Lettera aperta a Mario Calabresi su come vengono date sul suo giornale le notizie dei femminicidi

Giovedì 18 Ottobre 2012 08:47

Sito di Michela Murgia

Michela Murgia

Scrittrice

Caro Mario, questo articolo lo ha scritto Patrizio Romano ed è uscito su La Stampa, il giornale che tu dirigi, il 12 ottobre scorso. La morte di cui dà notizia è il 99° femminicidio dall’inizio dell’anno. Mi rivolgo a te, di cui ho stima personale e rispetto professionale, per chiederti se è davvero questo il modo in cui il tuo giornale vuole continuare a dare le notizie sulla morte delle donne.

Uccide la moglie a coltellate
12/10/2012 – IL MARITO SI CONSEGNA AI CARABINIERI: «NON MI LASCIAVA MAI PARLARE»  

Queste due frasi in cima all’articolo sono già una sintesi del taglio che il giornalista ha deciso di dargli. Il soggetto del titolo è l’assassino, non la vittima. Il sottotitolo riporta come aggiunta la giustificazione che l’uomo ha dato ai carabinieri per aver assassinato la donna, qualificata solo attraverso la relazione che aveva con lui. Un lettore medio, uno di quelli che scorrono solo i titoli, saprebbe che un uomo ha ucciso sua moglie a coltellate perchè lei non lo lasciava mai parlare. La definizione “futili motivi” non compare mai in tutto l’articolo. La didascalia sotto la foto dell’articolo recita invece così:

La telefonata al 118: «Venite, ho fatto una follia» L’intervento dei carabinieri e dell’ambulanza nello stabile di via Amendola, a Collegno. Inutili i soccorsi dei medici: per la donna, non si è potuto fare altro che constatare il decesso per le numerose e gravi ferite inferte dal marito

Il giornalista continua a raccontare la storia dalla prospettiva dell’assassino, che chiama lui stesso i carabinieri e, dando prova della capacità di autoanamnesi che spesso si manifesta in casi simili, si diagnostica subito come “folle”. L’effetto semantico dell’uso della parola “follia” porta subito la narrazione sul piano dell’ineluttabile: la follia è fuori controllo per definizione, chi ne è vittima non è responsabile. La donna, di cui ancora il giornalista non si è degnato di dirci il nome, non appare semplicemente morta, ma “non si è potuto far altro che constatare” che lo fosse. Il decesso è presentato con connotazioni di inevitabilità e la follia di cui sarebbe conseguenza è continuamente riportata nell’alveo simbolico della relazione coniugale: moglie/marito. Poi comincia l’articolo vero e proprio, quello che la maggior parte della gente non leggerà neppure.

Un pomeriggio di ordinaria follia a Collegno. Francesco Barraco, 54 anni, ha ucciso con 11 coltellate la moglie Vincenzina Fernanda Scorzo, di 56. La tragedia si è consumata tra le mura del loro appartamento al sesto piano di via Amendola 4. Ad assistere all’esplosione di rabbia del padre, il figlio di 17 anni, tornato per pranzo da scuola. Sono le 14,40, quando nell’alloggio si sentono grida e trambusto. Tutto inizia con una discussione, che degenera in breve nella follia omicida. L’uomo strappa con violenza il cassetto della cucina dove sono conservate le posate, tanto da farlo cadere per terra. Prende un coltello di circa 30 centimetri e si avventa sulla moglie. Una serie infinita di colpi.

L’attacco riprende il tema della “follia” e, citando banalmente il film, la fa diventare “ordinaria”, con tutto quello che significa. La frase successiva riporta la notizia nuda e cruda, ma sempre con l’uomo come soggetto principale dell’azione: la notizia non è che una donna è morta, ma che suo marito l’ha uccisa. Finalmente compaiono i nomi propri, ma Vincenzina Fernanda è ancora definita “la moglie”: di lei non sappiamo nulla, è solo una funzione familiare e pare priva di personalità propria. L’unica caratterizzazione personale che avremo da questo pezzo è quella che ne dà il suo assassino: “non lo lasciava mai parlare”. L’azione omicida dell’uomo viene chiamata ancora “esplosione di rabbia”, quindi incontrollabile come lo sono le bombe quando scoppiano. Nuovamente si ripete il termine de-responsabilizzante “follia omicida”. La descrizione del femminicidio è gratuitamente dettagliata, piena di particolari che il giornalista avrebbe potuto sapere solo se fosse stato presente. Poiché non lo era, le undici coltellate con cui Vincenzina Fernanda è morta diventano “una serie infinita di colpi” per puro compiacimento narrativo.

