Ergastolo per il femminicidio? Sì e no a confronto

di Matteo Corgnati

da Letteradonna.it   mercoledì 28 novembre 2012

Una proposta di legge per l’inasprimento della pena. Si accende il dibattito. Tra le donne.

Il 25 novembre si è celebrata la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Giusto una decina di giorni prima, il 15 novembre, dall’ala destra del parlamento italiano è arrivata una proposta di legge molto forte. Targata Pdl e Fli, propone infatti di punire con l’ergastolo il femminicidio, cioé l’omicidio di una donna in quanto donna.
LE PROPONENTI: BONGIORNO E CARFAGNA
«Sono 113 le donne uccise in Italia nel 2012, cioè in meno di un anno, di cui 73 dal proprio partner» – ha spiegato la proponente Giulia Bongiorno (Fli) – fino al 1981 chi uccideva una donna veniva punito con una condanna da 3 a 7 anni, esattamente come chi bruciava un motorino. La nostra proposta di legge prevede invece l’ergastolo». Alla firma della Bongiorno si è poi aggiunta quella della deputata Mara Carfagna (Pdl), già ministro delle pari opportunità nell’ultimo Governo Berlusconi.
LA CRIMINOLOGA: PROPOSTA POSITIVA «Ho accolto con entusiasmo l’inasprimento delle pene previsto da questa proposta di legge – racconta a Letteradonna.it la criminologa Marilena Guglielmetti – riconosco in questa iniziativa istituzionale un momento di svolta, di certezza e di repressione tanto auspicato, per una lotta concreta a reati così efferati verso la donna». I femminicidi, secondo la Guglielmetti, non sarebbero infatti isolati incidenti che arrivano in maniera inaspettata e immediata, ma piuttosto l’ultimo efferato atto di violenza dopo anni di abusi e soprusi.
L’ATTIVISTA: SOLA REPRESSIONE INEFFICACE
Di parere diverso è invece Laura Onofri, referente torinese del comitato Se Non Ora Quando. «La violenza non si contrasta con l’inasprimento delle pene, lo abbiamo già verificato con altri delitti – chiarisce a Letteradonna.it – in un momento poi in cui da più parti si sta riflettendo sull’abolizione dell’ergastolo come pena, perché non ha in sé alcun compito rieducativo, mi sembra che si debba riflettere prima di proporlo per altri delitti». Il fattore deterrente di una pena come l’ergastolo, sempre secondo l’attivista, non può inoltre avere effetto su uomini che, nella più alta percentuale dei casi, non sono delinquenti di professione. La maggior parte dei femminicidi, infatti, sono compiuti da uomini che sino ad un attimo prima erano mariti, compagni o fidanzati “normali”.
PIÙ RISORSE FINANZIARIE PER CONTRASTARE LA VIOLENZA
«È fondamentale che donne parlamentari come la Bongiorno e la Carfagna si occupino di questo tema – continua la Onofri – ma sarebbe molto più importante che le Istituzioni cominciassero a considerare il fenomeno come una vera e propria emergenza». In altre parole, dovrebbero assumersi la responsabilità di realizzare un impianto normativo integrato e strutturale, che preveda risorse finanziarie da dedicare al contrasto della violenza. «Risorse – si lamenta l’attivista – che quando l’onorevole Carfagna era Ministro sono state spostate su altri capitoli di spesa. E parliamo di circa 20 milioni di euro solo nel primo anno in cui era a capo del ministero».
IL “RAPTUS” NON È UN’ATTENUANTE
Altra questione importante è quella del cosiddetto “raptus” di follia. «Parlare di raptus, inteso come attenuazione alla gravità di questi reati, appare una manifesta offesa alla donna – sostiene Marilena Guglielmetti, criminologa – rischiando una deresponsabilizzazione e sottovalutazione del problema». Per la criminologa, ed è in linea con quanto affermato a proposito anche da Giulia Bongiorno, il raptus non esisterebbe in sé e per sé. Sarebbe infatti quasi sempre un atto drammatico e conclusivo, a seguito di un’escalation di situazioni ed eventi critici, che se fossero segnalati e monitorati forse potrebbero non degenerare in tragici epiloghi.
L’EQUIPARAZIONE DEL CONVIVENTE AL MARITO
Nella proposta di legge è stata inserita, tra le altre, l’espressione “femminicidio aggravato”, che però non riguarda solo il delitto perpetrato dal marito, ma viene estesa anche al convivente. «Non credo che effettivamente sussista alcuna differenza fra le due figure – osserva la Onofri – questi delitti si compiono nella maggioranza dei casi fra le mura domestiche, e quindi non colgo una sostanziale diversità». La ratio della norma, secondo l’esponente di Se Non Ora Quando, sarebbe quella di imporre un aggravante all’uomo che, in una relazione con una donna, la consideri una sua proprietà. «Serve una riflessione profonda e un cambio di mentalità culturale – conclude l’attivista – gli uomini devono capire le radici della loro violenza e le donne devono scavare per capire le ragioni della loro subalternità».

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