Per la democrazia paritaria

Marisa Rodano

Roma – 23 luglio 2012

Ha suscitato molte polemiche, prima nell’aula, poi sul web e tra i movimenti delle donne il voto con il quale il Senato, nel corso del dibattito sulla riduzione del numero dei senatori, ha respinto con 155 voti contrari, 108 favorevoli e 23 astenuti un emendamento della senatrice  Giuliana Carlino dell’IDV, fatto proprio (con modifiche) da un buon numero di senatrici e senatori di diversi gruppi parlamentari,  con il quale si affermava che “la legge garantisce la parità di genere nelle assemblee elettive”. La formulazione era forse discutibile, ma l’intenzione chiara.  Sta di fatto che, oltre il gruppo dell’IDV,  soltanto il gruppo del partito democratico ha votato compattamente a favore; contro si sono espressi, salvo rare eccezioni, PDL, Lega nord, UDC e gli altri gruppi. Alcuni senatori hanno obiettato che il principio è già contenuto nell’articolo 51 della Costituzione; il PDL ha motivato il suo no perché non prevista analoga norma nell’articolo 1 del testo di legge che riduce il numero dei deputati, già approvato dalla Camera. Ma molte delle argomentazioni contrarie sollevate erano quasi farneticanti: ad esempio, il senatore Calderoli, il padre del Porcellum  si è permesso di asserire che non si può “garantire il risultato”, perché si vincolerebbe il voto degli elettori, come se non fosse già più che vincolato dalla sua legge elettorale attualmente vigente; per Andrea Pastore del PDL l’emendamento non era che un “megaspot elettorale per il genere femminile”; Donatella Peretti e Marco Perduca, radicali, si sono astenuti, perché l’emendamento non avrebbe tutelato i trans e “il diritto a cambiare genere”! Vien fatto di pensare che pur di escludere le donne, tutto fa brodo.

In sostanza il Parlamento sembra assai in ritardo nel comprendere che, oggi, più che mai, è urgente e necessario, sotto il profilo di una democrazia effettiva,  realizzare  la  partecipazione paritaria delle donne alla gestione della cosa pubblica, nelle istituzioni e nelle assemblee elettive di tutti i livelli. Esiste  una situazione gravemente contraddittoria.  Le donne italiane infatti sono oggi un soggetto rilevante nella società civile: molte si sono affermate nell’università, nella ricerca, nelle professioni, nella gestione di imprese, ma continuano a essere sottorappresentate e discriminate nella sfera politica. La percentuale di donne elette in parlamento nel 2008 è pari al 20,2 % (21,1% alla Camera e 18,4% al Senato); nelle elezioni per il Parlamento Europeo del 2009 è del 22,2% (16 donne su 72); nelle elezioni regionali del marzo 2010, le percentuali di donne nelle assemblee elettive regionali variano dai risultati massimi di Piemonte e Campania pari al 23,3% ai minimi di Basilicata e Calabria dove non hanno eletto nessuna donna. La situazione appare paradossale considerato il fatto che l’elettorato femminile è pari al 52% del totale dei/delle votanti.  L’Italia è agli ultimi posti sia in Europa che nelle graduatorie mondiali per presenza delle donne nei governi nazionali e locali e nelle assemblee elettive.

Continua invece a prevalere  nel parlamento un radicato maschilismo o quanto meno un riflesso di conservazione. E’ significativo, come ha sottolineato SNOQ, che il Comitato ristretto incaricato dalla I Commissione del Senato di discutere la riforma della legge elettorale sia composto da undici maschi…

Al massimo, sembra che il Parlamento sia  giunto ad accettare un sistema di quote riservate alle donne: ad esempio, nel disegno di legge 3290, approvato dalla Camera e attualmente all’esame del Senato, è prevista una quota del 30% di donne nelle liste per le elezioni amministrative. Da tempo i movimenti delle donne hanno abbandonato il termine “quote” e non le rivendicano più: le quote, infatti, sono uno strumento per garantire le minoranze, ad esempio le quote di invalidi o orfani di guerra nelle assunzioni negli uffici pubblici. Ma le donne non sono una minoranza, sono più della metà dei cittadini e degli elettori. Il tema oggi all’ordine del giorno è perciò quello della democrazia paritaria, sia perché le donne, da sempre largamente escluse dal potere, sono rimaste meno coinvolte nelle pratiche di scambio e di corruzione  purtroppo diffuse, sia, soprattutto, perché con la loro capacità di iniziativa e di cura, competenza e intelligenza, attenzione e cultura possono essere un soggetto decisivo dell’azione diretta a salvare l’Italia dal degrado e ad avviarne una rinascita.

