EVA CONTRO EVA

un articolo di Paola Zaretti che induce a qualche riflessione

Sono qui per denunciare la violenza fra donne, per farla uscire dal privato, per darle spazio pubblico, dimensione politica. Per riconoscerla, nominarla, affrontarla.
di Paola Zaretti

“Adesso ho ben chiaro qual è il dramma tra donne: Il rapporto madre-figlia”
(Lonzi, Diario)
“Come è stata tormentosa la mia ricerca di rispondenza”
(Lonzi, Diario)

Capita, ogni tanto, di fare un bilancio su una certa esperienza. Se ne avverte l’esigenza.
Può capitare, naturalmente, che il resoconto non interessi a nessuno/a, e, in tal caso, la via per disfarsene, è presto trovata.
Sto in fb, da circa un anno e ci sono su invito di una cara amica, che si chiama Paola – proprio come me.
E solo quando scrivo o pronuncio il suo nome mi capita di entrare in risonanza con il mio – altrimenti estraneo – e ogni volta è sempre la prima volta. Sarà perché il nome è un significante, solo un significante che ci rappresenta: noi non siamo il nostro nome. Di qui un certo estraniamento.
Se devo – e voglio – ringraziare Paola per quel gesto di fiducia, non saprei ancora dire, però, se accettare quell’invito sia stato un bene o un male. Entrambe, forse.
Capita, infatti, che la ricerca di quello che noi consideriamo il Bene ci esponga talvolta al Male estremo ma capita anche che il Male – e il dolore che ne deriva – apra spazi insospettati e imprevedibili, infinitamente ricchi di sorprese e d’imprevisti – inattingibili a chi lo genera.
Ho incontrato in questo luogo, sia pure solo virtualmente, persone massimamente degne per lealtà, semplicità, generosità, acume, profondità d’orizzonte, con le quali ho condiviso pensieri ed emozioni forti e ri-generanti. Persone capaci di entrare in quel flusso empatico, in quella sublime “risonanza” con l’altra/o che solo l’“autenticità” garantisce generando e potenziando crescita di pensiero: pensiero che si aggiunge a pensiero che pensa.
La mia stima e gratitudine nei riguardi di queste/i amiche/amici è vera e profonda.
Ho incontrato anche altro che, per dabbenaggine, non avevo previsto.
Ho sentito l’odore aspro di quell’odio che vive e si nutre di se stesso, grazie a se stesso e che trova nel proprio autoalimentarsi, la via di una rigenerazione senza tregua.
Ho incontrato per strada quella volgarità che raccatta e smista e seleziona con diligenza tutto ciò che serve a sfamare la vulgata: luoghi comuni, frasi fatte, banalità, stereotipi, assenza di pensiero.
Ho incontrato la menzogna, la pena grigia dello squallore, la calunnia, il rosso vistoso della violenza invisibile. Li ho sperimentati direttamente, fin dentro la mia carne.
Non sono spinta a scrivere da lacrimevole passione (il “vittimismo” lo combatto da sempre), né sono indotta a farlo da desiderio di consenso – anche se non dubito che a certuni/e piacerebbe crederlo.
Parlano d’altro – di etica, di Politica – la mia pulsione, la mia passione, il mio intento.
Sono qui per denunciare la violenza fra donne, per farla uscire dal privato, per darle spazio pubblico, dimensione politica. Per riconoscerla, nominarla, affrontarla.
Per fare, dunque, com’è doveroso che sia, esattamente ciò che ogni donna è invitata, da altre donne, a fare, quando capita che sia oggetto di violenza – fisica o morale o simbolica – da parte di un uomo. E non sarà questo a fare, come stupidamente si dice, “il giuoco degli uomini” perché questo giuoco, lungi dall’essere l’effetto della guerra fra donne, ne è il fondamento.
Se è giusto essere intransigenti nel denunciare la violenza maschile contro le donne, occorre essere ancora più intransigenti con gli atti di violenza contro le donne messe in atto proprio da quelle donne che contrastano la violenza gli uomini. Nessuno sconto, dunque, per le donne “in quanto donne”.
Gli uomini di Maschile Plurale hanno avuto la forza e il coraggio di prendere la giusta distanza, di dissociarsi dalla violenza dei loro compagni di genere nei riguardi delle donne, hanno provato a rompere il muro mafioso della complicità.
C’è forse qualche ragione speciale che dovrebbe impedire a noi di farlo?
