In Irlanda e Spagna si discute di aborto

di Giulia Siviero  2 maggio 2013

Negli ultimi mesi in Irlanda e in Spagna si è tornati a discutere di aborto: in Irlanda con una timidissima liberalizzazione che servirà a colmare un vuoto legislativo, in Spagna per restringere le possibilità di accedere alle interruzioni di gravidanza e negare alle donne dei diritti che avevano conquistato solo tre anni fa. Sia in Irlanda che in Spagna la religione cattolica è molto influente e radicata.

Irlanda
In Irlanda martedì 30 aprile è stato presentato un disegno di legge per consentire l’aborto quando la vita della donna incinta risulta in grave in pericolo o nel caso di un suo possibile suicidio. Anche se davvero molto limitata – non è infatti previsto l’aborto in caso di stupro, di incesto o di anomalie del feto – in molti l’hanno giudicata come una prima forma di apertura: un fatto considerato storico, in un paese in cui il divieto di interrompere volontariamente una gravidanza è addirittura scritto nella Costituzione.

La proposta di legge è arrivata dopo il caso di Savita Halappanavar, una dentista di 31 anni di origini indiane, morta lo scorso ottobre all’Ospedale universitario di Galway per un’infezione al sangue dopo che aveva chiesto di interrompere la gravidanza alla diciassettesima settimana. Halappanavar era stata ricoverata per un forte mal di schiena. I dottori avevano scoperto che stava per abortire spontaneamente ma si erano rifiutati di rimuovere il feto perché il suo cuore continuava a battere. Di fatto Irlanda e Malta sono gli unici due paesi dell’Unione europea in cui l’aborto è completamente vietato.

Nel 1983 l’Irlanda ha deciso il divieto di aborto con un referendum costituzionale. Nel 1992 la Corte suprema ha stabilito un’unica eccezione: che l’interruzione potesse essere praticata nei casi in cui fosse «reale e sostanziale» il rischio per la vita della partoriente. Nonostante quella sentenza, finora non è stata però approvata alcuna legge, soprattutto per ragioni politiche, e la decisione è sempre rimasta a discrezione dei medici: questi tendono a rifiutare di eseguire aborti, sia per convinzioni religiose che per paura di conseguenze personali a causa dell’incertezza legislativa. Per queste ragioni nel 2010 l’Irlanda è anche stata condannata da una sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo. È stato calcolato che ogni anno circa 6mila donne irlandesi vanno ad abortire nel Regno Unito.

L’elemento più discusso nella nuova proposta di legge riguarda l’inclusione della minaccia di suicidio da parte della donna, un elemento molto difficile da stabilire e per questo considerato altrettanto rischioso da parte di chi si è fortemente opposto alla legge. Secondo gli anti abortisti il rischio sarebbe autorizzare un aborto “a richiesta”, semplicemente minacciando un suicidio. Per questo l’iter per ottenere l’autorizzazione è stato reso piuttosto difficile e surreale: ogni donna che manifesti intenzioni suicide in gravidanza dovrà essere esaminata da una commissione di 3 medici, e l’aborto sarà consentito se tutti daranno un parere favorevole e decideranno che il suicidio può essere evitato solo con l’interruzione di gravidanza. In caso contrario, la donna potrà presentare ricorso e venire esaminata da una seconda commissione, dovendo dunque sottoporsi a ben sei giudizi.

La clausola sul suicidio è stata fortemente criticata dalle femministe e giudicata «scandalosa e paternalistica» anche da Johanna Westeson, direttrice regionale per l’Europa presso il “Center for Reproductive Rights”. Westeson ha parlato di «violazione assoluta delle norme internazionali sui diritti umani e sul diritto delle donne alla salute e alla dignità». Questo disegno di legge non crea infatti nuovi diritti. Lo ha precisato anche Enda Kenny, il primo ministro irlandese del partito di centrodestra Fine Gael: la proposta sostanzialmente colma un vuoto legislativo ma «non cambierà la legge irlandese sull’interruzione della gravidanza». Per questo è una soluzione accettabile anche per i conservatori e verrà quasi sicuramente votata da entrambe le camere del Parlamento irlandese.

Spagna
A metà aprile il ministro della Giustizia spagnola Alberto Ruiz-Gallardón, esponente del Partido Popular di centrodestra, ha annunciato l’intenzione di riformare (“entro l’estate”) la legge sull’aborto. Qualche settimana prima lo aveva anticipato anche il premier Mariano Rajoy. L’obiettivo sarebbe eliminare le discrezionalità da parte delle donne introdotte con una legge dal governo Zapatero solo tre anni fa. Nel 2010 il Senato aveva approvato – con 132 voti a favore, 126 contrari e una astensione – la “Legge di salute sessuale e riproduttiva”, in base alla quale l’aborto è permesso entro la quattordicesima settimana alle donne di almeno sedici anni, entro la ventiduesima nei casi di rischio di salute per la madre e deformità del feto, e sempre nei casi di malformazioni del feto incompatibili con la vita.

Il ministro della giustizia del governo Rajoy ha detto che nella bozza – in preparazione ma non ancora presentata – la condizione del feto e dunque una sua possibile malformazione non saranno più considerati buoni motivi per abortire. Potrebbe inoltre essere costituita una Commissione per valutare il danno psicologico in caso di stupro, ma la violenza fisica in sé non costituirebbe più un elemento valido per abortire. Le associazioni femministe hanno già annunciato di volersi rivolgere al Tribunale europeo per i diritti dell’uomo, mentre la vicesegretaria del Partito Socialista, Elena Valenciano, ha parlato di un ritorno al franchismo e di una legge contro l’autodeterminazione delle donne, che fa tornare la Spagna indietro di trent’anni: al 1985, quando abortire era considerato un delitto. Il ministro della Giustizia ha risposto che lo scopo della nuova legge, sostenuta con forza dalla Chiesa, non sarebbe quello di «limitare i diritti delle donne, ma riaffermare i diritti del nascituro».

 

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