Donne che denunciano Ma che succede dopo?

Forze dell’ordine, medici, avvocati. I racconti, le lotte, gli errori di chi sta in trincea

da Corriere della Sera

Giovedì 7 Giugno 2012

«La pazienza è la nostra fatica quotidiana. Ci sono donne che tornano continuamente sui loro passi, con scuse incredibili. Decidono mille volte di riprovarci e altrettante di ripresentarsi al centro. Dopo quasi vent’anni io faccio ancora fatica a capire. Io mi arrabbio. Ma le operatrici per fortuna sono meravigliosamente tolleranti e sagge. Ogni volta accolgono come fosse la prima. La nostra porta è sempre aperta»
Alessandra Kustermann conosce le parole per dirlo e le trappole dell’animo femminile. Le delusioni non hanno impedito a questo medico-istituzione per Milano di continuare a credere nelle donne. «Il grande allarme è nella coppia, lo leggiamo purtroppo ogni giorno», dice Kustermann, primario di ginecologia e ostetricia della Mangiagalli che nel 1996 ha fondato il Soccorso Violenza Sessuale, struttura diventata nel tempo piattaforma degli aiuti contro tutte le violenze: «È necessario far emergere l’enorme sommerso che ancora c’è, mettere in sicurezza le famiglie, per salvare la vita alle donne e proteggere quella dei bambini».
Far fronte all’emergenza silenziosa richiede investimenti, professionalità, grande organizzazione. Quanto sono preparati gli operatori a questo compito? Di sicuro molto più di un decennio fa, assicurano poliziotti, carabinieri, agenti municipali, avvocati, magistrati, medici e psicologi. Tutti, proprio tutti, concordano: la parola d’ordine è formazione, tema lasciato troppo a lungo all’iniziativa personale o alla buona volontà di singoli dirigenti.
Prendi Torino. La comandante vicaria per la sicurezza urbana Paola Loiacono ha colto al volo la possibilità di avere soldi da un bando pubblico e, a ottobre dell’anno scorso, si è inventata il progetto «Care and investigation». Un protocollo che aiuta, tra gli altri, carabinieri e polizia ad accogliere e trattare nel modo corretto la vittima di violenza. «Porti la divisa e si presenta davanti a te una donna che afferma di essere stata minacciata, picchiata, maltrattata, perseguitata? Il protocollo ti accompagna in quello che devi dire e non dire, quello che devi fare oppure no — racconta Loiacono — le fonti di prova vanno acquisite, come scrivere il verbale, come qualificare il reato. Magistrati e avvocati hanno dato una mano sul fronte giuridico e un criminologo ha tenuto lezioni sulla gestione e ricomposizione dei conflitti».
«Quando si richiede l’intervento del questore o di un magistrato è fondamentale presentare una richiesta il più possibile documentata» spiega l’avvocatessa Francesca Garisto, da una vita consulente della Casa delle donne maltrattate e dello sportello donne della Cgil di Milano. «Chi si occupa di queste vicende lo sa bene: l’aiuto è più efficace e accorci di molto i tempi se tu, avvocato, fai una parte del lavoro, cioè raccogli testimonianze, metti assieme eventuali sms, email, referti medici, vai a cercare se l’uomo in questione ha precedenti, sentenze di condanna specifiche… E comunque capita sempre più spesso di trovarsi davanti a persone preparate, soprattutto fra le forze dell’ordine anche se la materia della formazione è tutt’altro che strutturata e la violenza sulle donne è una piaga sempre più aperta». Nella caserma torinese della vigilanza urbana è stata allestita una saletta per le audizioni protette: «Era doveroso rendere più sereno il clima intorno a chi ha già dovuto patire abbastanza».
Capita, per esempio, di imbattersi in uno dei cinquemila carabinieri (quasi tutti sottufficiali, comandanti di piccole stazioni) che hanno seguito il corso di formazione sullo stalking e sull’approccio alla vittima vulnerabile. «Un’operazione a tappeto che l’Arma ha organizzato a partire dal 2009, che è servita a una formazione e a una sensibilizzazione di base e sulla quale stiamo facendo aggiornamenti continui» conferma il maggiore Anna Bonifazi, sezione di psicologia investigativa del reparto analisi criminologica di Roma, una delle insegnanti del corso assieme al tenente Francesca Lauria, sezione atti persecutori dello stesso Reparto.
La polizia ha in ognuna delle sue squadre mobili un team che si occupa della violenza contro le donne. A Milano il vicequestore aggiunto Alessandra Simone, dirigente della sezione reati contro la persona, ha imparato che preparazione e tempestività sono metà del lavoro. Dice che sono aumentale le denunce per la violenza in famiglia e che «le vittime vanno sempre comprese mai compatite» e che ha notato una differenza enorme fra le donne vittime di stalking, «determinate a chiudere la relazione» e quelle che subiscono maltrattamenti in famiglia, «che invece sono più tormentate e spesso ci ripensano, ritirano la querela».
Infine ci sono i presidi medici. Ma cosa succede a una donna quando arriva al pronto soccorso? Se il Codice rosa è già procedura avviata in Toscana, nei grandi ospedali del centro-nord l’attenzione è massima ormai da tempo. «Quando arriva una donna con strane botte e ferite affermando di essere caduta dalle scale scatta subito l’allerta — racconta ancora Kustermann —. Sul tema è stata fatta una formazione specifica ai colleghi del pronto soccorso. Spesso queste donne sono accompagnate da uomini appiccicosi, enfaticamente premurosi, che non mollano un attimo la paziente e pretendono di parlare loro con i medici. Gli accompagnatori in questione vengono allontanati con un escamotage e nella stanza viene fatta entrare una psicologa. Accertati i fatti, viene offerto il percorso, l’aiuto logistico e legale. La denuncia non è obbligatoria per accedere ai servizi, è importante saperlo. Ma ancora più importante è sapere che dal quel momento non si è più sole».

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