Inoltre, la scarsa, inadeguata presenza di donne nei luoghi di decisione della politica è anche uno dei motivi per i quali, malgrado decenni e decenni di lotte, in Italia la disoccupazione femminile è ai livelli massimi rispetto agli altri paesi europei, la disparità salariale, malgrado leggi e contratti rimane, la progressione di carriera è per le donne lenta e difficile, i servizi sociali a sostegno delle madri lavoratrici gravemente insufficienti, la precarietà nel lavoro è la regola, la rappresentazione mediatica delle donne spesso offensiva della loro dignità.

Da anni si sono avanzate numerose proposte e susseguite, purtroppo senza grandi risultati, campagne per la parità di genere nelle assemblee elettive, quali la proposta di legge di iniziativa popolare dell’UDI concernente “Norme di democrazia paritaria” (50e50 ovunque si decide); le iniziative del “Laboratorio 50&50” dell’AFFI, di “Aspettare Stanca”, della “Lobby Europea delle Donne”, della Rete perla Parità, nonché  quelle a suo tempo assunte dalle Commissioni Nazionali di parità. 

 Nel tentativo di sbloccare la situazione 42 tra associazioni, gruppi e movimenti femminili, (tra cui SNOQ e associazioni di antica tradizione quali l’UDI e il CIF) hanno sottoscritto un “Accordo di azione comune per la democrazia paritaria” e si sono rivolte ai parlamentari, ai partiti politici, alla Commissione vigilanza Rai, per sollecitare modifiche alle leggi, che consentano eguaglianza di opportunità in coerenza con gli articoli 3 e 51 della Costituzione, nonché dei Trattati istitutivi dell’Unione Europea,  relativi alla promozione della donna nei ruoli decisionali, e nelle successive determinazioni (nella fattispecie il punto 3 del “charter per le donne” del Presidente della Commissione Barroso (5/3/2010) e il punto 3 della strategia per l’uguaglianza 2010-2015). E’ quanto meno singolare che dell’UE si tenga conto solo quando ci viene richiesta una politica di rigore!

Il Presidente della Repubblica, durante un incontro con una delegazione dell’Accordo ha espresso interesse. Anche molte delle associazioni aderenti hanno adottato proprie iniziative su tale argomento: insomma l’azione dell’accordo ha accresciuto l’impegno dei movimenti delle donne per  la presenza delle donne nei luoghi di decisione.

Premesso che nessun sistema elettorale di per sé garantisce alle donne pari opportunità,  le associazioni aderenti all’accordo chiedono che, quali che siano i metodi elettorali adottati,  vengano inserite norme di garanzia per la presenza paritaria delle donne nelle liste e per assicurare parità di opportunità per essere elette, introducendo la doppia preferenza di genere (inserita solo nel disegno di legge 3290 per le elezioni amministrative) o i nomi alternati per genere nelle liste bloccate, collegi binominali o quanto meno il twinning (i collegi appaiati sperimentati in Inghilterra dal labour party). Chiedono, inoltre, che siano previste sanzioni non soltanto pecuniarie in caso di mancato rispetto delle disposizioni nonché autorità capaci di emanarle. Norme di garanzia dovrebbero essere inserite anche nella legge elettorale attualmente in vigore qualora il Parlamento decidesse di  mantenere tale legge per le prossime elezioni. Si chiede altresì che gli eventuali rimborsi elettorali vengano commisurati in percentuale al numero delle elette e  degli eletti e che norme per una effettiva parità negli organi decisionali vengano introdotte nella legge in discussione sullo status dei partiti politici.

Le prossime settimane saranno decisive, dato il calendario degli argomenti in discussione. E’ il momento di moltiplicare le pressioni e le iniziative. In ogni caso le associazioni aderenti all’accordo sono convinte, che, al di là delle norme legislative, sia determinante un cambiamento dei comportamenti delle forze politiche e, a tal fine, ritengono indispensabile  che esse assumano il principio della parità di sesso nelle candidature e adottino metodi di scelta delle candidature che coinvolgano la società civile; tengano conto dei curricoli e dei requisiti delle candidate e dei candidati, delle competenze, dei rapporti con il territorio; che, quando previste, e quando i contesti garantiscano di poterle effettuare nella trasparenza, nel rispetto degli elettori e elettrici e delle pari opportunità dei candidati e delle candidate, promuovano elezioni primarie aperte e regolate.

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