Tutte le donne di Venezia

Alla mostra del Cinema sono presenti, per la prima volta, 21 registe con altrettanti film, un terzo della produzione complessiva. Da Comencini a Bier a Cavani, eccole una per una.

Mercoledì 22 Agosto 2012 21:36
Adriana Terzo per Redazione di GiULiA Giornaliste
 
 Donne in pole position, un po’ ovunque. E non poteva mancare la strizzatina d’occhio che arriva anche dalla mostra del Cinema di Venezia che, guarda un po’, sfodera ben 21 registe con altrettanti film a fronte di 60 pellicole, un terzo netto della produzione complessiva dei film presenti. Quattro autrici in concorso (Francesca Comencini, Valeria Sarmiento, Jessica Woodworth e Rama Burshtein), più altre otto Fuori Concorso e nove nella sezione Orizzonti. Che la necessità di una Pari Opportunità sia arrivata fin qui? Non ci sarebbe stato nulla di strano. Ma Alberto Barbera, direttore di questa 69a edizione, ha escluso questa ipotesi. Presentando i film alla conferenza stampa di Roma a fine luglio, ci tenne a sottolineare che la presenza in concorso delle quattro film directors e di tutte le altre, non aveva niente a che fare con le quote rosa. Par di capire: le abbiamo scelte perché sono brave. Ovviamente, siamo d’accordo. E aggiungiamo che anche noi non avremmo mai voluto scrivere questo articolo che vorrebbe squarciareil velo sul tema “come mai quest’anno ci sono così tante registe ad un concorso internazionale di cinema”? Perché riteniamo che semplicemente ci sono i film, le sceneggiature e chi fa bene il proprio mestiere, a prescindere dal genere di appartenenza. Ma siccome le cose, come purtroppo rileviamo tutti i giorni, non stanno proprio così, plaudiamo per la scelta il direttore Barbera ricordando, per esempio, che all’ultimo Cannes risultò piuttosto imbarazzante l’assenza femminile sul fronte regia. E rammentando che le 21 registe-portabandiera, baluardo di una presenza che stenta ancora a farsi riconoscere, forse andrebbero salvaguardate come i Panda. Oppure raccontate.Cominciamo da Mira Nair, cineasta simbolo del cinema indiano degli ultimi venticinque anni, cui è stata affidata l’apertura della mostra mercoledì 29 agosto e che torna al Lido per la quinta volta con The Reluctant Fundamentalist (Fuori Concorso). 57 anni, da anni trapiantata a New York, la regista e sceneggiatrice una volta si è portata a casa il Leone d’oro tra mille polemiche con Monsoon Wedding premiato da Nanni Moretti che quell’anno (era il 2001) presiedeva la giuria. Un verdetto controverso – ancora oggi è argomento di discussione – che però le diede la fama internazionale. Passata, nel tempo, da film di impegno sociale che l’hanno fatta conoscere fuori patria (come Salam Bombay e Mississipi Masala) a opere più commerciali. Del Fondamentalista Riluttante, arrivato dopo il deludente Ameliae tratto dall’omonimo romanzo best seller di Mohsin Hamid, si dice che mostri le tante contraddizioni del mondo (soprattutto americano) dopo l’11 settembre e l’incapacità per l’Occidente e l’Islam di parlarsi. Figuriamoci di capirsi. Al centro della storia il pakistano Changez impiegato a Wall Street, la cui vita viene stravolta dopo l’attacco alle Torri Gemelle. Coproduzione internazionale (India, Pakistan, Usa e Qatar) e un cast misto di attori anglo-pakistani, indiani e americani tra cui Riz Ahmed, Kate Hudson e Liev Schreiber, il film sfodera anche una nuova canzone di Peter Gabriel.Regista con alle spalle un’attività ultradecennale, tra le fondatrici e promotrici del movimento Snoq (Se non ora quando) insieme alla sorella Cristina e autrice, fra gli altri di Carlo Giuliani sui fatti di Genova e il documentario In fabbrica, Francesca Comencini quest’anno sarà in Laguna per la seconda volta (la prima nel 2009 con Lo spazio bianco) con Un giorno speciale. Tratto liberamente dal romanzo di Claudio Bigagli Il cielo con un dito, è il terzo film italiano scelto a sorpresa dopo gli altri due in Concorso È stato il figlio di Daniele Ciprì e Bella addormentata di Marco Bellocchio. Commedia a basso costo girata tra marzo e aprile nella capitale, racconta della stramba giornata di due giovani, Gina e Marco dove lei (Giulia Valentini) aspira ad entrare nel mondo dello spettacolo attraverso la scorciatoia di una spinta dal politico di turno, e lui (Filippo Scicchitano, rivelazione di Scialla!) è l’autista che deve accompagnarla all’appuntamento. Storia d’amore e di precariato, fra ambizioni deviate e dura realtà.Rama Burshtein, prima volta a Venezia e prima volta in un lungometraggio di finzione, Fill the Void (titolo originale Lemale Et a’Chalal). Newyorkese di nascita, per la 43enne regista e sceneggiatrice il cinema è uno strumento di espressione per la comunità ortodossa ebraica per la quale ha scritto e diretto numerosi lavori. Qui racconta la storia di Shira che la famiglia vuole in sposa al cognato, rimasto vedovo di sua sorella. Seguirà le ragioni del suo cuore innamorato di un altro o accetterà il sacrificio che la comunità le chiede?Valeria Sarmiento, cilena di nascita ma francese di adozione, ha voluto un cast stellare per il suo Les Lignes de Wellington ambientato al tempo di Napeoleone, durante l’invasione francese del Portogallo. Vi figurano infatti Catherine Deneuve, Chiara Mastroianni, Michel Piccoli, John Malkovich, Marisa Paredes, Christian Vadim, Vincent Lindon e circa 5.000 figuranti. Storico, collettivo e in costume, il film racconta in particolare la resistenza a Torre Vedras del generale Wellington e la triste evacuazione dei paesini intorno dove i civili vengono sballottati di qua e di là, a causa della guerra, per aver salva la vita. Valeria, vedova del grande regista cileno Raúl Ruiz, di cui è stata per anni collaboratrice, montatrice e autrice, ha finito di dirigere il film dopo la morte del marito avvenuta la scorsa estate. Già a Venezia nel 2002 con Rosa la China, con storie di politici, pregiudicati, amanti, clienti di una famosa casa da gioco clandestina a Cuba.

