No more abuse”, in Arabia Saudita la campagna contro la violenza sulle donne

di Irene Tuzi   2 maggio 2013

da Frontierenews.it

La King Khalid Charitable Foundation ha lanciato “No more abuse”, la prima campagna di sensibilizzazione verso la violenza domestica contro le donne saudite. Il manifesto, che raffigura una donna in niqab con un occhio livido, ha scatenato l’attenzione dei media internazionali in quanto è la prima volta che da un paese ultra conservatore come l’Arabia Saudita, in cui le donne subiscono continue limitazioni, parte un’iniziativa simile.

La Fondazione nasce nel 2001 da un’iniziativa della famiglia del defunto Re Khalid, che regnò in Arabia Saudita dal 1975 fino alla sua morte nel 1982. La campagna ha lo scopo di fornire “protezione legale per le donne e i bambini vittima di abusi in Arabia Saudita”, un fenomeno molto più diffuso di quanto si possa credere e, secondo quanto riferisce l’Huffington Post, ha già incoraggiato la segnalazione di casi di violenza nelle città di tutto il Regno: da Medina, a La Mecca, a Riad.

“Alcune cose non possono essere taciute”, recita lo slogan della campagna che ha l’intento di informare sulle violenze domestiche subite da donne e bambini. Secondo alcuni dati circa una donna su sei subisce ogni giorno in Arabia Saudita abusi verbali, fisici o psicologici da parte di uomini che nel 90% dei casi sono familiari, mariti, padri o fratelli. Inoltre, secondo una ricerca condotta dal “National Family Safety Program”, la maggior parte delle donne non sono consapevoli dei loro diritti e alcuni uomini violano gli insegnamenti religiosi seguendo abitudini aberranti e crudeli.

La campagna si inserisce nel programma riformista del Re Abdullah che negli ultimi anni ha voluto dare più spazio alle donne, almeno nella vita pubblica, concedendo loro il diritto di votare e di candidarsi alle prossime elezioni comunali del 2015, di partecipare alle Olimpiadi di Londra del 2012 e di andare in bicicletta, in un paese in cui alle donne non è permesso guidare né andare in macchina con chiunque non sia un parente.

Piccoli passi ma importanti per le donne saudite, che incontrano ancora gravissime limitazioni nella vita pubblica e privata e grandi restrizioni della libertà personale (basti pensare al sistema di GPS che monitora i loro spostamenti), esse non sono considerate in grado di intercedere per se stesse e si devono affidare al continuo appoggio del wali (tutore, che è generalmente il marito, il padre o il fratello). Piccoli cambiamenti che tuttavia lasciano ben sperare in un futuro in cui la parità dei sessi diventa una realtà anche in un Paese ultra conservatore come l’Arabia Saudita.

 

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