Una cittadinanza ancora dimezzata? lectio magistralis di Chiara Saraceno

8 marzo 2012  –

Oggi come in passato le donne producono ricchezza familiare e collettiva tramite il loro lavoro gratuito quotidiano. Questo non viene meno neppure quando hanno un lavoro per il mercato.  E la crisi lo ha in molti casi intensificato. Senza questo lavoro gratuito, le famiglie sarebbero molto più povere e molti bisogni di cura rimarrebbero insoddisfatti. Ma fornire questo lavoro ha un costo alto per le donne, per le loro capacità di guadagno, di fare carriera ed anche di partecipazione politica – fino a renderle marginali, se non invisibili, come soggetti competenti nella sfera pubblica.

Il Global Gender Gap Report 2011, ha evidenziato come l’Italia sia uno dei paesi in cui le diseguaglianze di genere sono più forti, se misurate in termini di pari opportunità, riferite a quattro principali aree: partecipazione e opportunità economiche; livello di istruzione; potere politico; salute e sopravvivenza. Entro l’Unione Europea solo Malta, Ungheria e Cipro occupano una posizione complessiva più bassa.

Come è stato ricordato di recente agli Stati generali sul lavoro delle donne organizzati presso il Cnel, le lavoratrici italiane che hanno una famiglia lavorano complessivamente, tra lavoro pagato e non pagato, oltre un´ora in più al giorno dei loro compagni. Tuttavia guadagnano sostanziosamente meno dei loro colleghi; perciò accumulano anche una minore ricchezza pensionistica. La loro capacità di guadagno, infatti, è compressa due volte. La mancata condivisione del lavoro familiare da parte degli uomini, unita ad una bassa offerta di servizi di cura accessibili e di buona qualità, vincola il tempo che possono dedicare al lavoro remunerato. A ciò si aggiungono le discriminazioni nel mercato del lavoro – nelle possibilità di carriera e nelle retribuzioni orarie, a parità di qualifiche  Se poi sono lavoratrici “flessibili”, si trovano spesso costrette a considerare una possibile gravidanza come un rischio professionale che non possono permettersi.

Molte donne ancora oggi abbandonano il lavoro per motivi familiari, perché non ce la fanno a tenere il ritmo del doppio lavoro, spesso accompagnato da pressioni e vessazioni più o meno sottili sia in casa (perché “trascurano la famiglia”) sia sul lavoro (perché “hanno la testa altrove”). Soprattutto se sono a bassa qualifica e vivono al Sud, la maggior parte delle donne, anche giovani, non entra neppure nel mercato del lavoro, o viene scoraggiata presto dal presentarsi.  Le donne costituiscono la stragrande maggioranza dei “Neet”: dei giovani che né studiano né lavorano per il mercato. Costituiscono anche la grande maggioranza sia dei lavoratori scoraggiati sia dei disoccupati invisibili: di coloro che vorrebbero lavorare, ma non cercano più, e di coloro che, pur dichiarandosi non forze di lavoro, di fatto si arrabattano tra un lavoretto e l´altro.