Infine, quarto nome in Concorso la quarantenne regista e produttrice belga Jessica Woodworth che presenta La cinquième saison in collaborazione con il regista conterraneo Peter Brosens, con cui condivide la passione per l’etnografia. Il film è il terzo di una trilogia iniziata con Khadak ambientato tra le steppe della Mongolia dove un gregge viene colpito dalla peste, e Altiplano girato nelle Ande peruviane in preda all’avvelenamento da mercurio. I due registi concludono la loro spettacolare ricerca con La quinta stagione nelle Ardenne e incentrano la loro storia a Condroz dove un evento climatico stravolge il quieto vivere. Octave, Alice e Thomas, tre bambini del villaggio cercano di dare un senso a questo cambiamento climatico…Solo l’arrivo di un fioraio porterà speranza a un paese ormai preda di violenze e ciechi egoismi.

E veniamo alla pattuglia delle Fuori Concorso, cominciando dalla pluripremiata Susan Bier di cui abbiamo apprezzato il bellissimo In un mondo migliore, premio Oscar 2010 per il miglior film straniero, e in epoche più remote Non desiderare la donna d’altri che la fa conoscere in tutto il mondo e che si aggiudica nel 2005 il titolo di miglior film atraniero al Sundance Film Festival, e Dopo il matrimonio che ottiene la nomination all’Oscar. Bier, classe 1960, da Copenaghen, è la regista scandinava più influente del momento. A Venezia porta Love Is All You Need, commedia romantica in cui si fronteggiano due famiglie danesi riunite per un matrimonio in Italia: che succede quando il padre dello sposo si innamora della madre della sposa? Protagonista l’ex James Bond, Pierce Brosnan. Quindi Forgotten della regista tedesca, esordiente nel lungometraggio, Alex Schmidt con un horror che sarà proiettato a mezzanotte. Trama: due amiche d’infanzia, Hanna e Clarissa si incontrano di nuovo dopo 25 anni e decidono di tornare insieme su un’isola dove avevano passato un tempo le vacanze. Ma saranno assediate dai fantasmi del passato…Il titolo è entrato all’ultimo momento tra le sorprese della Mostra insieme a The Master, l’attesissimo nuovo film del regista americano Paul Thomas Anderson (Magnolia, Il Petroliere) e a Come voglio che sia il mio futuro?, progetto di Ermanno Olmi realizzato da Maurizio Zaccaro e Convitto Falcone di Pasquale Scimeca, omaggio al magistrato ucciso dalla mafia.

