Quei tutorial delle bimbe 2.0 star del make up su YouTube

di Cristina Cucciniello da La Repubblica, 6 giugno 2012
Dagli Stati Uniti al Giappone, passando per l’Italia, migliaia di bambine, dai 5 ai 13 anni, realizzano e condividono video-blog dedicati al trucco, alla moda, agli accessori che portano con sé nei loro zainetti. E aumentano le preoccupazioni. “Non è la tecnologia in sé a fare del male ma il come la si usa”, spiega l’esperto,  “occorre guidare i bambini a un uso consapevole”

 

JAZZY ha pelle perfetta, occhi scuri dal taglio orientale e manine bianche. Ed è con quelle mani che muove  –  con precisione  –  pennelli di vario taglio e misura sul suo visino tondo. Blush, ombretto, matita per le sopracciglia e un tocco di gloss: quando sorride, mostrando il risultato finale del suo make up, scopre denti da latte. Perché Jazzy ha 5 anni.

VIDEO 1http://video.repubblica.it/cronaca/bimbe-star-del-make-up-su-youtube/96700?video

Non è l’unica: banali keyword immesse nella barra di ricerca di You Tube  –  il più popolare sito di hosting e condivisione video  –  aprono le porte di un mondo in gran parte sconosciuto, il paese delle meraviglie delle bimbe 2.0. Dagli Stati Uniti al Giappone, passando per l’Italia, migliaia di bambine, dai 5 ai 13 anni, realizzano e condividono video-blog dedicati al trucco, alla moda, agli accessori che portano con sé nei loro zainetti. Una sorta di diari digitali, nei quali i temi principali non sono i giochi o le amicizie, ma la maniacale attenzione per l’aspetto fisico. Dalla condivisione del proprio lucidalabbra preferito o delle ultime scarpette acquistate alla condivisione della propria competenza in fatto di moda o make up il passo è breve.

È in questo contesto che nascono i tutorial  – ovvero manuali on line  –  delle piccole utenti di You Tube. Come quelli di Marissa, 11 anni, che canticchia motivetti infantili, mentre  –  con estrema serietà  –  spiega agli Youtubers, gli utenti del sito, quale mascara è preferibile da utilizzare per un make up davvero adatto alle allieve delle scuole medie. O come quelli della coetanea italiana Francesca, occhi verdi e una invidiabile competenza in fatto di primer e correttori, che al canale You Tube affianca una affollata pagina Facebook dedicata alla moda. O, ancora, come quelli di Emma ed Aurora, italiane anche loro, le più incerte, alle prime armi: matita per gli occhi in primo piano e biscotti al cioccolato sulla mensola alle loro spalle. Non hanno ancora acquisito la competenza di Venus Palermo o Dakota Rose, stelline del web già a 15 e 16 anni, la cui popolarità è partita da You Tube  –  dove entrambe hanno iniziato a condividere i loro make up tutorial e le loro scelte in fatto d’abbigliamento  –  per poi divenire note su tutti i social network come ‘bambole’ in carne ed ossa. Se Venus, infatti, spiega come ingrandire il proprio sguardo, applicando lenti a contatto e ciglia finte, al fine di apparire simile ad una bambolina di porcellana, Dakota  –  in arte Kota Koti  –  va oltre: non parla, proprio come una Barbie, si esprime a gesti, mostrando le sue pettinature ed i suoi abiti.

Non è facile comprendere se Jazzy, Marissa, Francesca – coi loro video che fanno il verso a quelli di Clio Zammatteo, truccatrice divenuta celebre attraverso il proprio canale YouTube  –  siano consapevoli o meno delle conseguenze cui vanno incontro condividendo le proprie immagini sul web. Sorridenti, eppure serie e determinate, abili nell’editare foto e video, interloquiscono con utenti adulte, mostrando tanta conoscenza della cosmetica e della moda quanto una scarsa padronanza  –  specie le italiane  –  della grammatica. È solo la versione contemporanea dell’eterno gioco del “fare le grandi” o c’è di più?

“C’è di più”, non ha dubbi Fabrizia Giuliani, componente del comitato promotore del movimento “Se non ora quando?” nonché docente presso la cattedra di Filosofia del Linguaggio della Facoltà di Scienze Umanistiche dell’Università ‘La Sapienzà di Roma, “i 20 anni appena trascorsi hanno operato un condizionamento potente. Sicuramente assistiamo ad un fenomeno che va oltre il nostro paese, ma che in Italia assume un peso diverso in virtù del modello femminile imposto non soltanto dalla tv commerciale, ma dall’intero sistema culturale, che esprime con forza un solo dettame: la libertà si misura nel dominare il proprio corpo, nel renderlo conforme ai desideri sessuali non propri, ma dell’uomo. Ed è in questo contesto che vanno visti quei video: le bambine italiane imparano velocemente ad assecondare quel modello di femminilità, quando questo giunge a loro senza i filtri rappresentati dalla famiglia e dalla scuola”. Che fare, dunque? “Liberare l’immaginario delle bimbe italiane, offrire loro modelli di sé alternativi, scommettendo su di loro. Le bambine statunitensi che realizzano gli stessi video hanno anche altre prospettive: si immaginano medici, soldatesse, insegnanti. Le italiane no, perciò si preparano a quel ruolo marginale, ornamentale, che oggi la società assegna alle donne”.

Non si dichiara affatto stupita, nell’assistere a questi video, la scrittrice Loredana Lipperini, autrice, fra l’altro, del volume ‘Ancora dalla parte delle bambine’ (Feltrinelli, 2007): “Se cartoni animati, fumetti, serie tv e tutto il merchandising ad essi collegato propongono alle bambine un modello di femminilità nel quale è preponderante l’attenzione per l’aspetto fisico, loro si comporteranno di conseguenza, rincorrendo quel modello. A questo si aggiunge un utilizzo del web non tanto per la condivisione di contenuti, quanto per l’ottenimento di una effimera micro-fama”.

Pone, invece, l’accento sul ruolo della famiglia il professor Giovambattista Presti, docente di Psicologia e sistemi complessi presso l’Università IULM di Milano: “Vedendo i video di queste bambine penso a coloro che ne guidano la crescita, genitori e non, attraverso le fasi che le porteranno all’età adulta, alla costruzione di una persona consapevole, che viva una vita piena, alla luce dei valori acquisiti durante quel periodo critico che è la pre-adolescenza e l’adolescenza. Molti filmati hanno un montaggio, sono strutturati. Quindi nella cerchia più ristretta di persone che sono attorno alle bambine c’è una approvazione se non un aiuto vero e proprio che induce a porsi domande sul ruolo educativo degli adulti in questo scenario”. C’è una sorta di complicità da parte dei familiari, quindi, nell’indirizzare le bambine a questo uso del web? “Non è la tecnologia in sé a fare del male ma il come la si usa”, spiega il professor Presti,  “occorre guidare i bambini a un uso consapevole. A riconoscere i limiti dell’altro e i propri. A riconoscere gli effetti di lungo termine, al di là di quelli appaganti del riconoscimento a breve termine. Occorre che si guidino i bambini a notare gli effetti anche sugli altri del proprio comportamento, poiché Il quarto d’ora di celebrità può avere effetti sul comportamento umano che vanno oltre quei 15 minuti”.

Insomma, distogliere le aspiranti stelline del web dal desiderio di condividere le proprie precoci scoperte nel campo della moda e del make up non è semplice: ma è possibile proporre loro modelli alternativi di vita, un differente approccio alla visione ed alla cura del proprio corpo ed una guida all’uso consapevole della rete.

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