“Uomini che maltrattano le donne. E si pentono” di Sara Ficocelli

Gli uomini non cambiano, cantava Mia Martini. Queste storie, tuttavia, dimostrano il contrario: una giornata al Cam – Centro Ascolto Uomini Maltrattanti di Firenze, per scoprire che la violenza, come spiega lo psicologo, non è malattia né follia, ma una scelta. E che forse è possibile eliminarla per sempre

di Sara Ficocelli D.Repubblica.it

“La violenza sulle donne è questione che riguarda innanzitutto gli uomini ed è quindi necessario che nel mondo maschile cominci ad aprirsi una riflessione”: così la presidente del Centro Pari Opportunità della Regione Umbria, Daniela Albanesi, ha riassunto il senso del convegno “Uomini violenti: prevenzione e recupero”, che si è svolto a Perugia pochi giorni fa proprio per avviare una riflessione sulla violenza di genere partendo dal punto di vista maschile e analizzandone i comportamenti nelle relazioni affettive in famiglia. Di violenza di genere e delle ragioni profonde che spingono un uomo a picchiare la propria compagna si sta dunque, finalmente, cominciando a parlare in modo sistematico. Cercando di diffondere il più possibile il concetto che coloro che picchiano o addirittura uccidono la propria compagna non siano dei pazzi. Si tratta di persone normali con una concezione fortemente maschilista e sbilanciata dei rapporti tra uomo e donna. Un problema culturale di cui non sono consapevoli ma che può e deve essere affrontato. Perché la violenza, come spiega lo psicologo psicoterapeuta Mario De Maglie, responsabile del Cam – Centro Ascolto Uomini Maltrattanti di Firenze, non è una malattia ma una scelta. E che, lavorando sulle sue motivazioni e scavando nel profondo di chi la mette in pratica, è possibile eliminarla per sempre. Abbiamo raccolto alcune testimonianze di uomini che hanno deciso di curarsi e cominciare una nuova vita.

I CENTRI
Di centri e gruppi di ascolto che aiutano gli uomini in questo percorso ce ne sono 11 in Italia, diffusi da Bergamo a Roma, e si tratta di una realtà in espansione. In quasi tutti i casi il maltrattante viene prima ascoltato individualmente e poi invitato a seguire un percorso di gruppo con altri uomini nella sua stessa situazione, seguito da esperti psicologi psicoterapeuti e sociologi. Gli incontri si svolgono in media una volta a settimana e a questa attività si accompagnano, via via, convegni e dibattiti sulla violenza di genere. Il primo punto di partenza è la presa di coscienza della situazione: focalizzare il fatto di avere un problema a rapportarsi con l’altro sesso e soprattutto con le persone che si amano. Capire che non si è pazzi ma figli di una mentalità patriarcale che vede la donna come un oggetto di proprietà dell’uomo. Il percorso non ha una durata precisa e varia a seconda dei singoli casi.

