmente, la felicità delle persone del nucleo familiare, di un lavoro competente, attento ai dettagli, molto flessibile ai cambiamenti del contesto e delle necessità, capace di tenere conto delle differenze individuali di età, carattere e esigenze, tempestivo. La sua qualità etica e relazionale potrebbe diventare un paradigma di organizzazione sociale ma per cambiare i fondamenti di un sistema economico si devono percorrere le linee di tensione strutturale trovando nuove pratiche e aprendo conflitti di solito non indolori. In ogni caso non basta enunciare un valore, glorificare una qualità, conciliare una tensione, per attivare un processo trasformativo profondo e strutturato su poteri forti.

Come dare valore al lavoro di cura oggi -ancora prevalentemente svolto da donne, tenendo conto della dimensione affettiva che non può essere risolta nella esclusiva monetarizzazione dello stesso?

La questione della relazionalità non è una prerogativa esclusiva del lavoro domestico e di cura. Tutti i lavori salariati in misura diversa sono relazionali perchè la produttività del lavoro dipende sempre dalla capacità relazionale dei lavoratori, in tutte le epoche storiche, compreso il capitalismo fordista, la differenza è di gradazioni  e di prodotto, fisico materiale nella produzione industriale, relazionale nei servizi. Anche la dimensione affettiva e di fedeltà all’impresa è comune a molti lavori. I lavori di servizio alla persona hanno ovviamente un contenuto relazionale più alto perché offrono un prodotto relazionale si deve però notare, scanso pericolosi equivoci, che tutti i lavori relazionali, e in particolare il lavoro di cura domestico, richiedono anche lavori materiali perché si tratta di una relazione con un individuo definito da un corpo che necessariamente si colloca in uno spazio che deve essere pulito e tenuto in ordine, vestito in modo socialmente adeguato, nutrito, et. Per questo io parlo sempre di lavoro domestico e di cura, perché si curano, come ben sanno e esigono i maschi adulti, cucinando e pulendo oltre che ascoltando, incoraggiando e prestandosi a una sessualità consolatoria.

Il riconoscere le attività non pagate  domestiche e di cura come lavoro significa dire che si tratta di un lavoro analogo al lavoro salariato? La risposta è no. Che si tratta di un lavoro capitalistico? la risposta è si. Che si tratta di dono? La risposta è assolutamente no perché comandato in varie forme, controllato da molte istituzioni (Stato, Chiesa, Famiglia). Che si tratta di un esercio di libertà? Purtroppo no, anche se si tratta di un lavoro profondamente ambivalente perché, da un lato, è usato per mettere in condizione i maschi adulti di lavorare e ripresentarsi quotidianamente sul posto di lavoro, dall’altro è il risultato di una continua tensione vissuta dalle donne tra l’essere usate e essere libere nell’esercizio dei loro corpi e dei loro affetti. Su questa profonda tensione si gioca lo spazio politico e personale del femminismo. Si tratta di uno spazio, però, non affrontato con la radicalità necessaria a trasformare il mondo della produzione e ancora non sufficientemente lucido rispetto alla realtà. Non solo gli uomini vivono di miti sulla femminilità ma anche le donne vivono di illusioni di potercela fare a salvare se stesse e gli altri mantenendo un senso del vivere accettabile. Per uscire dalle illusioni ci vuole molta forza collettiva.

Si tratta di un ben comune? Assolutamente no. Certo la messa in luce delle tensioni che lo attraverso richiede di arrivare ad un diverso assetto del privato e  del pubblico per liberare l’intimità dalle devastazioni scaricate nelle case dalla perversa relazione capitalistica tra produzione di merci e riproduzione sociale di donne e uomini in carne ed ossa. Le tensioni intime e pubbliche, come il controllo sui lavori, pagati e non pagati, si intrecciano. Le vite si compongono e si definiscono in processi pragmatici reali che mettono in tensione libertà e uso. Non si può arrivare ad una pratica armoniosa delle relazioni sessuate senza aprire e rendere visibili le tensioni legate all’essere usate/i come mezzo di produzione e di riproduzione contro la nostra liberà di agire il corpo, la mente e le relazioni.

Il ripiegamento della politica su sè stessa e l’allontanamento dei cittadini dalla politica, sta immettendo la Cura in una dimensione sempre più identitaria, a cui le giovani generazioni di uomini partecipano sempre più attivamente. E’ l’unica rivoluzione possibile? O la crisi cambierà gli equilibri tanto da portarci ad aprire quel conflitto di cui parlavi nel tuo intervento  per esigere una vera rivoluzione del sistema pubblico di welfare?

Al massimo i giovani uomini sono disposti, soprattutto prima dell’assunzione di lavori strutturati e dell’aumento delle responsabilità di cura per bambini e anziani, ad assumersi qualche compito, per lo più scelto da loro, domestico. Ciò è quello che ci dicono le dettagliate statistiche sull’uso del tempo anche se molti uomini giurano di fare molto e di dividere equamente il lavoro e molte donne, grate per l’aiuto, ne gratificano lo sforzo mettendo in luce gli scarti relativi rispetto alla norma maschile, confermando così che si tratta di una questione in fondo ancora femminile e personale.

Ciò che continua a mancare dall’analisi è la grande massa di lavoro domestico e di cura che va a sostenere gli uomini e a coprire la loro normale e umana vulnerabilità che non trova negoziazione sul piano delle negoziazioni pubbliche ma viene scaricata nella sfera familiare e intima. Questo scaricamento di responsabilità del ben essere maschile sulle donne, che appare come relazione intima, è pienamente funzionale al mercato del lavoro capitalistico (salariato e non solo). Attraverso l’insicurezza dell’accesso alle risorse necessarie a vivere e convivere il sistema capitalistico comanda non solo il lavoro salariato ma anche il lavoro non pagato di riproduzione che dal salario del capo famiglia dipende. Nel caso di una coppia con una donna casalinga (statisticamente non attiva), un salario comanda due lavori, nel caso di una coppia con due percettori di reddito, un reddito e tre quarti comanda 3 lavori e mezzo.

Per altro si deve dire con chiarezza che fino ad ora i movimenti della sinistra, anche radicale, si dimostrano tenacemente sordi a riconoscere il terreno della riproduzione sociale domestica e le azioni delle donne contro l’essere usate al di là della loro volontà e del riconoscimento della loro libertà nella riproduzione quotidiana nelle case.

Cosa pensi del rapporto tra donne italiane, come datrici di lavoro e le badanti/colf a cui affidano il lavoro di cura?

E’ un rapporto che può essere orribile o anche capace di attivare relazioni umane e tra donne dipende da rapporti di forza, sensibilità, cultura.  Il lavoro delle e dei badanti ha tuttavia degli aspetti di fondo che si colgono solo se si evidenzia lo statuto del lavoro di cura non pagato. Innanzi tutto si tratta di un lavoro che viene fatto rientrare nella responsabilità di cura delle donne, sia per quanto riguarda le prestazioni (sostitutive) che la capacità di pagare. Su di esso quindi si gioca un grande controllo e una miseria di reddito che deve essere di solito (non smpre) minore di quello della datrice di lavoro. Di questo lavoro si usano le capacità relazionali, raffinate magari dalla nostalgia per i figli o i genitori lontani.  La rete delle responsabilità domestiche intreccia necessariamente le vite di donne diverse e può portare ai più meschini soprusi e a sfruttamenti insopportabili nascosti dalle pareti domestiche. o a relazioni di solidarietà, gratitudine  e riconoscimento dell’altra.

28 febbraio 2012 |

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