Dedicato ai bambini mai nati delle lavoratrici precarie

da Giulia.globalist.it  14 maggio 2012

 

Il diritto alla vita non è uguale per tutti: c’è quello per cui gli antiabortisti marciano su Roma e quello di chi non si può permettere un figlio. [Silvia Garambois]

L’offensiva contro l’aborto ha trovato come testimonial il sindaco di Roma, che ha aperto le strade della Capitale alla “marcia per la vita”: c’era anche lui, con la fascia tricolore, mentre il corteo che urlava “donne assassine” attraversava il cuore di Roma, dal Colosseo a Castel Sant’Angelo.

Dopo oltre trent’anni l’attacco alla legge “194” torna ad essere “istituzionale”: chiudono i consultori e nel Lazio con la “legge Tarzia” li si vorrebbe addirittura affidare a associazioni private a favore della vita; in Piemonte il Pdl propone di dare un “bonus” di 250 euro alle donne che rinunciano ad abortire; aumenta l’obiezione di coscienza tra i medici, e ciò costringe le donne a migrare in cerca di strutture ospedaliere disponibili; aumenta l’obiezione di coscienza tra i farmacisti, che rifiutano di dare la “pillola del giorno dopo”. Non solo non c’è educazione sessuale per i giovani, ma i medici denunciano che nei corsi specialistici non si insegna neppure più come si fa un aborto. Il rischio – già ora – è il ritorno alla clandestinità.

Un attacco violentissimo alla libertà della persona, all’autodeterminazione, alla dignità della donna. Un precipitare in anni bui.

Ma di quale diritto alla vita parlano? Non si sono certo messi in marcia per le donne che non possono avere figli perché non hanno un lavoro, perché sono precarie, perché sono state obbligate a firmare le “dimissioni in bianco”.

E di quali donne “assassine” parlano? Di quelle che vengono ammazzate di botte dai mariti, dai fidanzati, dagli ex? Di quelle che hanno conquistato le piazze per riprendersi intera la propria dignità e affermare che questo Paese deve ripartire dalle donne, nella società e nelle istituzioni?

Un’offensiva così violenta, oscurantista e reazionaria, in un momento così drammatico per il Paese – soprattutto per le donne, che sono le prime vittime della crisi – è un pessimo segnale per tutti: nasconde, e non la nasconde neppure bene, la voglia di cancellare i diritti conquistati con le lotte, donne e uomini insieme, siano i diritti per il lavoro che quelli per la dignità della persona.

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