194: la battaglia continua

Il 70% dei ginecologi nelle strutture pubbliche (più dell’80% al Sud) è obiettore di coscienza e in molte province non è possibile fare aborti terapeutici. Il Comitato nazionale per la bioetica della presidenza del consiglio dei Ministri ha di fatto associato l’obiezione di coscienza a un diritto fondamentale sorvolando sulla questione della salute della donna. Facciamo il punto su uno scandalo tutto italiano

08 Agosto 2012

D La Repubblica

Camilla Gaiaschi

Millecinquecento euro se sei immigrata. Un mese di attesa se sei italiana. Le vie per rendere inapplicabile la 194 – la legge che in Italia consente e regola l’aborto – sono molte. E le denunce che le associazioni raccolgono sempre più disperanti. È il caso di S.G., bergamasca trentottenne, sposata con due figlie: a fine giugno decide di abortire e si rivolge al medico curante il quale, scegliendo tra le strutture che garantiscono l’interruzione volontaria di gravidanza (Ivg), la dirige sull’ospedale di Calcinate. È alla quinta settimana, la accoglie una dottoressa che le fissa la prima visita trenta giorni dopo, aggiungendo che se si dovessero superare i 90 giorni “il bambino se lo dovrà tenere”. “Un’esperienza traumatica” ricorda S.G. “alle mie richieste di anticipare l’intervento il medico ha risposto picche, salvo poi minacciare che oltre i 90 giorni non sarebbe stato possibile”. Non solo: “Mi è stato detto che avrei dovuto sottopormi a un colloquio con uno psicologo”, non previsto per legge, “ma ciò che mi ha più ferito è stato il clima di disapprovazione nei confronti della mia scelta, pur trovandomi in un evidente stato di fragilità emotiva”. Quella di S.G. – che si è poi rivolta al consultorio e in meno di due settimane si è sottoposta all’intervento al Civile di Brescia – è una delle tante storie che ogni giorno arrivano a Vita di Donna, un’associazione che offre supporto a chi intende effettuare l’Ivg in un paese dove secondo i dati ufficiali il 70% dei ginecologi nelle strutture pubbliche (più dell’80% al Sud) è obiettore di coscienza. “L’assistenza gratuita è a rischio” spiega Lisa Canitano, ginecologa e presidente dell’associazione, “le donne italiane vengono spinte a rivolgersi alle cliniche private, a quelle straniere viene chiesto di pagare la prestazione”. L’ideologia fa infatti il paio, oggi, con la crisi economica che spinge le Asl a fare cassa sugli immigrati non applicando i protocolli (gratuiti) previsti per i pazienti extracomunitari (Stp) o per gli europei non residenti (Eni): “Crescono i disagi per le donne straniere” racconta Canitano, “un mese fa a una donna marocchina l’ospedale di Varese ha chiesto 1.500 euro per un’Ivg, una settimana fa è toccato a una cinese essere rimbalzata dal consultorio di Novara perché aveva il tesserino sanitario scaduto”. In questo caso la morale c’entra poco, ma il risultato è lo stesso e concorre ad aumentare le statistiche ufficiali del ministero della Salute (peraltro datate nonostante l’obbligo, previsto dalla 194, di aggiornarle ogni anno) sull’obiezione di coscienza. A fronte di un dato ministeriale dell’80,2% di ginecologi obiettori per il Lazio, un sondaggio diffuso a metà luglio dalla Laiga – la libera associazione italiana ginecologi per l’applicazione della legge 194/1978 – indica una percentuale del 91,3%. “E numeri analoghi, ancorché incompleti, li stiamo raccogliendo in Lombardia e Campania”, spiega Anna Pompili, ginecologa del direttivo Laiga che punta il dito sulle conseguenze, sempre più evidenti, dell’obiezione di coscienza: migrazione dei diritti e clandestinità. “Sulle 31 strutture pubbliche del Lazio, in 9 non si eseguono Ivg e per far fronte a questa situazione si ricorre ai professionisti esterni i quali però non possono seguire gli aborti terapeutici (oltre il 90° giorno) in quanto questi ultimi necessitano di un ricovero su più giorni. Nelle province di Rieti, Viterbo e Frosinone non c’è un solo ospedale in cui si effettua l’aborto terapeutico e le donne sono costrette a spostarsi in altre strutture”. Tutto ciò si ripercuote sui tempi di attesa che, dilatandosi, “aumentano il rischio di complicazioni durante l’intervento” e spingono le donne al fai-dai-te, con “le pillole per abortire facilmente acquistabili su internet o da medici compiacenti”, mentre ancora pochissimi ospedali distribuiscono la Ru486 con cui si effettua l’aborto farmaceutico. E mentre i non obiettori alzano la voce con la campagna “Il buon medico non obietta” lanciata a giugno dalla Consulta di Bioetica Onlus (Leggi l’articolo di D.it), le istituzioni sono passate al contrattacco: in un controverso (e non richiesto) parere, a fine luglio il Comitato nazionale per la bioetica della presidenza del consiglio dei Ministri, con un solo componente che si è dissociato (Carlo Flamigni), ha di fatto associato l’obiezione di coscienza a un diritto fondamentale sorvolando sulla questione della salute della donna. Il braccio di ferro per la laicità continua.

Link articolo: http://d.repubblica.it/argomenti/2012/08/08/news/194_aborto_terapeutico-1199502/

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