Serena Dandini risponde ad Adriano Sofri

Serena Dandini risponde all’intervento di Adriano Sofri ieri su Repubblica

Caro Adriano, sento il bisogno di scriverti perché il tuo articolo mi ha spinto a lanciare il cuore oltre l’ostacolo e mi ha dato il coraggio di aprire una questione femminile sempre più urgente nel nostro Paese. Tu hai battuto un colpo, ma dove sono tutti gli altri uomini?
Prima però devo ringraziarti a nome di tutte  le donne che lavorano da sempre contro la violenza domestica e i tentativi di femminicidio. Lo fanno nell’ombra, spesso ignorate dalla maggior parte dei media e trascurate dalle firme prestigiose dei giornali che contano ma, nonostante tutte le avversità, continuano ad accogliere e rassicurare le vittime. Lo fanno nei centri senza sovvenzioni, grazie ad una miriade di associazioni di volontariato, spesso in luoghi allestiti nei posti più improbabili. Nella provincia di Marsala, in Sicilia, ho conosciuto una dentista che, in mancanza di alternative, ha deciso di chiudere il suo studio odontoiatrico un giorno alla settimana per ospitare un’improvvisata casa di accoglienza e colloquio per le donne del territorio. Sempre meglio trovare un aiuto tra trapani e dentiere che rimanere con l’inferno chiuso dentro di sé.
Un esercito di donne svolge in Italia questo lavoro necessario e prezioso, con serenità, senza piagnistei e vittimismi, confortate dalla gioia dei risultati. Perché le storie, se s’interviene a dovere, spesso e volentieri hanno un lieto fine. Non è un destino inevitabile arrivare alla tragedia finale, l’esperienza ci insegna che le morti, sono quasi sempre annunciate come vere e proprie esecuzioni plateali: per questo fa ancora più rabbia il partito dei negazionisti e l’ignoranza superficiale dei tuttologi di turno che mettono bocca tanto per partecipare alla “festa del dibattito alla moda”.
Bene hai fatto a smontare pezzo per pezzo, con argomentazioni pertinenti e scientifiche, l’impalcatura traballante degli obiettori. Ma ancora più determinante è che  sia stato finalmente un uomo a impugnare carta e penna e a prendersi la briga di mettere le mani dentro questa materia incandescente della violenza di genere. Non sei il primo, peraltro lo fai da tempi ‘non sospetti’, ma siete ancora troppo pochi; gli interventi sono sporadici e a volte solo sloganistici. Questa tua generosa scesa in campo mi offre l’occasione per fare un appello improrogabile a tutti gli uomini del nostro Paese, quelli che contano, che decidono, che hanno potere, carisma e immagine: è ora di impegnarvi seriamente in questa battaglia. E’ ora che siate anche voi a farvi carico in maniera definitiva di questa vergogna che vi riguarda tutti, nessuno escluso. Perché questa è una lunga guerra politica e culturale che possiamo vincere solo insieme e nessuno, anche se lontano mille miglia da comportamenti violenti, deve sentirsi escluso. Siamo tutti immersi nella stessa cultura patriarcale che vive ancora nell’eco del delitto d’onore e del matrimonio riparatore, dello stupro in fondo in fondo provocato e dei due schiaffi meritati. ”Quando torni a casa picchia tua moglie, anche se tu non sai perché, lei lo sa”. Un vecchio detto sempre attuale nei bar-sport o nelle aule scolastiche o peggio ancora nel modernissimo web che amplifica all’infinito ogni luogo comune senza discriminazioni.  Sono sempre i vecchi stereotipi a comandare indisturbati, gli stessi che condannano i nostri adolescenti alla brutalità del branco e, come abbiamo visto dalla cronaca recente, a volte li costringono a gesti estremi per difendersi dalla disperazione e dalla solitudine sociale che omofobia e bullismo provocano nelle loro vittime. Non si tratta di fatti di cronaca slegati tra loro. Il ragazzo irriso perché omosessuale; la giovane marchiata dalle immagini rubate dallo smart-phone  dei suoi persecutori; la fidanzata costretta a camminare occhi a terra nel modernissimo nord Italia dal suo “fidanzatino” geloso che la riempie di botte ad ogni minima “disubbidienza”; la prostituta che può essere abusata perché in fondo se lo merita; la moglie picchiata da vent’anni che non ce la fa a denunciare per amore dei figli(!)….fanno tutti parte della stessa storia e hanno le stesse radici. Anche se preferiamo chiudere gli occhi per non vedere, generazione dopo generazione continuiamo a tramandare questi “valori tradizionali” che distruggono le nostre famiglie. Disinteressarsi alla questione sfiora la complicità. E’ una vigliaccheria inaudita che questa battaglia rimanga in mano solo alle donne. Perché assistiamo a questo canto solitario che a volte con perfidia è addirittura letto come un noioso lamento post-femminista? Dove sono i nostri compagni di viaggio?  I teneri amanti, i buoni padri di famiglia, gli intellettuali in odor di femminismo, gli scrittori di successo, i giornalisti carismatici, i registi impegnati, i ragazzi di buon senso, gli illuminati di sinistra? I grandi cantautori, gli artisti da copertina?
E’ arrivato il momento di uscire allo scoperto, la palla passa a voi e sono sicura che riuscirete ad imprimere a questa sfida lo stesso entusiasmo che molti dedicano alla passione per il calcio; ma qui la partita non si può perdere, visto che stavolta è in gioco il futuro dei nostri figli.

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