Le criticità delle donne nel mercato del lavoro non riguardano solo le questioni della conciliazione tra responsabilità famigliari e lavorative.  Vi sono anche problemi di discriminazione, mancata valorizzazione e riconoscimento delle competenze. Una istruzione elevata, se facilita la permanenza nel mercato del lavoro, per le donne conta molto meno che per gli uomini per quanto riguarda i differenziali retributivi, in modo più accentuato che in altri paesi. Da ciò deriva anche che i divari salariali, a parità di orario e di qualifica, rimangano più elevati che nella maggior parte dei paesi europei, specie ai livelli più alti.  I dati dell’ultimo Rapporto di Almalaurea sul destino occupazionale dei laureati segnalano che questo divario inizia già dal primo ingresso nel mercato del lavoro e prima ancora che subentrino responsabilità familiari. E’ un divario che, per quanto riguarda i laureati, negli ultimi anni è aumentato. Anche le possibilità di fare carriera sono consistentemente inferiori a quelle degli uomini con qualifiche simili, che si acceda per concorso o per cooptazione, nel pubblico o nel privato. Così, non vi è neppure una presidente di banca. Una sola donna ha un ruolo importante in Banca d’Italia e nessuna rappresenta l’Italia in organismi internazionali. La carriera diplomatica è ancora fortemente maschile, specie ai vertici: nel 2010 vi era solo una donna con il grado di  ambasciatore e solo 9 donne a capo di una sede permanente all’estero, su 132 sedi. Ci sono solo 10 Presidenti di Tribunale donna su 134, 8 Procuratori su 141. Una sola donna è Presidente di Corte di Appello e una sola donna presiede una sezione della Corte di Cassazione. Solo 5 (su 81) donne sono rettore di università (nessuna di un grande ateneo) e solo il 20% dei professori ordinari è donna.  Anche nella scuola, nonostante le donne costituiscano la maggioranza dei docenti, sono solo il 36% dei dirigenti. Per quanto riguarda il mondo delle imprese, una ricerca comparativa recente segnala che  la quota di donne nei Consigli di amministrazione è del 3,4%, a fronte dell’ 8% in Spagna, 9,5% in Francia; 10,5% in Germania; 14,4% in Danimarca; 23,9% in Svezia. La più contenuta percentuale italiana non può essere spiegata con una minore disponibilità di donne potenzialmente candidabili per difetto di competenza. Più che in altri paesi, in Italia l’istruzione, infatti, è un fattore discriminante per la partecipazione al mercato del lavoro delle donne. Le lavoratrici italiane, infatti, come mostrano i dati delle Indagini sulle Forze di lavoro, sono particolarmente concentrate tra le donne a media-alta istruzione, laddove le donne a bassa istruzione sono più spesso fuori dal mercato del lavoro indipendentemente dal fatto che abbiano o meno responsabilità familiari. Due eccezioni importanti alla scarsa presenza di donne ai vertici sono costituite dalla Confindustria, ove Emma Marcegaglia è presidente dal 2008 e dove diverse donne presiedono sezioni locali, e la CGIL, il maggiore sindacato italiano, guidato da Susanna Camusso dal novembre 2010.

L’esperienza di partecipare a gare con pesanti handicap di genere  non riguarda solo il mercato del lavoro. Riguarda tutti i luoghi di presa di decisioni rilevanti per la collettività e le posizioni di gestione del potere, in primo luogo la politica. Tra i 27 paesi membri dell’Unione Europea, l’Italia occupa il ventiquattresimo posto per presenza delle donne in Parlamento. In tutta la storia repubblicana, non c’è stato nessun primo ministro e  nessun capo di stato donna. Non solo, non vi è mai stata nessuna candidatura avanzata e sostenuta seriamente, e non solo per motivi di facciata. Fino al governo dei “tecnici” presieduto da Monti, gli unici ministeri “di peso” affidati ad una donna nell’arco della storia repubblicana sono stati quelli dell’istruzione e della sanità e, una sola volta, quelli del lavoro e degli interni. Questi ultimi  sono ora affidati a due donne anche nel governo Monti, che vede per la prima volta una donna anche nel Ministero della giustizia. Ma nessuna mai è stata presa in considerazione per i ministeri economici e neppure per gli esteri, a differenza di quanto avviene in diversi paesi europei. E  anche nel governo dei tecnici si sono solo 3 donne ministro, sia pur di peso, su 18, e solo tre su 25 sottosegretari, nessun viceministro, nonostante la scelta questa volta non fosse vincolata alla appartenenza parlamentare, al contrario. Quasi tutti i capigruppo parlamentari e tutti i segretari di partito, inoltre, sono uomini. Le cose vanno un po’ meglio a livello locale e nei sindacati. Ma ci sono due sole donne  presidenti di regione e, dopo le elezioni amministrative della primavera scorsa, vi è una sola donna sindaco di una grande città (Genova).

