dove si parla di correttezza, etica, deontologia e solidarietà

Parliamo, molto spesso di legalità, etica, giustizia e di quanto le donne dovrebbero farsi promotrici di un rinnovamento che passi proprio attraverso questi valori. E’ per questo che abbiamo  voluto pubblicare sul nostro sito il discorso che il Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Torino, avv. Mario Napoli,  ha pronunciato in occasione della “Cerimonia di consegna delle Medaglie e Toghe” svoltasi  a Palazzo di Giustizia “Bruno Caccia” Aula Magna “Fulvio Croce” – 11 luglio 2013.

Autorità,
Signori Magistrati,
Signore e Signori,
Cari Colleghi,

come ogni anno ci troviamo oggi a stringere in un abbraccio affettuoso, forte e riconoscente i colleghi che da cinquanta e da sessant’anni sono iscritti al nostro Albo; e con loro i migliori tra coloro che si avviano alla nostra professione, che si avviano, forse con timore ed emozione, a ripercorrere quello stesso sentiero professionale che, forti di speranze e di giovanile passione, Sandro, Antonio, Marco e gli altri nostri premiati con il loro esempio e con la loro stessa storia hanno tracciato.

Ed è giusto che sia così, che il riconoscimento del nostro Ordine subalpino unisca in una sola festa la serenità, la saggezza, l’esperienza di chi per tanti anni ha varcato l’ingresso del nostro Palazzo di Giustizia (dalla Curia Maxima, Piazzetta IV Marzo, Via delle Orfane prima e poi di questo Palazzo intitolato a Bruno Caccia di cui pochi giorni orsono abbiamo ricordato i trent’anni dal terribile assassinio), di chi per tanti anni ha indossato la nostra toga giungendo a farsene il proprio abito più naturale, ed i timori, le insicurezze eppure i medesimi sentimenti e valori di chi si trova oggi impegnato nelle prime difese. Perché la nostra è una professione di memoria, di passaggio di testimone, di formazione tecnica e deontologica realizzata giorno per giorno, per osmosi, in quelle straordinarie botteghe del diritto che sono i nostri studi: ciò che i loro maestri sono stati per i nostri premiati, questi ultimi sono stati e saranno per i nostri giovani colleghi (in una continuità, in uno scambio, in un confronto che spesso dura decine di anni di condivisione di storia e di esperienze, e non solo di lavoro) che rappresenta uno dei valori peculiari più affascinanti delle nostre storie di avvocati.

La cerimonia di oggi è ed è sempre stata un giorno non soltanto di commossa festa, ma anche di raccolta per il nostro foro subalpino, un momento di riflessione e di raccoglimento su noi stessi, sul nostro mondo, sui valori che sono passati di generazione in generazione, quei valori, così comuni nello spazio e nel tempo, che costituiscono le regole di una tradizione di forte impatto e significato, una tradizione che a noi è stata consegnata da figure di grandi avvocati del passato, che l’hanno illuminata (spesso con il sacrificio personale) ed ancora la illuminano.

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La professione di avvocato ha vissuto anni di alta considerazione sociale, di benessere economico, di diffuso rispetto delle regole deontologiche (e, lasciatemi dire, anche di quelle della signorilità, della cultura e della buona educazione), anni nei quali siamo riusciti ad affermare il nostro ruolo, l’importanza della tutela dei diritti nella certezza che, quand’anche assolto, molto raramente il nostro assistito potrà uscire indenne psicologicamente, fisicamente ed economicamente dal suo coinvolgimento nella giurisdizione, qualunque ne sia stato l’esito.

Non sono purtroppo questi, quegli anni: da tempo ormai, e non senza colpe nostre se è vero che abbiamo visto colleghi parlamentari operare nell’interesse del loro ricco cliente senza alcuna attenzione al bene comune, da tempo ormai assistiamo ad una costante opera denigratoria della nostra professione, bollata come inutile e parassitaria, alla derisione della deontologia (quasi che si trattasse di qualcosa di diverso dalla nostra stessa professionalità), ad un sempre più diffuso e preoccupante impoverimento dell’avvocatura: e, con tutto ciò, all’inevitabile e conseguente compromissione dei diritti dei cittadini, nostri assistiti.