Le altre cinque registe partecipano tutte con documentari. A cominciare dalla nostra Liliana Cavani che presenta Clarisse, “nato per caso, spontaneo, senza prove e nulla, dal ricordo di un incontro e da un colloquio con le Clarisse che aveva suscitato in me una sensazione di freschezza e d’intelligenza”, come la stessa regista italiana ha raccontato recentemente. Sfiorando il muro è stato realizzato dalla giornalista e scrittrice padovana Silvia Giralucci, figlia di Graziano, agente di commercio in articoli sanitari e giovane militante dell’Msi-Dn, appassionato di rugby e fondatore della società sportiva Cus Padova, ucciso assieme a Giuseppe Mazzola il 17 giugno 1974 dalle Brigate Rosse nella sede dell’Msi di via Zabarella, a Padova. Il lavoro, cammino a ritroso nell’infanzia segnata da un episodio che ha segnato anche la storia del Paese, è firmato con Luca Ricciardi. Con Daniele Incalcaterra, con il quale ha fondato nel 1996 l’Atelier Video a Palermo e collaborato ad altri documentari, Fausta Quattrini, nata a Locarno, ex ballerina e architetta, presenta El impenetrable. Sorta di moderno western, l’opera racconta di una terra ereditata nella regione paraguayana del Chaco che il propietario vorrebbe trasformare in parco nazionale. Ma i suoi vicini, petrolieri, coltivatori di soia transgenica e allevatori, non contenti del progetto, lo osteggeranno in tutti i modi. Infine, Hinde Boujema e Lyubov Arkus. La prima, laureata in marketing all’istituto Economico di Bruxelles, che si presenta con un instant-documentary, It Was Better Tomorrow, sulla rivolta tunisina vissuta al femminile; la seconda, ucraina, scrittrice ed editrice classe 1960, fondatrice della rivista Seance e attualmente docente all’Università di San Pietroburgo nel dipartimento di Arte cinematografica. A Venezia presenta Anton’s Right Here sulla vicenda di Anton, ragazzo autistico in un’esistenza in bilico tra i muri scrostati della casa di periferia in cui vive e il temuto ospedale psichiatrico che sta per accoglierlo.

Per quanto riguarda le altre registe della sezione Orizzonti, ricordiamo innanzitutto Haifaa Al Mansour, prima e al momento unica cineasta proveniente dall’Arabia Saudita, alla Mostra con Wadjda. “Questo mio primo film racconta la voglia di una ragazzina undicenne di diventare una ciclista in una societàà – la mia – che vieta alle donne di praticare sport considerati per soli uomini”. Prima imra’a, dunque, ad aver impugnato una cinepresa, Haifaa ha alle spalle una discreta esperienza di cortometraggi che ha iniziato a girare dal 2000, aprendo la strada a un movimento indipendente di registe che hanno seguito il suo esempio. Per il suo Wadjda ci sono voluti tre anni, primo film interamente girato sul territorio, con un cast tutto saudita in un Paese in cui non esistono sale cinematografiche. ”L’unica possibilità che abbiamo per vedere un film, è guidare chilometri e chilometri, fino ad arrivare in Bahrain. Oppure ci sono i dvd e le proiezioni private”, rimarca la regista.

Per Yesim Ustaoglu, talentuosa regista e sceneggiatrice di origini turche che ha diretto il suo quinto lungometraggio Araf- Somewere in Between, dopo i tanti premi vinti sia in patria che all’estero (basti citare Journey to the Sun come Best European Film e Pandora’s Box, vincitore per il miglior film e per la miglior interpretazione femminile al festival di San Sebastian), venire a Venezia rappresenta un ulteriore tassello alla sua brillante carriera. Il suo corto narra di due diciottenni, un ragazzo e una ragazza, alle prese con la monotonia del proprio lavoro, una stazione di servizio autostradale, e i finti sogni alimentati dalle immagini che vedono in tv. Si scontreranno con la durissima realtà delle piccole tragedie di tutti i giorni.

