Siete pronti a dire sindaca?

Otto regole che dalla prossima settimana il comune di Firenze distribuirà ai dipendenti per non discriminare più le donne negli atti amministrativi

di Flavia Amabile – La Stampa.it 19/05/2012

Dalla prossima settimana i 5 mila dipendenti del comune di Firenze verranno invitati a non trascurare più le donne nel linguaggio amministrativo, sia che si tratti di delibere, bandi di concorso o semplici lettere. E quindi si scriverà architetta, avvocata, assessora, sindaca, e così via. E’ l’Accademia della Crusca stessa a sostenerlo e ad aver seguito l’operazione culturale oltre che burocratica che si sta preparando a Palazzo Vecchio. Nessun dubbio, quindi.  Se dire ministra o prefetta suona strano, il problema è nostro, non delle parole assolutamente perfette.

Tutto questo e molto altro è nelle linee guida che verranno distribuite dal 24 maggio e che sono il frutto di un’idea del Comitato pari opportunità del Comune con la collaborazione dell’Accademia della Crusca e la direzione scientifica di Cecilia Robustelli, docente universitaria di linguistica a Modena e profonda esperta del tema che ha materialmente elaborato il documento.

Si tratta di 38 pagine lucide, ma anche determinate. «Chiedere a quasi 5 mila dipendenti di impegnarsi a realizzare l’obiettivo del progetto rasenta forse l’utopia, ma vale la pena provare, se si pensa che vogliamo produrre un cambiamento culturale che andrà a vantaggio di tutte le persone», si legge nel documento.

Sia Cecilia Robustelli, sia Cristina Giachi assessora alle Pari Opportunità del comune di Firenze tengono a sottolineare che non si tratta di vetero-femminismo ma di un’operazione senza rigidità che però vuole dare il via ad un cambiamento culturale.

Ecco alcuni principi che dovranno essere seguiti dai dipendenti del Comune:

1. La lingua italiana non ha il genere neutro. Ogni volta che si scrive i ragazzi per intendere ragazi e ragazze si sta semplicemente usando il maschile. La lingua italiana contiene invece tutte le indicazioni per utilizzare il femminile anche se ancora non è in uso.

2. non esistono parole “brutte” e se esistono non sono solo quelle di genere femminile, ci sono invece parole “nuove” con cui dobbiamo prendere confidenza come assessora, più che brutto semplicemente inusuale. Oppure: consigliera, ministra, architetta, avvocata, chirurga, commissaria, critica, deputata, prefetta, notaia, sindaca

3. se ci si riferisce ad una donna è necessario usare sempre il genere femminile e non maschile (sia che sia specificata con nome e cognome sia che non lo sia) nel corpo del testo come nell’intestazione, nell’indirizzo, nelle formule d’esordio, nella firma e, dove presente, nell’oggetto;

4. il genere femminile deve essere evidente: es. i dipendenti non può essere usato da solo ma va fatto capire che ci si riferisce anche alle donne, dunque i dipendenti e le dipendenti. Oppure nel caso di lavoratori/trici, meglio usare le parole estese lavoratori/lavoratrici

5. si può aggirare il problema ricorrendo a parole che non hanno riferimenti al femminile o al maschile, ad esempio: il personale invece di lavoratori/lavoratrici

6. si può aggirare il problema anche attraverso l’uso della forma passiva: la domanda deve essere presentata invece di scrivere i dipendenti e le dipendenti devono presentare la domanda…

7. in testi informali si possono usare forme abbreviate. Bocciato ragazz* che invece appesantisce la lettura

8. in alcuni casi, come nei bandi di concorso, si può usare anche soltanto il maschile nel testo per non appesantirlo troppo se è necessario fare molti raddoppi maschile/femminile e poi aggiungere una nota di precisazione scrivendo: I termini maschili si riferiscono a persone di entrambi i sessi. Oppure: Le offerte di lavoro sono valide sia per uomini che per donne

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