In questi anni difficili, di buio etico, in cui troppo spesso viene premiata la disinvoltura e l’avidità e negletta la correttezza, la deontologia, il rispetto dell’altrui pensiero e del contraddittorio, cerimonie come quella di oggi sono importanti perché mostrano il nostro foro coeso nella difesa di quelli che sono i nostri valori, che sono sì quelli di un tempo, ma che devono essere anche quelli di oggi e quelli di domani rivisti, ma non compromessi dalle nuove regole di un mondo che è cambiato. Pochi anni orsono, officiando la messa in ricordo del nostro Presidente Fulvio Croce, don Guido Fiandino ricordò quanto ebbe a dire un noto teologo: “quando l’ombra dei nani diventa lunga, la notte è alle porte”. Sta a noi, alla straordinaria tradizione del nostro foro subalpino, alla nostra professione, che è libera perché non abbiamo padroni ma non certo perché su di noi non gravino pressanti obbligazioni etiche (forse senza sanzioni ma non per questo meno pressanti), sta a noi assumere quegli impegni di solidarietà, umana ed economica, di correttezza, di rispetto verso i nostri colleghi, di aiuto nei confronti dei giovani iscritti, che ci consentiranno di superare questi anni difficili: e di tenere la notte ancora fuori dalla porta.

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Ebbene, viviamo giorni di imprevista ed inaudita gravità economica ed ancor peggio di spaesamento e solitudine. Tutto si misura sulle richieste dei mercati, con un linguaggio privo di alternativa, come necessità ineluttabili che si abbattono sui cittadini quasi fossero essi i colpevoli del debito pubblico e, ironia della sorte, ancora essi dovrebbero continuare ad indebitarsi individualmente nel consumo: l’incubo antico della povertà interpella e tocca tutti, la prospettiva di un futuro economicamente normale sembra improponibile e con tragica frequenza ci troviamo a fare i conti con la realtà di piccoli imprenditori, anziani, lavoratori che pongono fine ai loro giorni di fronte al fallimento di ogni prospettiva di un futuro accettabile.

Ma tali tragedie non rappresentano soltanto un destino personale, esse rappresentano, come ha ben detto Pietro Barcellona, “l’evidente incapacità del gruppo di appartenenza di contenere il dolore psichico di colui che decide di lasciare il campo. … Credo che non ci sia dubbio che nella società contemporanea si siano dissolti quei vincoli di appartenenza politico-sociale che una volta facevano sentire meno il terribile vuoto dell’isolamento …”.

Occorre rimediare a questo stato di cose, occorre sapersi opporre al terrificante senso comune che continua tenacemente a voler rimuovere tutto ciò che appartiene alla sfera degli affetti, delle passioni ed a voler imporre stili di vita misurabili unicamente in classificazioni di reddito, occorre porre freno e misura al solipsismo proprio della connessione informatica. Occorre ritornare alla parola, ai simboli che ci descrivano come soggetti pensanti, che ci accordino ancora la possibilità della memoria, della dimensione storica, del racconto. Occorre un urlo di Munch che sappia riportarci alla cultura come espressione della naturale vocazione creativa dei gruppi umani, delle nostre stesse professioni, ad addomesticare la natura avversa e trasformarla in una occasione di crescita, umana e solidale.

Questo è il significato, il valore dell’esempio che voi oggi trasmettete e che vorremmo additare a noi stessi, a tutti gli avvocati torinesi e particolarmente ai giovani.

“Marco Polo” ci racconta Italo Calvino nelle sue Città Invisibili, libro di straordinaria bellezza, “descrive un ponte, pietra per pietra.
Ma qual è la pietra che sostiene il ponte? chiede Kublai Kan

–          Il ponte non è sostenuto da questa o quella pietra – risponde Marco – ma dalla linea dell’arco che esse formano”

Siamo noi insieme la linea dell’arco, tutti noi individualmente siamo le pietre, tutte ugualmente indispensabili e tutte ugualmente utili, per reggere il ponte lungo il quale corre il rispetto dei diritti, ma anche la speranza di giorni migliori. Tutti siamo chiamati a raccolta come a raccolta è venuta l’avvocatura torinese perché non finisse la sua straordinaria figura professionale, umana e politica quando il 12 luglio 1953 Dante Livio Bianco cadeva sulla parete della cima Saint Robert o quando il 27 aprile del 1977 veniva ucciso il nostro Presidente Fulvio Croce.

Abbiamo già una storia alle spalle, che ci guida e ci illumina.

