Il welfare e le donne

di Francesca Izzo su l’Unità, 1 marzo 2012

Le donne non sono più all’attenzione del dibattito pubblico e del governo. Eppure nei mesi passati avevamo letto e ascoltato analisi e persino buoni propositi circa la necessità di creare per loro finalmente opportunità di lavoro e servizi adeguati per renderle possibili. Dopo ampie mobilitazioni del mondo femminile e la pubblicazione degli impressionanti dati Istat era cresciuto un certo interesse di media, partiti e sindacati. Sembrava fosse stato acquisito il convincimento che  la marginalità femminile nel mercato del lavoro, il superlavoro domestico non pagato, la bassa natalità fossero fenomeni collegati e convergenti nel delineare i tratti del generale declino dell’Italia. Del resto, lo stesso Monti all’esordio del suo governo aveva indicato questo tema tra le emergenze del paese.

Sembrava insomma che, sotto l’urto di una crisi non contingente, finalmente le classi dirigenti italiane cominciassero a considerare essenziali, per ridare prospettive di sviluppo all’Italia, le richieste avanzate dalle donne su lavoro,  maternità, servizi, in sintesi, la richiesta di un mercato del lavoro e di un welfare anche a loro misura.

Sembrava chiaro insomma, che queste richieste, insieme alla presenza paritaria nelle istituzioni e al rispetto e valore dell’identità femminile in tutte le forme di rappresentazione, non fossero esigenze collaterali, secondarie rispetto agli altri grandi problemi aperti del Paese (Nord-sud, giovani, liberalizzazione e coesione sociale, ecc.) ma costituissero anch’esse una grande questione nazionale.

Le donne non solo sono la metà della popolazione, sono soprattutto il tramite essenziale tra produzione e riproduzione, mercato e lavoro di cura: chiamano in gioco una diversa regolazione dei rapporti tra Stato, impresa e famiglie. Notiamo invece che mentre il dibattito nel Paese va facendosi  più stringente, mentre opzioni sulle riforme e relativi cambiamenti  si fanno più definiti, le donne scivolano in secondo piano. Non se ne parla quasi più. Come a dire, quando il gioco si fa duro non è più aria per voi, donne. Ce ne occuperemo in tempi migliori, ora è tempo di articolo 18, cassa integrazione straordinaria, giovani; giovani e basta, senza più riferimento alla questione di genere.

Ma il governo Monti una certa attenzione alle donne però l’ha riservata: ha varato una riforma delle pensioni che ha eliminato l’ultima importante tutela a loro vantaggio in un sistema di welfare di stampo patriarcale. E quindi proprio ora si deve, è anzi urgente, mettere al centro le donne, ora che si sta discutendo di mercato del lavoro, di ammortizzatori sociali e protezione sociale, di regolare cioè il rapporto lavoro/vita.

A meno che non si voglia ribadire, in forme ancora più selvagge e punitive, un sistema produttivo e sociale che utilizza le donne come serbatoio di lavoro (domestico) non pagato e considera il lavoratore sul mercato assolutamente libero dai vincoli della riproduzione della vita.

Ignorare la differenza di genere e rimodulare i sistemi di protezione sociali in maniera apparentemente neutra ma in realtà solo maschile è un danno per tutti. Stato e impresa devono essere chiamati a pensare l’insieme della riproduzione. Non si risolve nessuna delle anomalie sociali italiane se–come è accaduto nei decenni passati-si procede separatamente: intervenendo sul mercato in modo neutro, pensando di attuare poi politiche per la famiglia.

Occorre invece che tutti i soggetti coinvolti nelle imminenti decisioni cambino prospettiva: non si governano più le nostre società se non ci si rende per davvero conto che sono abitate da uomini e donne. Differenti e alla pari.

3 marzo 2012 |

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