La marginalizzazione politica viene estesa anche alle nomine di natura politica ad organismi non politici, in cui dovrebbe contare (anche) la competenza. Non vi è nessuna presidente di authority e le donne sono poche anche tra i membri delle stesse. Alla Corte Costituzionale siede una sola donna, anche se le donne sono molto numerose sia tra i professori universitari di diritto che tra i magistrati e gli avvocati, ovvero tra coloro che possono esservi nominati o eletti.

Il 13 febbraio 2011 oltre un milione di donne (e diversi uomini) hanno invaso le piazze delle principali  città italiane, chiamate a “farsi vedere e sentire” dalla rete informale di associazioni e singole donne sulla base di un appello dal titolo “Se non ora quando?”.

Se la scintilla che ha fatto scattare la partecipazione è stata l’insofferenza verso l’abuso del corpo femminile da parte dei media e verso l’immagine di donna veicolata dai comportamenti di Berlusconi con la complicità della maggioranza parlamentare, la mobilitazione delle donne aveva motivazioni più diffuse e più articolare nella insofferenza per la sistematica non valorizzazione delle donne al di fuori vuoi dei ruoli familiari, vuoi di una sessualità fortemente orientata dallo sguardo e desiderio maschile (e di un certo tipo di maschio). A motivare la discesa in piazza è stata anche la voglia di rendersi visibili come persone, cittadine a tutto tondo, che non vogliono più essere considerate come risorsa data per scontata nella sfera privata, ma senza potere in quella pubblica.

A un anno di distanza quale è il bilancio? Ad essere ottimiste, pieno di chiaroscuri.

Quattro esempi per tutti.

Un successo netto della mobilitazione delle donne dentro e fuori dal parlamento è stata l’approvazione, della legge bipartisan cosiddetta delle quote di genere (ma sarebbe concettualmente più corretto parlare di norma antimonopolistica) nei consigli di amministrazione delle società quotate in borsa. Si tratta di una modifica importante sul piano sia dell’universalismo e della democrazia sia dell’efficienza, innanzitutto perché costringerà ad aprire ad entrambi i sessi l’intero percorso di carriera ed esperienze che porta, eventualmente, ai vertici.

Anche quanto è accaduto alle elezioni amministrative di primavera è stato presentato come un successo delle donne, non solo perché la loro mobilitazione ha contribuito al successo elettorale delle coalizioni anti-governative, ma perché in alcune giunte di grandi città (Milano, Napoli, Torino) si è imposto un maggiore equilibrio tra uomini e donne rispetto al passato. Non va tuttavia ignorato che, dalla formulazione delle candidature fino ai commenti entusiastici (dei politici, degli “esperti”, dei giornali del centro-sinistra) del risultato elettorale, è stata messa la sordina al ruolo giocato dalla mobilitazione delle donne. Mentre ci si rallegrava del “vento che era cambiato” e del risveglio della società civile, quest’ultima sembrava ridiventata d’improvviso di genere neutro, o meglio maschile. La forza dirompente del movimento, che a febbraio sembrava aver scosso equilibri ed opinioni consolidate, era già sparita dalla consapevolezza e scena pubblica.

Questa sparizione è divenuta palpabile nei giorni convulsi che hanno preceduto la formazione del governo dei “tecnici” presieduto da Monti.  Se Susanna Camusso, segretaria generale della CGIL e perciò appartenente al gruppo degli interlocutori ufficiali del presidente incaricato, non avesse formalmente sollevato la questione e se non ci fossero stati appelli di singole e associazioni al Presidente Napolitano e allo stesso Monti, è probabile che del governo avrebbero fatto parte solo uomini. Il fatto che l’inserimento di tre “tecniche” su 18 ministri sia stata salutata come una innovazione senza precedenti e segnalata come una grande vittoria delle donne, la dice lunga su quanto non solo la politica, ma anche la elevata competenza tecnica siano ancora considerate prerogative maschili, specie quando si tratta di designare posizioni di vertice.