E qual è questa ragione se non il desiderio di riconsegnare al rimosso l’ingombro di un problema insoluto – l’opposizione donna-donna, figlia del binarismo patriarcale – congelando tutta l’attenzione sulla tradizionale opposizione uomo-donna in modo tale da oscurare la portata personale e politica di un problema che insidia la relazione donna-donna?
Mi è capitato raramente – in tanti anni di lavoro, di conoscenze, di esperienza politica, di pratica femminista – di imbattermi, come è accaduto in fb, in donne la cui intolleranza nei riguardi di un pensiero differente dal loro ha oltrepassato da tempo i limiti della decenza.
Il peso – personale e politico – di questa esperienza sarebbe passato sotto silenzio se tale intolleranza non si fosse manifestata con estrema violenza proprio ad opera di donne che si autodefiniscono appartenenti al “Pensiero della Differenza” i cui illustri antecedenti in Italia fanno capo a due nomi, autorevoli e di tutto rispetto: Lonzi, innanzi tutto, e Irigaray.
Non ero informata – essendo per me impensabile che ci si potesse spingere a tanto – dell’esistenza di una nuova forma di gendarmeria neopseudofemminista addestrata alla spionaggio, al controllo delle altrui opinioni, degli altrui pensieri e persino degli altrui movimenti in fb.
Opinioni e pensieri – inutile dirlo – liberamente espressi e non “allineati”, non “alienati” e non omologabili, sistematicamente sottoposti a un vero e proprio stalking – nello stile, nei contenuti e nel linguaggio – da parte delle squadre di uno sparutissimo drappello di maschie decise a tutto pur di “far fuori”, con ogni mezzo e ad ogni costo, chi osa pensarla diversamente da loro.
Sembra incredibile, lo so, sembra troppo, lo so, e stenterei io stessa a crederlo se non fosse che così, proprio così sono andate e continuano ad andare le cose anche, da ultimo, in occasione della candidatura di Puppato che ha rimesso all’opera qualche soldatessa malamente addestrata a sedare ogni “tentativo di rivolta” al pensiero unico. Se non fosse che altre donne – mi è stato detto – hanno subito trattamenti analoghi.
Non è stato facile per me decidere di rendere pubblico questo post. La motivazione che mi ha spinta a farlo, se riguarda il personale, lo riguarda unicamente per quel tanto che questo “personale” è inscindibile dalla mia passione politica. Ne va, infatti, di una questione politica estremamente seria che interroga il femminismo su ciò che Iulia Kristeva lucidissimamente paventa: “Questa identificazione delle donne con un potere precedentemente inteso come frustrante, oppressivo o inaccessibile, è stata spesso utilizzata dai regimi totalitari: i nazional-socialisti tedeschi e la giunta cilena ne sono degli esempi. Che si tratti di un contro-investimento di tipo paranoico di un ordine simbolico inizialmente negato è forse una spiegazione di questo fenomeno inquietante. Essa non impedisce la sua propagazione massiccia sul pianeta, sotto forme più dolci di quelle totalitarie ricordate più sopra. Ma tutte vanno nella direzione del livellamento della stabilità, del conformismo, al prezzo di un annientamento delle eccezioni, delle esperienze, dei casi fortuiti. Talune rimpiangeranno che il progresso di un movimento libertario come il femminismo vada a finire nel consolidamento del conformismo; altre se ne rallegreranno e ne trarranno profitto. Le campagne elettorali, la vita dei partiti politici non cessano di scommettere su quest’ultima tendenza. L’esperienza dimostra che, molto rapidamente, anche le iniziative contestatarie o innovatrici delle donne attirate dal potere (quando non vi sottomettono per prime) sono girate a favore dell’apparato. La supposta democratizzazione delle istituzioni mediante l’ingresso in esse di donne si liquida, il più spesso, con la fabbricazione di un qualche “capo” al femminile” .
Sono delle “nuove cape”al femminile che vogliamo?

*L’articolo è comparso sull’ultimo numero di Pedagogika.it – La formazione entra in campo. Tutte le info sulle modalità di acquisto o abbonamento sono disponibili su www.pedagogia.it

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