Le quote rosa sono necessarie?

Il Regno Unito dichiara guerra alle quote di genere nei cda mentre una ricerca dimostra che invece nel sud Europa (e non solo) sono ancora necessarie. Grazie ad esse entro il 2017 la presenza femminile nei board aziendali potrebbe raggiungere il 25%. In Italia siamo fermi a un misero 8,4%

Venerdì 7 Settembre 2012

D La Repubblica

Camilla Gaiaschi

Tempismo perfetto: mentre il Regno Unito dichiara guerra alle quote di genere nei cda, uno studio della società di ricerca Egon Zehnder International mostra che la presenza delle donne nei board delle aziende europee, pur in crescita, è ancora bassa. E che le azioni positive per incentivarne l’ingresso funzionano eccome. Con buona pace della campagna “anti-quote” che sta prendendo forma sul Vecchio Continente.

Ieri il polverone alzato dal Financial Times: il quotidiano britannico ha intercettato e pubblicato una lettera messa a punto dal governo inglese nella quale si invitano i paesi dell’Unione europea a bloccare la direttiva presentata lunedì dalla commissaria per la Giustizia, i Diritti fondamentali e la Cittadinanza Viviane Reding sulle quote di genere nei cda delle società quotate e pubbliche. Il provvedimento, che potrebbe essere votato entro il prossimo mese – prevede una soglia minima del 40% di donne ai vertici societari nei 27 paesi dell’Ue.

La lettera elaborata dal Regno Unito – che nelle intenzioni del governo sarà inviata alla stessa Reding e al presidente della Commissione José Barroso – avrebbe incassato l’apprezzamento di dieci paesi tra cui la Svezia. Il “no” del Paese scandinavo non è di poco conto: seconda in Europa dopo la Norvegia con il 24,6% di donne nei consigli delle società quotate, la Svezia, assieme a Finlandia e Danimarca (e a differenza della stessa Norvegia), ha raggiunto questi obiettivi senza bisogno di dover ricorrere a delle quote. Il suo caso è il più citato tra i fautori anti-quote che però dimenticano ciò che due studiose svedesi – Drude Dahlerup e Lenita Freidenvall – sostengono da tempo nelle loro ricerche sulla rappresentanza politica: la Svezia, per arrivare dove è arrivata, ha messo in campo tutta una serie di strategie “alternative” per incentivare l’ingresso delle donne nei luoghi decisionali tanto da rendere le quote sostanzialmente inutili.

Dove invece queste strategie mancano – è il caso dei paesi del Sud Europa, ma non solo – l’obbligo si rende necessario per velocizzare il processo. Il modello svedese, sostengono insomma le due ricercatrici, non può essere un modello per tutti. E i numeri di Egon Zehnder diffusi questa mattina lo dimostrano: la Francia che ha introdotto le quote nei cda nel 2010, ha visto letteralmente schizzare in alto la percentuale di donne nei board negli ultimi due anni passata da un misero 12,4% al 20,5%. Lo stesso vale per il Regno Unito, oggi a quota 18,2% (dal 13,3%), dove è bastata la minaccia.

Quanto al resto del Continente, i dati raccolti presso 353 aziende in 17 paesi sono a luci e ombre: i tassi di crescita sono elevati ma i numeri in valore assoluto restano ancora modesti. Le donne oggi rappresentano il 15,6% dei consiglieri, in aumento dal 12,2% nel 2010 e dall’8% nel 2004. Le società con almeno una donna sono l’86% (dal 61% nel 2004) e quelle senza nemmeno una donna tendono a scomparire. Se questi trend dovessero proseguire, entro il 2017 la presenza femminile nei board aziendali potrebbe raggiungere il 25%: “Le nostre statistiche suggeriscono che ci troviamo a un punto di svolta – spiega l’ad e presidente di Egon Zehnder Damien O’Brien – tra cinque anni un consigliere su cinque potrebbe essere donna”. Spesso però l’ingresso delle donne nei cda non equivale a un reale coinvolgimento nei processi decisionali: le donne rappresentano solo il 4,8% dei ruoli esecutivi e solo nel 2% dei casi ricoprono la presidenza. I dati – ed è questo forse l’elemento più preoccupante – non sono in crescita rispetto al 2010: “La sfida per il futuro – continua O’Brien – è garantire un maggior numero di donne nelle fila esecutive”. Per raggiungere la leadership, insomma, la strada è ancora lunga. E l’Italia – dove però le statistiche presentate oggi non hanno ancora recepito la legge Golfo-Mosca sulle quote di genere nei cda delle società quotate entrata in vigore il 12 agosto – resta fanalino di coda. Per ora, il nostro paese deve accontentarsi di un misero 8,4% di donne nei board, poco meglio del Portogallo (4,7%), dell’Austria (8%) e del Lussemburgo (6,1%). E un terzo delle società, alla pari di Grecia e Olanda, è ancora monocolore.

Link articolo: http://d.repubblica.it/argomenti/2012/09/07/news/quote_rosa-1240853/?fb_action_ids=10151165228147240&fb_action_types=og.recommends&fb_source=aggregation&fb_aggregation_id=246965925417366

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