“Mettiamoci le tette”. Come la Lega ha distrutto l’ospedale Valdese

di Mario Pirani da La Repubblica 28 gennaio

 

Una delle professioni più falsificate e prive di prove specifiche di competenza è quella del “tecnico”. Basta riflettere sulle capacità valoriali di quanti si fregiano dell’improprio aggettivo per rendersi conto della vacuità proclamata. I nostri tecnici, nel migliore dei casi, godono di qualche competenza numerica (dal geometra al contabile) e tanto più la materia delle loro fatiche scolastiche è intrisa da equazioni tanto più si reputano padroni dello scibile. Si vedano ad esempio i concorsi per direttore generale in sanità i cui vincitori non sono quasi mai medici ma “tecnici” di altra provenienza. Quando non vigono paradossi all’incontrario dove lo scettro spetta solo all’ingegnere. È il caso dell’assessore regionale alla Salute del Piemonte, Paolo Monferino, che rifiuta ogni qualifica politica di assessore od altro, unica apprezzabile essendo per lui quella di ingegnere. Forse perché vantando una ascendenza Fiat deve considerare il passaggio per viale Marconi un titolo supremo a vita. Il che spiegherebbe la protervia con cui sta distruggendo uno degli opifici più popolari della città, l’ospedale Valdese di Torino.

Cosa importa che sia uno dei più qualificati centri di specializzazione per la mammella in Italia? Un ospedale secondo nella Regione per numero di interventi, e riferimento di eccellenza per diagnosi e cura del tumore mammario, il Valdese, sorto nel 1861 al centro del popolare quartiere di San Salvario, gode di grandissima popolarità, anche dopo le chiusure degli ultimi mesi, soprattutto fra le donne. Per due motivi: 1) la riuscitissima attività dei “service”, animati fra strutture pubbliche, Tavola valdese e gruppi privati di professionisti per attuare prestazioni specialistiche chirurgiche e ambulatoriali al di fuori di ogni lungaggine burocratica; 2) il successo dei “percorsi” che mettono il malato al centro delle cure, seguendolo da casa all’ambulatorio, dalla sala chirurgica alla farmacia, dalla visita periodica domiciliare agli esercizi di riabilitazione, disobbligandolo da file, liste di attesa, richieste burocratiche, soggiorni prolungati in letti di ricovero, ecc. Il sogno quasi mai realizzato di ogni paziente e della sua famiglia. Si comprende, quindi, il perché della protesta popolare contro la brutale demolizione di una realizzazione tra le uniche in Italia.

Responsabile politico dello scempio è la Lega (governatore Cota) che avanza dubbiose scuse economiche, dopo aver soffocato l’ospedale riducendo per l’80% i rimborsi regionali dovuti al Valdese e agli altri nosocomi classificati (come il Mauriziano). I “service” e l’assieme delle strutture oncologiche, specie di chemioterapia, vengono interrotti, i malati dispersi. Alla fine la Tavola Valdese cede l’ospedale per la cifra simbolica di un euro contro l’impegno scritto della Regione a trasferire l’attività alla futura Casa della Salute (di là da venire) e a mantenere i rapporti di assistenza e di cura ai livelli raggiunti. Una tavola di controllo tra Regione, Comunità Valdese e Comune sovrintenderà al controllo dell’accordo. Peccato che in tre anni non si sia mai riunita. Le uniche a non cedere sono le donne, una petizione con 8mila firme è stata presentata come premessa a una class action ma la più clamorosa manifestazione è stata la discesa in piazza di 800 donne che a seno nudo hanno sottoscritto l’appello e si sono ritratte una per una con l’autoscatto sotto la scritta “Mettiamoci le tette”. Gli ingrandimenti sono stati affissi per Torino su banner fotografici di 6 metri per 3. Non le fermerà la voce che si è diffusa secondo cui la Regione vuol mettere in vendita lo spazio dell’ospedale per una speculazione edilizia.

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