L’intervento di Fabrizia Giuliani a MAIPIUCOMPLICI

L’intervento di Fabrizia Giuliani, del Comitato promotore nazionale di “SeNonOraQuando?”, che ha aperto la serata del 13 ottobre MAI PIÙ COMPLICI.

 

Buonasera a tutte e a tutti.

Quando, a maggio, abbiamo lanciato il nostro appello “Mai più complici” abbiamo detto: “E’ ora di cominciare a scrivere insieme una storia nuova, di coraggio e di libertà”.

Ma le storie non si scrivono – certo non si riscrivono – da sole. Per combattere la violenza, farla uscire dalla normalità e dalla solitudine occorre per prima cosa riconoscerla, darle un nome, il suo nome.

La violenza esce dalla vita delle donne se donne e uomini insieme, trovano la forza di vederla e stanarla; dentro e fuori di sé.

I ragazzi del video dicono “la violenza contro le donne è nell’aria che respiriamo”, è così, è parte del nostro senso comune.

Sappiamo quanto è stato ed è difficile portare il diritto a rispettare fino in fondo l’integrità, le dignità e la volontà delle donne. È la storia di conquiste recenti: il diritto di famiglia, la legge violenza sessuale, il riconoscimento della violenza domestica, il femminicidio.

Ma resta ancora difficile oggi, riconoscere la violenza quando si presenta nell’esperienza quotidiana di ogni donna – e di ogni uomo che usa violenza contro quella donna.

Per alcune relazioni è una forma di vita. È normale, è una volta sola, passa.

E invece no, non passa, se non si rompe la rete di complicità che la sostiene: il titolo che abbiamo scelto per la nostra campagna è partito da qui. Ma questo vuol dire aprire un ventaglio ampio che chiama per primi gli uomini a rompere il silenzio complice che arriva fino a noi.

Dobbiamo chiedere istituzioni che ascoltino le donne, una giustizia che non parli dei loro indumenti, che non invochi passioni difficili da controllare, dobbiamo chiedere ai media racconti e immagini diverse che definiscano con chiarezza le responsabilità e non annullino il rispetto.

Lo abbiamo fatto e dobbiamo continuare a farlo, ma non basta. Se vogliamo davvero rompere il muro dell’indifferenza che sostiene l’abuso, dobbiamo chiedere a noi, alla storia che ha dato alla nostra vita, e alle nostre relazioni, la forma che hanno, quali sono i fili della complicità.

Non ci sono il raptus e la follia – dietro questi gesti, come insisteva lo slogan di una campagna promossa dallo scorso governo. Come ha confermato il rapporto dell’ONU, la violenza si presenta in queste forme e con questi numeri quando un sistema, e una cultura la tollerano. Come possiamo parlare di eventi eccezionali?

La cultura disegna le relazioni tra gli uomini e le donne, stabilisce i valori che hanno i fatti e le esperienze, indica percorsi educativi, disegna l’immaginario con il quale ci si figura il futuro.

Chiediamoci cosa ha voluto dire, quanto ha pesato il racconto di una disponibilità femminile continua, senza riserve, che ha segnato le brutte immagini degli ultimi anni. Quelle immagini, lo abbiamo detto a Siena un anno fa – non sono staccate dai gesti violenti, non sono un’altra cosa. Sono la rappresentazione di un mondo immobile, fermo a un tempo estraneo alla libertà femminile – di quella libertà offrono anzi una parodia, si è libere perché si è libere di costruire un’immagine e un corpo quanto più possibile corrispondenti a un supposto desiderio maschile – .

Sono la descrizione di una sessualità coatta, concepita in termini di controllo, sottomissione o dominio. E la libertà che aveva consentito al femminismo di combattere alla radice quel modello, ricostruendo un contesto vitale entro cui riportare la sessualità – fantasia, memoria, creatività –, in quelle immagini è azzerato.

Ma quel racconto è entrato in rotta di collisione con la realtà, dove invece il tempo per le donne è trascorso veloce, le vite sono cambiate in modo imparagonabile, di generazione e generazione. Le donne hanno conquistato lo spazio della scelta: nella propria vita affettiva, nelle sessualità, nel lavoro, nella maternità. Scelgono e continueranno a scegliere. Continueremo a scegliere.

E se i numeri della violenza sembrano dire che il mondo non è pronto ad accogliere lo spazio di questa libertà, qui come altrove sappiano che è arrivato il tempo, c’è lo spazio, per un incontro e un dialogo diverso tra donne e uomini.

Dobbiamo ripartire anche da noi: dalla tentazione alla complicità verso le tante forme di sottomissione e dominio che attraversano le relazioni, anche le più “normali”, dagli abbracci troppo stretti che annullano le distanze e il rispetto. Dalla paura della solitudine. Dal modo in cui cresciamo i figli, consentendogli di diventare adulti, uomini capaci di accettare la vulnerabilità che segna, in tutti i rapporti d’amore, l’esposizione all’altro.

Per provare a scrivere un racconto nuovo servono linguaggi diversi, noi crediamo che le parole, come le altre forme espressive protagoniste di questa serata, possano aprire varchi impensati, possano aiutare a creare lo spazio per questa ricerca che è di donne e uomini. Sappiamo che si può cambiare, nessun ordine è immutabile: le adesioni al nostro appello “Mai più complici”, rappresentano un segno e un desiderio nuovo.

Dobbiamo raccogliere questo desiderio e dobbiamo provare a restituire alle parole peso e senso.

L’amore si nutre di dignità, coraggio, rispetto: non vogliamo più vederlo invocato per coprire la sopraffazione l’abuso, l’annientamento.

Dobbiamo raccogliere questo desiderio, tradurlo in idee e parole che abbiano la forza di cambiare un senso comune ostile. E questo, la nostra storia ce lo ha insegnato, è, è già, politica.

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