Violenza economica: usciamo dal silenzio

“Secondo l’Istat il maltrattamento economico in famiglia colpisce il 30,7% delle donne italiane. Partiamo dalla storia di due donne che hanno saputo ribellarsi al controllo dei mariti per analizzare il problema”

di Raffaella Borea

D La Repubblica

04 aprile 2012

 

Serena V. ha 35 anni e la sua casa a Pavia profuma di torta di mele e di bignè al cioccolato. Dopo la gravidanza, su “consiglio”  del marito Luca ha lasciato la pasticceria dove sfornava croissant e meringhe  per votarsi al fornello domestico. Per 5 anni ha così maneggiato mestoli e cucchiai ma non denaro. A provvedere a tutto era Luca, felice di decidere della “spesa da fare e delle calze da comprare” e “generoso” nel concederle “una paghetta settimanale per le piccole necessità” racconta Serena. Un apparente idillio che per un lustro ha deresponsabilizzato Serena dalla gestione dell’economia famigliare, in cambio di una dipendenza formale dal portafoglio del marito. Forma che è divenuta sostanza quando gli attrezzi della cucina domestica hanno cominciato a non bastarle più e tornare ad impastare fuori casa da desiderio si è trasformato in “urgenza di recuperare un lavoro da sempre amato”.
Ad impedirlo non ci ha pensato la crisi, ma una strategia di boicottaggio che Luca ha messo in scena non appena “l’ambizione di riprendermi in mano ha bussato alla porta” continua Serena. Un’operazione metodica: “Ha cominciato con frasi allusive sulla mia scarsa capacità nel preparare dolci. Poi ha continuato con piccoli ricatti psicologici per farmi sentire una madre disattenta. Infine mi ha tagliato del tutto il denaro a cui avevo accesso, tanto da costringermi ad elemosinarlo anche per comprare una medicina per mio figlio”.  Un trattamento frantumante per l’autostima e per la dignità di Serena, vittima dell’ansia di controllo del partner che come dimostrazione d’amore le ha a lungo imposto di affidargli la gestione, anche economica, della sua vita. Una vera e propria forma di violenza, in cui la privazione dell’indipendenza economica brucia come uno schiaffo e ferisce come un insulto. “Quando mi è stato negato il denaro per comprare il pane sono crollata: i nervi hanno ceduto e io con loro. Mi ero totalmente affidata a Luca tanto da aver perso fiducia in ogni mia azione. A salvarmi è stato il ricovero in ospedale. Il neurologo comprese subito le origini del mio disagio, nato da una forma di frustrazione costante accompagnata dalla paura di non essere più capace di bastarmi. Nella partita con la vita mi sembrava di non aver più carte in mano, perché il gioco lo conduceva mio marito pronto a barare pur di non perdere il controllo su di me”. A distanza di 3 anni da quel giorno Serena, grazie anche all’aiuto di una associazione a supporto delle donne con problemi famigliari, dopo aver citato in giudizio Luca per maltrattamenti in famiglia e aver vinto la causa, vive con il figlio in un bilocale con piano cottura, dove però non mancano mai i biscotti. Sarà perché nella pasticceria dove ha ricominciato a lavorare tutti le dicono che nessuno li fa meglio di lei.