In una piccola casa isolata nelle campagne algerine, Ouardia ha prima seppellito il figlio Tarik, poi si dedica all’arrivo imprevisto del bambino di Malia, morta di parto. Ma il suo è un universo devastato dal dolore e segnato dalla siccità. Questa, in brevissima sintesi, la trama del cortometraggio Yema dell’algerina Djamila Sahraoui, classe 1950, laureata in letteratura ad Algeri e poi in regia e montaggio all’Idhec di Parigi dove si è trasferita da anni. Dopo aver vinto diversi premi come documentarista, Sahraoui ha diretto Barakat! sull’amicizia fra due donne in un’Algeria ancora vittima del fanatismo integralista.

Jazmin Lopez, in Laguna con Leones, è nata a Buenos Aires nel 1984 dove si è laureata in Film Direction all’universidad del Cine, e dove insegna attualmente. Ha diretto i corti Parece la pierna de una muñeca, Juego Vivo e Te Amo y Morite presentati in diversi festival. Leones è un fanta-film che racconta di Isabel sopravvissuta ad un incidente mortale dove quattro suoi coetanei sono apparantemente morti. In una sorta di delirio di vita, i cinque giovani si ritrovano a vivere la quotidianità ma in agguato c’è una scioccante verità.

Infine, i lavori delle cinque registe che partecipano nella sezione Orizzonti-Cortometraggi. Che sono: l’australiana di origini italiane Paola Morabito, la spagnola Celia Rico Clavellino, la francese Constance Meyer, e la paraguaiana Renate Costa che ha firmato il suo corto con la finlandese Salla Sorri. Cominciamo da Morabito, che a Venezia propone I’m the One, produttrice e disegnatrice di costumi che deve la sua popolarità a Jane Campion che l’ha voluta come aiuto regista sia per In the Cut che per Bright Star. E che lei ha corrisposto con il documentario Working with Jane. Celia Rico Clavellino vive e lavora a Barcellona. Luisa no està en casa è il suo cortometraggio d’esordio. Constance Meyer è l’autrice di Frank-Etienne vers la béatitude con Gerard Depardieu, suo secondo corto. Renate Costa, che ha studiato alla scuola internazionale di cinema di Cuba, e Salla Sorri, che recita, insegna e produce, presentano Resistente.

Ma le novità non si fermano qui. Perché, proprio alla creatività femminile (e al nuovo cinema taliano) sono dedicate quest’anno le Giornate degli Autori. Tra i dodici film nella Selezione Ufficiale, spiccano quattro titoli realizzati da registe. Tra cui l’esordio alla regia dell’attrice palestinese Hiam Abbas con Heritage e Stories we tell di Sarah Polley. Le donne quest’anno saranno celebrate anche nella sezione Women’s tale, realizzata grazie a una partnership con Miu Miu: verranno presentati i video di quattro registe che raccontano l’universo femminile, da Zoe Cassavetes a Giada Colagrande. Colagrande è anche regista di uno dei cinque film della sezione Eventi Speciali, con un lungometraggio sulla collaborazione tra Bob Wilson, Marina Abramovich e Willem Dafoe. Con lei in questa sezione, fra gli altri, ci saranno il film di Costanza Quatriglio sul ‘900 italiano.

Non poteva mancare la chicca, ovvero il piccolo documentario di Alessandra Cardone, My Friend Johnny che racconta l’incontro tra Johnny Depp e un suo amico veneziano, un ristoratore che, dall’epoca delle riprese del film The Tourist, quando lo aveva sempre a cena, e non ha più smesso d’aspettarlo. «Ho voluto raccontare come un incontro fortunato possa rivelarsi un boomerang”.

Viva le donne, dunque, a Venezia. Un tormentone che non ci stancheremo di ascoltare poiché giustificato anche dalle quattro della giuria ufficiale (le attrici Laetitia Casta e Samantha Morton, la regista Ursula Meier e l’artista Marina Abramovic), con madrina d’eccezione Kasia Smutniak, che presiederà anche alla cerimonia di premiazione.

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