Sefi Idem, la mamma di tutti i Giochi

4 Agosto 2012

La Repubblica

Concita De Gregorio

La famiglia Guerrini di Ravenna occupa un tavolo intero del ristorante a buffet dell’albergo a due passi dalla Legoland inglese, tavoli e famiglie allineati a pranzo, navetta per il parco giochi, pacchetto tutto compreso con gita al castello di Windsor facoltativa.
I Guerrini sono in sette. Padre madre due figli, amica con figlio piccolo, zia. Jonas, che ha nove anni, ha comprato sette nuovi personaggi Lego. «Mamma ci torniamo domani?». «No, domani no. Ci sei stato ieri». «Dai, mamma». «Poi ne parliamo, Jonas. Ora perché non vai ai gonfiabili?». Janek, che ne ha 17, traffica con l’iPad. Il padre fa la spola al buffet. Oggi è una giornata di “scarico”, la mamma si riposa. Da domani ricomincia a lavorare che martedì ha le batterie e le semifinali della sua ottava olimpiade. Ottava. La prima è stata a Los Angeles 28 anni fa. «Ho detto no, Jonas. Non insistere». Sorriso.
Una preparazione alla gara come quella di Sefi Idem non l’avete mai vista. «La squadra portoghese ha mandato gli atleti in Polonia per concentrarsi. Io mi concentro con le persone che amo, la mia squadra sono loro. Vinciamo o perdiamo tutti insieme e va sempre bene. Lo sport non è tutto nella vita. È una passione e un lavoro. Non sono una canoista: faccio la canoista, è diverso. Averli accanto me lo ricorda ogni minuto».
Fuori la campagna inglese di Old Windsor, spettacolare. Vento forte, freddo estivo. Sefi in maglietta. Guglielmo Guerrini, che se ne è innamorato una sera a Praga ed è diventato il suo allenatore, non smette di guardarla come quel giorno. Quarantotto anni, una bellezza. «Il corpo cambia e la testa lo governa. Bisogna assecondare la vita come le condizioni sul campo di gara, non opporsi: a Pechino fa caldo? Fa caldo. A Londra c’è vento laterale? Vediamo a cosa può servire. Ci ho messo trent’anni a imparare che la fortuna te la costruisci con le tue mani, ma la buona e la cattiva sorte ti toccano e basta, ci devi stare dentro. Ai mondiali del 2010 avevo 50 chili di erba agganciata al timone: cosa ci potevo fare? Niente. Una lezione: ci sono volte in cui avvilirsi è inutile». Mamma, ho fame. Ma se abbiamo appena pranzato, Jonas. «Un giorno ai mondiali del 2005 mi si è avvicinata la campionessa in carica, mi ha chiesto se poteva sedersi accanto a me a tavola e mi ha detto: le porto i saluti di mia madre. Avevo gareggiato contro la sua mamma vent’anni prima. Federica dice: sono otto anni che tiro. Beh, io sono 28. Ma con le nipoti no, smetto prima. Ci siamo quasi, questa è l’ultima». Los Angeles, Seoul, Barcellona, Atlanta, Sydney, Atene, Pechino, Londra. Un oro, due argenti, due bronzi. I migliori risultati a cavallo dei 40 anni. A Pechino, a 44 con le adolescenti in gara, argento per cinque millesimi di secondo. In mezzo i due figli. Janek è nato fra Barcellona e Atlanta. Jonas Sydney e Atene. Janek ha 17 anni e ha fatto cinque Olimpiadi. Jonas ne ha 9 e ne ha fatte 3. Ti ricordi Pechino, Jonas? «Sì, facevo collezione di pins». E tu Janek, ti ricordi Atene? «Certo, ero con papà sul camion che seguiva la gara a bordo fiume. Ai 400 ho cominciato a piangere. È normale no? D’altra parte si chiama così la zona riservata ai familiari nelle tribune di gara: kiss and cry zone. Ci siamo cresciuti». Ci sono cresciuti. Guglielmo, il padre: «Quando Janek era piccolo lo portavo con me a seguire le gare nel marsupio, in bicicletta. Sefi alle Olimpiadi di Atlanta lo allattava. Non l’abbiamo mai lasciato. Jonas neppure, i figli stanno coi noi». Janek oggi è un adolescente con la media del nove al liceo classico, ha la ragazza, vuole studiare a Berlino. Jonas ascolta e gioca al Lego. Occhiali rossi, capelli biondi. La madre non lo perde mai di vista. «Una volta ho gareggiato ai mondiali 3 mesi e 24 giorni dopo il