Lasciatemi citare, in uno slancio di ottimismo, la chiusa della bella poesia di Paul Valéry:

Le vent se lève! Il faut tenter de vivre

L’aria immensa apre e richiude il mio libro

L’onda il suo fiotto avventa dalle rocce

Volate via pagine abbacinate

Rompete, onde! Rompete acque inebriate

Quel tetto quieto ove beccavan flocchi!

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Anna Chiarloni, sorella di Sergio uno dei nostri premiati, in una sua recente recensione ha ricordato lo Stolpestein (alla lettera: pietra d’inciampo), un sampietrino ricoperto di ottone che da qualche anno è introdotto in Germania  ed in altri Paesi europei (ma anche in Italia) un po’ fuori livello nei marciapiedi davanti alle case dei deportati, con il loro nome ed i loro dati, per costringerci a pensare a chi “doveva sparire senza lasciare traccia”.

Penso che anche noi dovremmo cospargere i nostri Palazzi di Giustizia di Stolpestein, ricordando tutti gli attacchi che la nostra professione ha dovuto subire, tutte le leggi che avrebbero voluto far fuori il diritto di difesa senza lasciar traccia, nel nome di una sedicente giustizia sommaria e rapida: e non pochi saranno gli inciampi a ricordarci la nostra storia ed il nostro impegno sociale per una giustizia giusta.

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La nostra non è una professione che si guadagna per la vita in un giorno di concorso. Il nostro esame, pur difficile, non rappresenta il viatico per un avvenire di sine cura, affidato soltanto alla nostra coscienza etica.

La nostra è una professione che si guadagna giorno dopo giorno, faticosamente, la si guadagna giorno dopo giorno nella stima dei colleghi, dei magistrati, degli altri professionisti, dei clienti. La si guadagna giorno dopo giorno e qualche volta l’errore di un solo giorno può costarci caro, può farci retrocedere e costringerci a ricominciare nel nostro diuturno operare per riguadagnarci e mantenere la stima delle persone che ci circondano.

Per questo la correttezza, l’etica, la deontologia e, oggi più che mai, la solidarietà devono sempre prevalere sulla furberia del momento, sulla scorciatoia disinvolta, sulle considerazioni squisitamente economiche: perché il momento passa veloce ed il discredito resta, resta il danno all’immagine di stile e correttezza che, magari in tanti anni, ci eravamo conquistati e che è l’unica forma di pubblicità e di marketing che possiamo e dobbiamo accettare. Questo marketing si chiama “passaparola” ed è la considerazione di chi è stato cliente e ti consiglia all’amico, è la stima del commercialista, del notaio, del libero professionista a far sì che essi facciano il tuo nome ai loro clienti, è la considerazione di cui ciascuno di noi gode in quella società che ancora ci piace chiamare civile.

E’ la nostra capacità di intendere ed esercitare quella straordinaria forza che è il diritto di difesa: una forza tanto essenziale, e fragile al tempo stesso, che non solo merita di essere trattata con guanti etici straordinari, ma che è non solo la difesa del cittadino in senso stretto, ma che è difesa dell’Ordinamento, che ci porterà ad opporci e denunciare l’uso non corretto del potere discrezionale da parte dell’esecutivo, a provocare l’intervento della nostra Consulta quando l’attività del legislatore ci parrà, ed è storia sempre più frequente, non rispettosa dei binari costituzionali, ad impugnare nel processo e nel rispetto delle regole processuali quei provvedimenti della Magistratura che giudicheremo essere il frutto di errori di interpretazione della legge.

Solo questo senso complessivo del diritto di difesa, questa alta considerazione del nostro ruolo potrà restituire la professione di avvocato a quel livello a cui tanti straordinari esempi l’hanno portata e che era sino ad alcuni decenni orsono la naturale scuola per salire alle più altre cariche dello Stato, ma di cui oggi, e legittimamente, si dubita. Solo questa professione ci consentirà di superare questi giorni non facili, di riprendere a leggere le pagine combattute dal vento di Paul Valéry.

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Mi sono chiesto tante volte che cos’è che ci spinga a riunirci per festeggiare oggi i colleghi che hanno segnato una tappa significativa nella loro carriera professionale, che sia stata fortunata o meno purché corretta, che cosa ci abbia fatto accorrere da tutto il distretto il mese scorso ad Alessandria per abbracciare l’avv.to Bebo Coraccio che si era cancellato dall’albo dopo una vita spesa nelle aule giudiziarie e nelle istituzioni ben più che tra le sue mura domestiche, o che ci abbia radunati a Saluzzo a festeggiare i sessant’anni di toga di Giuseppe Bonatesta o che ci veda così numerosi e commossi accompagnare purtroppo troppo spesso i nostri colleghi nel loro ultimo viaggio terreno.