LE PAROLE CONTANO
Secondo la Casa delle donne di Bologna, tra il 2005 e il 2012 sono state 877 le donne uccise, quasi tutte da un familiare o un conoscente: in media 110 all’anno (117 nel 2012), una ogni tre giorni. Purtroppo, come spiegano gli studiosi di Redattore Sociale nel libro “Parlare civile” (Bruno Mondadori, 2013, 15 euro), sono ancora centinaia i titoli su uccisioni e violenze contro le donne che contengono l’espressione “delitto passionale” e altre parole come gelosia, follia, tanto vaghe quanto inadeguate. Si tratta spesso di scorciatoie linguistiche per raccontare la paura dell’abbandono, l’incapacità dei colpevoli di fare i conti con la libertà delle compagne, mogli e amanti: lo schema è sempre lo stesso, lei minacciava di lasciarlo e lui l’ha uccisa. Si parla anche di relazioni turbolente, di storie d’amore appassionate, associando così nella narrazione l’amore di coppia con l’omicidio, che è invece per definizione la negazione di ogni relazione. Un altro comune escamotage nell’interpretazione dei casi di femminicidio è parlare di “raptus”, una parola che consegna il gesto assassino alla pazzia, lasciando così in ombra le cause sociali e culturali della violenza sulle donne. I centri specializzati che si occupano di far uscire gli uomini dalla violenza lavorano proprio su questo, smantellando l’idea che amore e violenza possano andare di pari passo e aiutando gli uomini a prendere coscienza e responsabilità delle proprie azioni”.
CHI SONO I VIOLENTI
“Il problema della violenza sulle donne – spiega Giovanna Celia, psicologa, psicoterapeuta e direttore didattico del Centro Internazionale di Psicologia e Psicoterapia Strategica (CIPPS) di Salerno – è molto esteso. La prima indagine nazionale sul fenomeno venne realizzata dall’ISTAT nel 2007, e i dati sono allarmanti: oltre 14 milioni di donne subiscono violenze nel corso della loro vita. Mi sento di dire, senza paura di smentite, che oggi rispetto al 2007 il fenomeno è aumentato. Le spiegazioni alla violenza degli uomini sulle donne possono essere diverse e cambiano in funzione del caso specifico. In modo macroscopico possiamo riferirlo ad un fatto culturale ed educativo, spesso sono uomini educati alla violenza dai loro padri o peggio ancora dalle loro madri. A volte hanno assistito alla violenza del proprio padre su di loro o sulla madre. A mio parere è una questione di potere. La violenza si manifesta quando non funziona il potere. Spesso chi esercita violenza nella coppia non sente di avere abbastanza potere nei confronti della società, degli altri uomini o della propria donna. La violenza diventa una forma di mortificazione di qualcuno che, in fondo, si ritiene migliore di noi. Molta violenza scaturisce anche dalla difficoltà di certi uomini a comunicare i propri sentimenti, le emozioni, i bisogni. I maltrattamenti possono appartenere ad ogni strato sociale, spesso si tratta di persone colte, coscienti degli errori commessi. Qualche volta gli uomini manifestano sensi di colpa per quanto hanno fatto e tendono a cancellare o ad attribuire alla donna la responsabilità di quanto successo. Per le donne non è sempre facile capire la condizione in cui si trovano e ancora meno reagire. Spesso hanno paura o vergogna, tendono a minimizzare o ad attribuirsi una grossa responsabilità. Nei casi più patologici, scambiano la violenza con l’amore. A volte hanno paura di perdere una relazione sulla quale hanno investito molto dal punto di vista affettivo oppure hanno paura di perdere uno status e di essere criticate, altre volte non fanno altro che replicare la condizione nella quale sono cresciute”.

LE STORIE
MAURIZIO S. – “Pensavo di avere una mentalità aperta, ma sono un patriarca”
“La mia è una lunga storia, cominciata con la mia prima moglie, un matrimonio di 20 anni, e continuata con le convivenze che ho avuto dopo, una di 7 anni e una di 3 anni, fino alla mia compagna attuale, sposata 3 anni fa. Con tutte la storia è cominciata in modo normale: ci si conosce, ci si frequenta e si decide di stare insieme. Ma ho sempre avuto il vizio del padre padrone, un’impostazione mentale del tipo “maschio dominante e infallibile”. E con tutte, dopo un po’, ho finito per essere violento. Finché una sera, mentre ero da solo a letto, dopo l’ennesimo episodio violento in casa, mi sono alzato e ho detto: ora basta. Ho contattato la Casa delle donne di Brescia e mi hanno messo in contatto con il progetto “Uomini Non Più Violenti” della Cooperativa Il Varco, in provincia di Bergamo. Da allora ho cominciato un percorso psicologico specifico e sono migliorato. I comportamenti violenti si presentavano quando non avevo il controllo della situazione, e non ero violento solo con le mie compagne ma anche con i figli. Io di norma sono una persona molto disponibile e non sono un attaccabrighe: le uniche persone a cui ho messo le mani addosso sono quelle che amo. Quando ero aggressivo pensavo semplicemente che la mia compagna e i miei figli avevano sbagliato e dovevano pagare. Dopo facevo finta di nulla e cercavo di far pace, loro piangevano e tenevano il muso. Poteva passare un mese come un anno o due, poi ricominciavo. Ai miei familiari non davo soldi, dovevo provvedere io a tutto. Non davo fiducia alle mie compagne, le isolavo dalle vecchie amicizie, le facevo restare sole. Quando c’erano dei diverbi, se non riuscivo a zittire la mia compagna con le parole, passavo alle mani. Sono andato avanti così per anni, fino all’ultimo episodio di violenza, più pesante del solito: l’avevo picchiata parecchio e buttata fuori di casa alle 3 di notte (sapevo che non aveva nessuno a cui rivolgersi). Il giorno dopo mi sono svegliato e ho fatto la mia solita vita, lei se ne era andata ma per me non c’era problema, aveva sbagliato e doveva pagare. La notte successiva, verso le 3, mi sono svegliato e ho capito quello che avevo fatto, ho ripensato alla mia vita e ho capito che ero un mostro. Ho pensato che da solo non avrei potuto farcela e ho chiesto aiuto ad un centro antiviolenza. Da allora penso di essere cambiato, sono più riflessivo, ho imparato a conoscermi, a capire quando devo fermarmi, a essere meno padre padrone e più compagno. Mi fido di più della mia compagna. Se il mio matrimonio è ancora in piedi, lo devo esclusivamente a queste persone”.

