IL SILENZIO DEGLI UOMINI di IAIA CAPUTO

Intervista a Iaia Caputo

Elle,  29 febbraio 2012

Caro maschio, dove vai? Il tema della crisi dell’identità maschile è da tempo oggetto di dibattito. I forti cambiamenti delle donne negli ultimi decenni stanno spiazzando gli uomini e li costringono a prendere posizione. Quale? Ne abbiamo parlato con Iaia Caputo, giornalista e scrittrice, che ha appena pubblicato un interessante saggio dedicato a questo argomento, intitolato Il silenzio degli uomini (Feltrinelli, € 16). Partendo dalla cronaca, Caputo analizza, riflette, assembla dati e informazioni e compie un percorso narrativo sui mutamenti del maschio medio contemporaneo. Cambiamenti che ovviamente hanno ripercussioni sul mondo delle donne, sulla famiglia, sulle nuove generazioni.

-Iaia, perché questo titolo, Il silenzio degli uomini?

Silenzio come afasia, difficoltà nella parola. Il sesso maschile è un genere al crepuscolo. Una volta era padrone del mondo, oggi è preda di due pulsioni contrastanti. Da una parte, la necesssità del cambiamento per adeguarsi ai mutamenti rapidissimi del mondo delle donne. Dall’altra, c’è un tentativo di fuga dal cambiamento per sottrarsi alle responsabilità che comporta, rivolgendosi al passato, ai privilegi perduti. Ovunque, e tanto più in Italia.

-Perché in Italia maggiormente che altrove?

Perché l’Italia è un Paese misogino. Lo dicono i parametri sociologici, occupazionali, antropologici. Le donne sono escluse dalla vita politica, dai vertici dei partiti, dai luoghi decisionali attraverso i quali si veicolano dei modelli. In un Paese misogino stanno male anche gli uomini, perché sono continuamente stritolati fra le donne reali (madri, mogli, figlie, ecc.) e i modelli di mascolinità proterva, arrogante, antica, che i media trasmettono. Per la loro storia, gli uomini erano padroni del discorso pubblico ma ineducati alla parola dell’intimità, delle emozioni. Da qui, lo smarrimento, la paura, l’afasia.

-Come racconta nel suo libro, oltre al silenzio c’è il fenomeno della violenza nei confronti delle donne…

Dove il disagio forte non trova una forma d’espressione, diventa sempre più spesso violenza, che è paura raggelata. Sono in crescita i femminicidi. Nel 2011, 128 donne in Italia sono state uccise per mano di un uomo che dice di amarle (ex, marito, fidanzato, padre, ecc). Nei primi 40 giorni del 2012, ci sono stati 20 femminicidi. Cosa unisce tutti questi casi? Si tratta di uomini che sono stati lasciati e non lo accettano.

-Come mai di questo fenomeno, a suo parere, se ne parla così poco?

La verità è che tutti noi, uomini e donne, pensiamo che la violenza maschile non sia modificabile, che sia un elemento immanente all’identità degli uomini. Gli uomini hanno sempre ucciso le donne. Ma ora qualcosa è cambiato. Negli anni ’50, chi uccideva era convinto di esercitare un suo diritto: per i delitti d’onore e passionali erano previste attenuanti. Oggi chi ammazza una donna che lo lascia compie un gesto di potere, ma il vissuto è di totale impotenza: ti uccido perché contro la tua libertà di decisione non posso nulla.

-Cambierà questa mentalità maschile?

Sì, ma non rapidamente e il mutamento non è scontato. In parte gli uomini sono già cambiati. Ma occorre ripartire dall’educazione delle nuove generazioni, lavorando sugli stereotipi, a scuola e in famiglia, coinvolgendo entrambi i genitori.

12 marzo 2012 |

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