Di segno univocamente negativo è quanto è avvenuto nel contesto delle celebrazioni dell’unità d’Italia. I 150 anni dell’unità sono stati celebrati come una vicenda pressoché tutta maschile. Non ci sono “madri della nazione”, apparentemente, ma solo “padri”, più o meno controversi. La storia italiana è stata restituita nel discorso e nella rappresentazione pubblica come storia di uomini e di conflitti tra uomini, su cui le donne non sembrano aver lasciato alcun segno, né come intellettuali, né come politiche, né come scrittrici e artiste. Non Sibilla Aleramo, non Grazia Deledda, né Lalla Romano, o Natalia Ginzburg, o Elsa Morante; neppure Anna Maria Mozzoni, Kuliscioff, Amelia Rosselli o Maria Montessori. Neppure  Nilde Iotti o Tina Anselmi. Proprio nell’anno in cui le donne avevano fatto di nuovo irruzione sulla scena pubblica come attori sociali e politici, esse sono state di fatto cancellate sul piano simbolico della costruzione della storia e della identità nazionale.

Sul piano delle condizioni materiali, decisamente negativo è quanto accaduto nella vicenda delle diverse manovre finanziarie che hanno segnato la seconda metà dell’anno. La crisi economica, infatti, sembra abbia ancora una volta cancellato dalla consapevolezza e dibattito pubblici le questioni delle disuguaglianze di genere. Tanto meno vi è attenzione per i costi specifici per le donne della crisi stessa e delle diverse manovre finanziarie approntate per farvi fronte, prima dal governo Berlusconi ed ora dal governo Monti. Queste manovre, infatti, alzano, come è in linea di principio giusto, l’età alla pensione delle donne; ma contemporaneamente riducono radicalmente le risorse per i servizi alla persona così necessari perché le donne possano conciliare responsabilità familiari e partecipazione al mercato del lavoro. L’accelerazione dell’aumento dell’età alla pensione per le donne nel settore privato non trova alcuna compensazione in un investimento in servizi. Questi, anzi, sono messi ulteriormente a rischio dalla nuova stretta sui bilanci locali, rendendo ancora più ardui gli esercizi di conciliazione.

Allo stesso tempo.  la simpatia provocata dalla chiara impronta anti-berlusconiana di una protesta per la dignità delle donne è divenuta molto più tiepida a governo cambiato e di fronte a richieste specifiche su come riequilibrare i rapporti di potere e distribuire sacrifici e risorse.

Questa indifferenza alle conseguenze specifiche di genere delle decisioni finanziarie dipende sicuramente dalla scarsità di donne, appunto, nei luoghi di presa di decisione. Ma interroga anche la capacità delle donne come soggetto organizzato a stare sulla scena pubblica e a imporsi come  come interlocutore, o almeno come partecipante al discorso pubblico su temi che toccano la vita di tutte e tutti.

L’efficacia della pressione combinata di singole e gruppi affinché il  governo Monti non fosse unisex è una dimostrazione della efficacia di una opinione pubblica femminile capace di farsi sentire. Il fatto che si sia resa necessaria nonostante il successo delle manifestazione di febbraio, e nonostante i nuovi equilibri di genere creatisi in alcune giunte locali dopo le elezioni di primavera, segnala il rischio che, se non si mantiene alta la pressione, occorre sempre ricominciare da capo. Un rischio che si è verificato reale nel passaggio successivo della formazione del governo – la nomina dei sottosegretari – e soprattutto nella insensibilità diffusa per il costo sproporzionato che la manovra finanziaria avrà per le donne.

 

 

9 marzo 2012 |

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