parto. La mattina delle semifinali eravamo al pronto soccorso perché Jonas aveva la febbre. Sono arrivata quinta. Alla preparazione di queste Olimpiadi è venuto in Spagna con noi: ci mandavano i compiti per e-mail nel fine settimana». Con noi, con lei e Guglielmo. «L’ho conosciuto a Nimburg, vicino a Praga. Era in ritiro con la sua squadra di pallavolo, io con la nazionale tedesca. Ha fatto l’italiano. Del resto da ragazzo era bagnino a Riccione. Pensavo che puntasse Andrea, la mia compagna: tutti puntavano Andrea. Invece una sera ha cucinato degli spaghetti piccantissimi poi è venuto da me a chiedermi di ballare. Dici a me? Ho domandato. Nonostante gli spaghetti, sono andata». Era l’87. Le olimpiadi di Seoul non sono andate bene. «Lui mi ha detto: se vuoi ti alleno io. Un anno e tre mesi dopo la sera degli spaghetti mi sono trasferita da lui. Ci siamo presi la cinese, siamo stati 15 giorni a letto a giocare a battaglia navale. Nel ‘90 ho gareggiato con l’Italia per la prima volta. L’8 settembre ci siamo sposati».
Lui: «Io non so andare in canoa. L’atleta è sempre più bravo dell’allenatore, se no gareggerebbe l’allenatore. Bisogna solo ascoltarlo. Sefi ha sempre avuto il dono di far scorrere la barca ma non sapeva perché. Io vedo i problemi nella teoria, insieme li risolviamo nella pratica». Fatto sta che in Italia Josefa ha ricominciato a vincere. Oro a Sydney, argento ad Atene. I figli neonati come doping. «Mi dispiace, ma noi non riusciamo a stare al villaggio olimpico. È una tale distrazione. Una confusione che mangia i pensieri. Noi stiamo qui da soli in famiglia, come durante l’anno non riusciamo a stare quasi mai. Una volta un allenatore tedesco ci ha visti e mi ha detto: sei venuta in vacanza, hai portato la famiglia? Gli ho risposto: noi gareggiamo tutti». Silvia Capone, la fisioterapista di Forlì che le ha rimesso a posto la spalla, annuisce: è venuta col figlio dodicenne amico di Jonas. «Questo è un lavoro. La gente pensa che lo sport sia un passatempo, tutti ti chiedono sempre cosa farai quando smetti. Ma smetti cosa? È il mio mestiere. Se ci sono la passione, il risultato, un minimo di rientro economico: voi smettereste di fare il vostro lavoro a queste tre condizioni? Io capisco la Vezzali. Valentina fa bene a continuare. Il bronzo individuale di Londra aggiunge valore alla sua carriera, non lo toglie. Si cambia, non siamo robot: il sorriso sul podio al terzo posto l’ha resa migliore. E poi guardavo ammirata la giovane Arianna: uno spettacolo la sua scherma, non ha mai un dubbio. Però se sei la più brava e alla fine non vinci è perché la vita ti sta mettendo sotto il naso una lezione che devi ancora imparare. È una fortuna: c’è qualcosa che devi ancora scoprire di te». Mamma dai andiamo? Sono due ore che sei lì… «Ora andiamo Jonas. Anche Federica, mi dispiace che la attacchino così. Se vuol fare la tv ed è brava a farla che la faccia. Sulle donne si accaniscono, quando facevo l’assessore a Ravenna mi dicevano come fa a lavorare se fa anche l’atleta e non dicevano mai la stessa cosa a un assessore uomo che faceva l’avvocato. Ho imparato tanto anche dalla politica. Preferisco lo sport, alla fine. In allenamento la pagaia e la barca possono essere i tuoi avversari ma in gara devono diventare i tuoi alleati». Mamma, uffa. Andiamo Jonas, vai a chiamare Janek. No, Legoland ho detto no. Magari andiamo al castello. «Rio no, direi di no. Questa è l’ultima. Poi vedremo, a 52 anni… ma ho altri progetti, vorrei scrivere storie di grandi atleti che hanno lasciato, ho già parlato con Ulrike Meyfarth e Heine Drechsler, vorrei essere capace di descrivere le persone al di là di quello che fanno: cosa le spinge, cosa le frena. Magari chiedo una mano a Janek, che è così saggio. Il mio grande uomo, il mio figlio».

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