Che cos’è insomma, che ci leghi, ci accomuni, ci renda simili e solidali, noi così diversi per carattere, per formazione, per tipo e qualità di lavoro, per stile, per convinzioni politiche ed ideologia; a che cosa si deve il piacere di incontrarci, di festeggiare le tappe di una carriera, talvolta il suo abbandono non come prospettiva di un possibile allargamento del mercato delle nostre occasioni di lavoro, del nostro utile personale, ma come festa, come condivisione di comuni valori, di affermazione della giustizia e della libertà, il piacere di ritrovarci ancora insieme dopo una vita professionale passata ad essere l’un contro l’altro, una realtà lavorativa dalla quale a ragion di logica dovrebbero germogliare solo individualismi, rivalità, apatia ed indifferenza.

Ebbene, io credo che la risposta stia nelle regole della nostra tradizione, in quelle regole che costituiscono il nostro DNA molto, ma molto prima di essere scritte nel nostro codice deontologico, quelle regole che ci rendono indigesti ad arroganti e potenti, chiunque essi siano fossero anche i nostri stessi clienti, e che ci portano a dire che tra noi avvocati del libero foro, la tolleranza non è una qualità sufficiente perché essa porta ancora in se stessa il germe insidioso della superiorità delle proprie tesi. Solo il rispetto, il rispetto profondo del pensiero altrui, la religione laica del contraddittorio, ci fa riconoscere in contesti geografici e professionali tanto diversi, il rispetto della tesi altrui che è in se stessa il rispetto della legalità che necessariamente si accompagna al rispetto delle nostre regole deontologiche, che costituisce quello straordinario ed insopprimibile valore che è il “diritto degli altri”.

Questo è il collante che ci unisce, questa la forza della nostra professione che ci ha tenuti uniti, questo è il messaggio accorato che trasmettiamo nelle affidabili mani di più giovani colleghi. “Contro ogni speranza avevamo sperato” scrive Mathiew Dreyfus dopo la seconda condanna del fratello innocente: contro ogni speranza continuiamo a sperare, noi diciamo e dobbiamo dire oggi.

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Molti di voi conosceranno quella straordinaria pièce teatrale di Dürrenmatt che si intitola “La visita della vecchia Signora”: in essa la giustizia vi compare in veste inaccettabile, in quella di una vecchia americana dal nome armeno che torna, ricca e potente, in una piccola cittadina svizzera per realizzare la “sua” giustizia e si dice pronta ad elargire una somma enorme di denaro ai cittadini che l’aiuteranno a vendicarsi di un certo Alfredo che un tempo l’aveva sedotta ed abbandonata: ed Alfredo vede, giorno dopo giorno, con orrore, i suoi  concittadini cedere alla lusinga del denaro e dopo le prime proteste ed indignazioni, si chiude in un triste silenzio, mentre intorno a lui gli arricchiti parenti ed amici esultano perché giustizia e benessere hanno trionfato.

Eppure, nella sua costruzione grottesca, il teatro di questo grande autore svizzero non ci rappresenta  un mondo futuro di non possibile esito; ma non è questa la giustizia che vogliamo veder trionfare, non è questa la giustizia a cui piace pensare, non è questa la giustizia che è la nostra bandiera e la nostra speranza e che è stata la bandiera e la speranza dei nostri colleghi oggi premiati, che è stato il loro modo di essere, consapevole o meno, di tanti anni di lavoro.

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C’è un motto mafioso che dice “quando tira vento fatti canna”. L’avvocatura torinese non ci sta a farsi canna, a piegarsi al passare del vento avverso: non l’ha fatto nei tristi giorni degli anni di piombo, non lo farà oggi quando sembra tirare il vento, non meno triste e pericoloso, del nichilismo, dell’indifferenza, del servilismo alla sopravvivenza professionale, delle scorciatoie delle amicizie che contano.