ANDREA T. – “Oggi credo che una donna debba avere, nella relazione, lo stesso ruolo dell’uomo”
“Sono stato con la mia compagna quasi sette anni, dal novembre 2005 al luglio 2012. Ci siamo incontrati casualmente ad una cena a cui partecipavano amici comuni. Ci siamo piaciuti e abbiamo iniziato a frequentarci. La frequentazione è stata intensa, assidua ed esclusiva fin da subito. Avevamo entrambi molta voglia di stare insieme e di progettare un futuro comune, nonostante le differenze che ci dividevano. Finché, un paio di mesi dopo l’inizio della nostra relazione, a casa mia, ho avuto il primo comportamento violento nei suoi confronti. A quell’episodio poi ne sono seguiti altri, abbastanza frequenti da poterla definire una nostra “modalità di rapportarci”. Naturalmente, a posteriori, riconosco questa definizione come assurda. La nostra era una violenza fisica, qualche volta reciproca, più spesso di mia iniziativa. Nei casi (più frequenti) di violenza non fisica, esercitavo su di lei una sorta di prevaricazione, allo scopo di sfogare la mia frustrazione per l’incomprensione verso di me che spesso le attribuivo. Questo si manfestava in genere con insulti e delegittimazione nei confronti del suo lavoro, del suo livello di istruzione, della sua provenienza, della sua intelligenza o capacità. Mi comportavo così per rabbia, senso di impotenza per non essere stato compreso o creduto, ira per non essere ascoltato. Io mi ritengo moderno nel senso che sono inserito nel consesso civile, conosco le tecnologie, per lavoro ho buoni rapporti con decine di persone (faccio l’insegnante); per contro sono cresciuto in un ambiente umile, dai valori tradizionali e un po’ provinciale, dove forse certi modelli non sono mai stati neanche messi in discussione, ma anzi sono stati sempre praticati in pieno. Inoltre sono geloso e possessivo. Ora però sto lavorando per cambiare. Credo che una donna debba avere, nella relazione, più o meno lo stesso ruolo dell’uomo che sto diventando. Mi sono deciso a farmi aiutare quando ho capito che stavo per toccare il fondo; avevo passato abbondantemente il limite con la mia incapacità di controllare i miei impulsi e in generale la situazione. Il primo incontro con il gruppo di ascolto è stato esaltante. Nei giorni successivi ho pianto più di una volta raccontando questa esperienza a tutte le persone che conoscevo da vicino e che quindi ritenevo in grado di comprenderla. Oggi, quasi non mi riconosco. Ho capito che il tipo di violenza che esercitavo sulla mia donna era di tipo prevaricatorio, lo facevo per metterla a tacere o comunque per sottometterla. Lei, donna, il più delle volte diventava “violenta” per difesa o comunque perché non riteneva giusto concedermi “a priori” l’ultima parola. Oggi capisco meglio le donne e vedo negli altri uomini tante sottili forme di “violenza-alternativa-alle-botte” che solo fino a poco tempo fa avrei etichettato come manifestazioni da branco, magari ridendoci sopra con un senso di approvazione. In una parola, sto imparando a rispettare le donne. E ho imparato a tenere un autocontrollo che mai avrei creduto di poter avere. Consiglio agli uomini di farsi aiutare, anche partecipando a gruppi di condivisione, perché si diventa migliori in tutti i sensi. Posso garantire che si prova un senso di pienezza e di orgoglio vedendosi capaci di controllare sé stessi e le situazioni, diventando, ai propri occhi, garanti di pace e benessere; volendo fare una battutaccia “maschilista”, per poi scoprire magari che alle donne piaci anche di piu’…”.

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