8 marzo: cosa c’è da festeggiare?

di Laura Onofri
8 marzo 2012, come ogni anno e vorticosamente con una progressione, che sembra non avere fine, si moltiplicano feste, incontri, convegni, iniziative per ricordare la giornata internazionale della donna.

Il mio account, già da una settimana è intasato di mail con  inviti, locandine e comunicati, tutti dedicati  al tema.

Non c’è Istituzione, Associazione, Ente, che non abbia previsto una giornata, un convegno, un film o una mostra che in quel giorno faccia ricordare al mondo che le donne ci sono esistono e come i nonni, la mamma, il papà o gli innamorati hanno diritto ad una festa dedicata.Ma sorge spontanea una domanda cosa c’è fa festeggiare?

Che andremo in pensione a 67 anni esauste per dover supplire a un welfare inesistente per cui grava sulle nostre spalle il lavoro di cura dei  figli e poi dei  nipoti ed infine degli anziani;  che  il 64% delle donne in età lavorativa  continua ad essere disoccupata,  e che l’Italia ha il più alto divario in Europa per quanto riguarda la partecipazione maschile e femminile al mercato del lavoro pur considerando che le ragazze si laureano prime e meglio dei loro colleghi maschi;  che il famoso tetto di cristallo è sempre lì e anche per le nostre figlie l’accesso ai ruoli apicali  rimane spesso un traguardo irraggiungibile; che di fatto persiste una disparità nel trattamento economico a parità  di mansioni ; che la maternità oggi è una meta impossibile per molte o un ostacolo per proseguire la carriera lavorativa per altre; che vengono messe sotto attacco leggi sui diritti e  sulla libertà di scelta delle donne, come la 194;  che continuiamo a non condividere in misura paritaria i lavori di cura e i lavori domestici con i nostri patners; che la conciliazione dei tempi anche nelle città più all’avanguardia è ben lungi da essere realizzata;  che  la violenza  di genere  è una delle principali cause di morte delle donne e che per cercare di contrastarla le Istituzioni continuano a tagliare risorse, concentrandosi sulla repressione e non sulla prevenzione;   che la rappresentanza  politica paritaria è oggetto di tante parole ma di pochi fatti e che i rari  amministratori che compongono le giunte al 50%  vengono considerati degli eroi; che consigli di amministrazione, convegni e consessi in cui non è presente neanche una donna sono all’ordine del giorno e non è sentita la necessità di boicottarli e denunciarli.

Anch’io la prossima settimana non avrò una serata libera perchè invitata a partecipare ad incontri per discutere e fare il punto sulla situazione odierna e su cosa è mutato in questo ultimo anno per le donne, e quanto ha inciso Se non ora quando? nel  cercare di rimettere al centro della politica i temi che ancora discriminano le donne.

Sicuramente l’attenzione dei media, dei partiti,  dei sindacati, mai è stata così alta come in quest’ultimo anno.

Ed anche la consapevolezza delle donne (molte delle quali mai erano scese prima in piazza), la loro mobilitazione, la convinzione che fosse giunto veramente il tempo del cambiamento e che bisognava dire Basta! a questo stato di cose  sono stati caratteri fondamentali di questa rinnovata voglia di esserci e di contare.

Abbiamo  sperato che l’affermazione ” se non crescono le opportunità per le donne il paese non cresce”  fatta propria da esponenti politici ed economici importanti , fosse l’inizio di un nuovo deal  per le donne e per il paese e  che le rivendicazioni che provenivano dal movimento delle donne  potessero essere recepite dal nuovo governo non tanto per una questione di giustizia ed eguaglianza (le donne sono più della metà della popolazione), quanto per un’opportunità di crescita e sviluppo del Paese!

Sino ad oggi questo cambiamento di prospettiva non c’è stato ed anzi abbiamo dovuto registrare che la questione, dopo proclami e affermazioni è passata in secondo piano; anche per la  Legge 188 sul divieto di dimissioni in bianco, non si è sentita la necessità di ripristinarla urgentemente ( e qui non si tratta di trovare risorse!!) benchè sollecitata da una petizione che continua ad arricchirsi di firme di donne e uomini che chiedono il reinserimento di una norma di civiltà.

Crediamo che quest’anno ancor di più  l’8 marzo  debba essere un momento di riflessione su questi temi e e su come la politica, in questo momento cruciale e delicato per il nostro Paese, debba  varare misure che non ignorino le differenze di genere e le sperequazioni esistenti, perchè procedere in modo neutro equivale di fatto a discriminare ancora una volta le donne. La speranza è che ci sia finalmente la consapevolezza  da parte della politica che, come recita il titolo di un libro delle economiste Daniela Del Boca, Letizia Mencarini e Silvia Pasqua ,“valorizzare le donne conviene” 

3 marzo 2012 |

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