Al detto mafioso ci piace ricordare ed opporre una frase di Danilo Dolci, una frase che lui amava ripetere: “Ciascuno cresce solo se è sognato”. Per questo oggi vi invito a sognare una nostra avvocatura diversa, più alta ed etica di quanto la vorrebbero gli altri e di quanto la vorrebbero anche molti dei suoi stessi appartenenti, di quanti considerano solo la logica, che logica non è, dei numeri e del mercato. Carlo Pavesio, pochi giorni orsono, ha chiuso il suo bel intervento ad un nostro convegno ricordando come non tutto quel che conta si può contare e soprattutto non tutto quel che si può contare conta realmente. Il nostro lavoro, quel lavoro che per tanti anni voi, che oggi premiamo, avete fatto, è un valore imprescindibile in se stesso, prescinde dai numeri e dal mercato se noi sapremo prescindere da tali riferimenti, se noi sapremo riproporre quel ruolo e quel valore che per tanti anni è stato il vostro abito naturale, il vostro mestiere di vivere.

Una caratteristica unica del nostro straordinario lavoro, della nostra straordinaria professione è che essa è totalitaria, è un grande amore che non ti abbandona mai, neppure nei giorni bui, ti forma, ti plasma e ti prende malgré tout et malgré tous: ma tutto ciò solo se avrai saputo riconoscere in chi a noi si rivolge una persona in difficoltà, spesso offesa nei propri valori personali o patrimoniali, se avrai saputo condividere, con l’intelligenza della mente ma anche con il sentimento del cuore, il suo problema. Se così avrà operato, l’avvocato non si sarà perso  per strada come per strada non si sono persi i nostri festeggiati che non ci troveremmo oggi a premiare se avessero pensato che l’unica soddisfazione professionale fosse quella di parcellare, se non si fossero attrezzati con quegli straordinari strumenti deontologici e morali che esige la delicatezza dei problemi che nelle loro mani era riposta.

E se i giovani che oggi premiamo e tutti coloro che alla nostra professione si affacciano sapranno raccogliere il loro  esempio ed il loro messaggio, quello che è stato consapevolmente o meno il loro ed il nostro sogno, la nostra Avvocatura crescerà e si saprà avviare verso un tempo nuovo del diritto e dei diritti, verso quello che il genetico francese Kourilsky ha chiamato “il tempo dell’altruismo” perché l’altruismo se è un attributo logico del nostro essere uomini, lo è imprescindibile del nostro lavoro di avvocati: ad un’alter-globalizzazione dovremmo sapere sostituire, sapremo sostituire, un’altrui-globalizzazione e far del nostro pianeta, come del nostro piccolo mondo giudiziario, un altro centro, che è anche il centro degli altri.

La grande maggioranza delle professioni non considera il dovere di altruismo: non è così per la nostra professione che si pone, per naturalità di ruolo, nel punto più spinoso tra libertà individuali e libertà collettive, consapevole che per ottenere la responsabilità collettiva non basta sommare tra loro le responsabilità individuali: il tutto non si riduce solo alla somma degli elementi, così come un gruppo sociale non è propriamente il risultato della somma degli individui che ne fanno parte. E maggiore sarà la nostra libertà individuale maggiore dovrà essere il nostro impegno di altruismo per dar corpo ad una vera libertà collettiva.

Nel 1963 Hannah Àrendt scriveva che “non esiste una cosa che si chiama colpa collettiva e tanto meno una cosa che si chiama innocenza collettiva. In caso contrario nessuno sarebbe colpevole o innocente”.

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Diceva Carnelutti che l’oratore, come il chirurgo, deve guardare l’orologio per controllare la durata dell’anestesia, che consente la sopportazione. Ma permettetemi, anche se il tempo assegnatomi è oramai agli sgoccioli, alcune ultime riflessioni su un tema che mi sta a cuore perché è strettamente connesso con l’abito morale e che è, tristemente, di quotidiana attualità: i rapporti con i media.

Più di cento anni fa (!) Joseph Pulitzer, il grande giornalista ed editore ungherese, evidenziando la necessità di salvare il giornalismo dall’asservimento agli interessi economici, scriveva “solo il perseguimento dei più alti ideali, la più coscienziosa determinazione a far bene, la più scrupolosa conoscenza dei problemi da trattare e un sincero senso di responsabilità morale riusciranno a salvare il giornalismo dall’asservimento agli interessi economici, che mirano a fini egoistici in contrasto con il bene pubblico” e aggiungeva “La nostra Repubblica e la sua stampa cresceranno o cadranno insieme. Una stampa capace, disinteressata, socialmente sensibile, intelligente, ben preparata per capire ciò che è giusto e coraggiosa nel praticarlo, può conservare quell’etica pubblica senza la quale un governo popolare è una finzione e una presa in giro. Una stampa cinica, mercenaria e demagogica, invece, produrrà nel tempo un pubblico alla sua altezza. Il potere di plasmare il futuro della Repubblica sarà nelle mani delle future generazioni di giornalisti”.

