Tra ludus e paidia. Intervista con Simona Bertozzi

Pubblichiamo questa conversazione con la danzatrice e coreografa Simona Bertozzi, in partenza per il prestigioso Fringe Festival di Edimburgo. Dove presenterà ben quindici repliche del suo “Bird’s Eye View”.
Simona Bertozzi ha partecipato con una sua performance allo spettacolo organizzato da SeNonOraQuando? – Comitato di Torino – MAI PIU’ COMPLICI ad ottobre dello scorso anno.

di Michela Pascarella – da Artribune – venerdì 2 agosto 2013

Come nasce il dispositivo di Bird’s Eye View?
Bird’s nasce come una prima filiazione di Mimicry, quarto episodio di Homo Ludens, progetto cui mi sto occupando dal 2009, liberamente ispirato alle categorie ludiche di Roger Caillois. Inizialmente pensato come una serie di appunti coreografici, frutto di una mia ricerca sulla risonanza corporea del mimetismo e della metamorfosi, Bird’s si è poi strutturato con la presenza di un personaggio concreto e del suo trattatello anatomico-ludico di adattamento ambientale. Pioniere o superstite, esploratore di un gioco primordiale e visionario, Bird’s orchestra le proprie azioni proiettandole in uno spazio in continua mutazione.

Cosa vuol dire, per te, danzare Roger Caillois?
Caillois evidenzia di ogni categoria ludica le affezioni fisiche, relazionali e le possibili “ludopatie”. Ilinx (vertigine), Agon (competizione), Alea (casualità) e Mimicry (mimetismo) diventano così microcosmi di collettività organizzate secondo un tempo, un luogo e delle regole ben definite. Ludus (rigore/regola) e Paidia (flusso creativo) sono le temperature interne, indicate da Caillois, entro cui muoversi. Ho trovato un’immediata corrispondenza con la mia ricerca e modalità di creazione. L’urgenza primaria, la regola, è quella di rintracciare un “segno” corporeo, la sillabazione con cui giungere alla composizione delle frasi coreografiche. Poi è necessario inoltrarsi nell’esercizio della ripetizione, il flusso creativo, pensando a una ri-attualizzazione dei materiali, nella relazione con lo spazio, il tempo e le immagini di riferimento iconografico.

Quali immagini hai usato, nella creazione di questo assolo?
Mi hanno ispirato immagini fotografiche documentaristiche sul volo animale, così come reportage di territori e genti colte in azioni collettive in cui “il prima e il dopo” del gesto sospeso faceva immediatamente pensare ad un accordo con i colori, i sapori, le asprezze, le geometrie del territorio in cui erano inscritti. Corpi prodotti dal paesaggio. Contenuti e ritagliati da una condizione ambientale che ne permetteva un’apparizione sempre un po’ traslata, fragile ma estremamente severa e incisiva. Volatile, appunto. In particolare ricordo alcune immagini della primavera araba. Qui i tentativi di volo suggeriti da arti dispiegati, busti e sguardi protesi verso il cielo, così come le tensioni verso il suolo, le cadute, i corpi spezzati, torti, raffiguravano pienamente e con estrema severità condizioni di adattamento e dis-adattamento territoriale, ambientale, fino, in alcuni casi, al completo mimetismo. Parallelamente ai riferimenti visivi delle immagini, mi hanno affiancato, nella creazione, alcune letture sull’aspetto fisiologico e scientifico del mimetismo animale, in particolare il mutamento organico e molecolare in riferimento allo spazio.

Qual è il ruolo del pubblico, in questo congegno?
Penso al pubblico come co-presente all’opera, non casuale presenza ma attivo nella sua scelta di condivisione o distacco. Non mi interessa “puntare il dito” contro lo spettatore e obbligarlo ad una visione telecomandata. Piuttosto cerco di produrre elementi che gli permettano di intraprendere un proprio viaggio e fungano da volano per una visione che transiti, dalla scena, verso altri corpi, altre memorie e esperienze. Mi sforzo di non produrre immagini che si chiudano in un rimando “generazionale”, nemmeno mi interessa la scrittura di modalità corporee già note e semplicemente ricollocate con l’escamotage della post-produzione.

In che senso, precisamente?
Nel senso che l’immagine è per me un territorio che deve continuare ad essere irrorato, che non cessa di pulsare poiché chiuso nei confini della riconoscibilità del dispositivo di scena (post-produzione). Al contrario, continua a riattualizzarsi, re-incarnarsi, grazie alla presenza di una gestualità che si “informa”, come se fosse sempre la prima volta, rinnovando il dialogo con il tempo e lo spazio. Non la riproduzione di un ricordo, quindi, ma di una memoria del corpo. Non una mera imitazione formale, ma un gesto che è ogni volta organicità allo stato puro, scientifico prodotto dei meccanismi motori, dei transiti di origine e trasmissione del movimento, dei piani articolari… anatomia al 100%, che “spiazza” e sembra prevenire la “volontà del fare”, della didascalia, della narrazione e trasla l’irruenza di una scrittura del corpo perentoria e soprattutto impositiva dal punto di vista della percezione. Il gesto assume un potere evocativo. Il suo tempo si spazializza e sfugge la dimensione della quotidianità. Lo spazio innesta contrazioni, estensioni, declivi e sovrasta i confini fisici e architettonici. In questa orchestrazione di elementi, l’immagine fuoriesce come un pneuma, una bolla all’interno della quale si moltiplicano le possibilità di visione e… di evasione. Lo spettatore può scegliere se entrarci o meno, se condividere la propria singolarità con un immaginario creativo e scenico che nella sacralità dell’esercizio, nell’ostinazione di un ascolto tra i corpi, tenta di aprirsi alla generosità di una risonanza universale… incontrando livelli e modalità diversi di humanitas.

Hai spesso lavorato all’estero. Come ti aspetti reagirà il pubblico scozzese a Bird’s Eye View?
Bird’s Eye View ha vinto il premio del pubblico a 17 Masdanza, festival internazionale di danza contemporanea delle Isole Canarie. Poi ha fatto un minitour a Las Palmas, Tenerife e Lanzarote. Questo tra ottobre e novembre 2012. Prima era stato al Dance Week Festival di Zagabria e di Spalato. In entrambi i contesti ha avuto un buon riscontro da parte del pubblico presente. Un pubblico variegato per età e provenienza. In passato ho già avuto esperienze di confronto e dialogo con il pubblico britannico e devo dire che ha sempre dimostrato una particolare sensibilità per il mio linguaggio coreografico, pur trovandolo, a tratti, non proprio familiare. Mi è stata sempre riconosciuta una “verità” del corpo e una “nudità” di intento poetico in grado di rendere fruibili anche le immagini più ostiche… Mi auguro accada lo stesso anche al Fringe Festival di Edimburgo con la visione di Bird’s Eye View.

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