Paola G., 45enne neo commerciale nel settore abbigliamento,  dopo una vita passata a lavare, stirare e ad accudire marito e 2 figli che oggi hanno 8 e 7 anni, spera che anche la sua storia sia a lieto fine. Per 15 anni ha permesso che a gestire le entrate della famiglia fosse Franco, responsabile del controllo economico anche del suo piccolo stipendio, frutto di una saltuaria collaborazione come sarta con una boutique. “Il denaro mi veniva requisito alla fine di ogni mese ed io non mi sono mai opposta per debolezza, quieto vivere ma soprattutto fiducia in mio marito”. La stessa fiducia che l’ha spinta anche ad aiutarlo nel suo lavoro, firmando documenti ed impegni contrattuali senza mai chiedere spiegazioni. In cambio di tanta silenziosa abnegazione solo dell’argent de poche utile per comprare un giornale ma non per ricaricare il cellulare. “La dipendenza economica mi ha isolata dal mondo: non potevo telefonare, andare al cinema e nemmeno usare la macchina per fare la spesa, perché tutto era centellinato sulla base delle sue regalie” ricorda Paola. Una schiavitù tollerata a suon di emicranie lancinanti ed attacchi di ansia, di cui Paola si è liberata scoprendo di non essere la sola donna nella vita del marito.”Chiedere la separazione con addebito mi è sembrata una liberazione, un pretesto lecito per riappropriarmi della mia vita, per rompere delle catene che avevo contribuito a farmi mettere alle caviglie”.  Mantenere i suoi due figli è la ragione per cui oggi ha nuovamente citato in giudizio l’ex marito: “non adempiendo ai suoi doveri di mantenimento, cerca ancora di disporre delle nostre tre vite” conclude Paola.

In Italia di Serena e Paola ce ne sono più di quante non si possa immaginare. Da un’indagine condotta dalla regione Emilia Romagna risulta ad esempio che su un campione di intervistate con trascorsi di violenza domestica, il 65 % ha subito violenza psicologica, il 51% fisica e il 33% economica.Ma secondo l’Istat sono il 30,7% le donne che subiscono violenza economica. Una forma di oppressione forse ancor poco conosciuta ma in ascesa, tanto che, ad esempio, l’Associazione Casa di Accoglienza delle Donne Maltrattate Onlus (CADMI)” le ha dedicato una guida ad hoc (clicca qui). Chiaro il messaggio: nel nome “dell’amore e della fiducia”, mariti e conviventi mettono in atto una serie di comportamenti scorretti e lesivi che portano alla sottomissione economica della partner con l’obiettivo di isolarla dal mondo. La dipendenza economica diventa così strumento di controllo indiretto ma incisivo, codificato da un insieme di strategie che privano la donna della possibilità di decidere e di agire autonomamente rispetto ai propri desideri.

Prima vittima delle operazioni di ostruzionismo è proprio il lavoro, occasione che le permetterebbe di uscire dall’isolamento in cui il maltrattante vuole tenere la sua donna. La violenza economica viene però scandita anche da mille altre azioni, tutte volte ad affermare la superiorità dell’aggressore rispetto alla vittima: vietarle di avere un proprio conto corrente, nasconderle ogni informazione sulla situazione patrimoniale della famiglia, negarle l’accesso alle finanze collettive, requisirle stipendi personali usandoli a proprio vantaggio, non corrisponderle alcuna retribuzione nel caso di un lavoro comune, riconoscerle una paga settimanale di cui si chiede conto e non adempiere ai doveri di mantenimento stabiliti dalla legge, sono solo alcuni dei metodi messi in atto per creare dipendenza. Questa forma di maltrattamento vive ancora nel sottobosco dell’intimità familiare ed è alimentata da un eccesso di fiducia o dall’ingenua pigrizia delle donne che delegano ai partner la gestione del patrimonio familiare. Non si accompagna necessariamente alla violenza fisica ma stringe un patto non scritto con quella psicologica, che porta la donna a perdere fiducia nelle proprie capacità: non a caso alcune vittime scoprono di saper gestire il denaro, di essere in grado di avere rapporti con la banca o di riuscire a decidere un investimento solo dopo la separazione, quando ci si rende conto di essere vittime di un abuso. Abuso che configura un reato (“di maltrattamento in famiglia”, “di violazione degli obblighi famigliari” e di “violenza privata”) da denunciare e punire.  Perché, come si legge nella guida del CADMI “Il maltrattamento economico è difficile da riconoscere… si confonde con i lividi del maltrattamento normale”.

http://d.repubblica.it/argomenti/2012/04/04/news/violenza_economica-929770/

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