Ebbene, abbiamo assistito, non senza lodevoli eccezioni, ad anni di vero Far West delle notizie delle cronache giudiziarie, di oblio di ogni ecologia dell’informazione, in questo clima e con questi valori l’unica ossessione dei media, o di una parte di essi, pare essere stata ed essere l’audience: se lo share è gratificante ogni nefandezza viene d’incanto giustificata, la qualità e la critica cedono il passo alla spazzatura dell’informazione.

In tal clima, nella devastante consapevolezza dell’incommensurabile accresciuto peso dei media (quel pensatore straordinario che è stato Pier Paolo Pasolini, pochi anni dopo che i nostri premiati avevano iniziato la loro professione, ridicolizzava quella che era stata la propaganda fascista nei giornali, negli slogan mussoliniani, nelle scritte sui cascinali, in confronto al peso dei nuovi mezzi di comunicazione e di informazione: e quanto corretta e giusta era la sua analisi!), se pur nelle mutate, degradate condizioni lasciatemi dire che la nostra avvocatura torinese, quella che voi oggi rappresentate, ha saputo dare buona prova di sé, ha saputo tenere dritta la schiena e la barra della propria rotta morale, consapevole che esercizio e limiti del diritto di informazione e del dovere di riservatezza incidono, prim’ancora che su ingranaggi di norme costituzionali e giuridiche, su atteggiamenti di compostezza e responsabilità professionale.

E’ un’obbligazione che il libero foro torinese ha saputo assumersi e che oggi è pronto ad assumere per il futuro: è un impegno che la nostra professione, non diversamente da ogni professione che rivendichi libertà ed indipendenza, deve saper fare propria con forza, non asservendosi alle scorciatoie del successo professionale né all’asservimento al potere perché è di tutti gli uomini liberi la forte convinzione che l’uso dei media, l’utilizzo strumentale dell’informazione e della comunicazione come la loro accettazione, o peggio valorizzazione, nulla ha a che fare con il rispetto delle regole del giudizio, di quelle di un corretto uso di quella macchina terribile che è l’amministrazione della giustizia, di quella dell’etica e dell’equità.

Avere a riferimento esigenze mediatiche significa negare l’esigenza di giustizia sacrificandola all’altare di valori che nulla con essa hanno a che fare.

Scrive in un indimenticabile sonetto, Fernando Pessoa:

“Conosciamo il falso del mondo, non quello che è vero. Eppure a quel pensiamo, sapendo che mai sapremo”.

Il silenzio è sovente un dovere, quando siamo soli a patire: ma è sempre colpa gravissima quando una ingiustizia, con il nostro silenzio, si compie.

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Ed eccoci giunti al momento più bello della nostra cerimonia, a quello del nostro commosso ringraziamento per i vostri lunghi anni di professione, anni che, come abbiamo sempre ricordato, non appartengono solo a voi o agli allievi che avete formato perché essi appartengono a tutti noi, alla nostra professione, ai giovani che ad essa si avviano, alla tradizione del nostro foro subalpino, al nostro senso di comune appartenenza, che si rinnova di anno in anno, di generazione in generazione.

Pensando alla vostra vita di avvocato, ai vostri tanti anni di lavoro, mi sono tornati alla mente i versi del nostro grande Poeta: “

“Faceste come quei che va di notte

e dietro porta il lume

e sé non giova ma dietro fa l’altre genti dotte”

Grazie Marco, grazie Giulio, grazie Antonio, grazie Sandro, grazie a tutti voi per quanto avete fatto sino ad oggi, per come l’avete fatto, per quanto ancora farete nel tempo futuro con noi e per noi.

L’Ordine degli Avvocati di Torino vi abbraccia tutti con forza e con profonda e commossa gratitudine.

Grazie davvero

Mario Napoli

 

Torino, 11 luglio 2013

 

 

17 luglio 2013 |

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