Tre fendenti al petto e otto sul braccio sinistro. Lei cerca scampo verso la porta, ma cade sotto i colpi. Neanche l’intervento del figlio, che cerca di difendere la madre, e che resta ferito anche se solo di striscio a una mano, riesce a fermare il padre. Solo quando il corpo della donna è per terra, in un lago di sangue nell’ingresso, Barraco si ferma. Butta il coltello per terra in cucina e si prende la testa tra le mani. «Chiama il 118» gli grida il figlio. Parte la telefonata. «Venite, ho fatto una follia» dice l’uomo. Poi scende e aspetta l’ambulanza nel portone. Su, nell’appartamento, a vegliare la madre c’è solo il figlio, il più piccolo, l’altro, di 18 anni, è ancora a scuola a Torino. Ignaro. Lo andranno a prendere i carabinieri alla fermata della metro e gli racconteranno tutto.

Tutta la descrizione della colluttazione e dell’accoltellamento è costruita per indurre nel lettore l’attesa del finale tragico. Lei scappa, ma è inutile. Il figlio si mette di mezzo, ma è inutile. Nell’incipit dell’articolo del resto c’era scritto che l’ambulanza è arrivata quando ormai “era inutile”. Il protagonista dell’azione, personalizzato con il cognome, si ferma solo quando “il corpo della donna” – di nuovo niente nome, non è un persona: è un corpo – è “in un lago di sangue”. Segue la descrizione della disperazione dell’assassino, che lo porta coscienziosamente a fare lui stesso la telefonata (giustificativa) al 118. Il tocco tragico dell’articolo è lo stabat mater al contrario: il figlio veglia la madre morta. La funzione di Vincenzina Fernanda è cambiata: prima era moglie, ora madre. Il nome della donna al giornalista non gli riesce proprio di dirlo e infatti in tutto l’articolo compare una sola volta. L’enfasi narrativa termina con l’altro figlio, il più piccolo, messo al corrente dai carabinieri mentre torna da scuola.

Il resto dell’articolo scorre su questa linea, ma l’apoteosi si raggiunge sul finale:

Nessun vero e proprio movente. E neanche un segnale. Nessun intervento precedente da parte delle forze dell’ordine. Nessuna lite. Niente di niente, almeno fino a ieri pomeriggio. «Certo – dice un vicino – lui era un tipo ombroso, sempre con gli occhi bassi, di poche, pochissime parole. Ma da qui a uccidere ce ne passa». E mentre lei amava stare tra la gente, far visita ad amici e vicini, di lui scarseggiano foto e ricordi. «No – dicono – lui evitava i posti affollati, preferiva stare da solo». Chiuso in qualche pensiero, che forse ha preso il sopravvento e gli ha messo in mano un coltello.

Il giornalista descrive il femminicidio come un fatto inspiegabile e unico nel suo genere. Non dice che Vincenzina Fernanda è la 99° donna uccisa in circostanze analoghe dall’inizio dell’anno. Non considera questa morte parte di un fenomeno sociale dietro al quale è del tutto ipotizzabile che il movente comune sia la normalizzazione culturale della violenza di genere (anche grazie ad articoli come questo). La tratta invece come un evento misterioso, un fenomeno paranormale in forza del quale non è stato l’assassino a uccidere la donna, ma “un pensiero che gli ha messo in mano un coltello”.

Caro Mario, fai un gesto da apri-pista: ti chiedo se sei disposto ad aprire un tavolo di confronto – tra giornalisti e donne e uomini che ragionano di linguaggi – che definisca le linee di un codice etico per parlare con rispetto delle donne assassinate.

 

Venerdì19 ottobre 2012
 
Mario Calabresi, il direttore de La Stampa, si è reso disponibile ad aprire un tavolo di confronto sul tema del femminicidio nell’informazione. La sua è una grande prova di serietà professionale e umana, che peraltro mi aspettavo. Grazie!
 
Michela Murgia
 

Link lettera-articolo: www.michelamurgia.com/di-diritti/generi/lettera-aperta-a-mario-calabresi-su-vengono-date-sul-suo-giornale-le-notizie-dei-femminicidi

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