Le ragioni dell’arte non giustificano la sopraffazione di Loredana Lipperini

intervista a La  Repubblica  mercoledì 25 settembre

 

7 FEBBRAIO 1976. Da pochi giorni ero arrivata, fresca di maturità, al Partito radicale, e la mia prima azione di disobbedienza civile fu prendere parte alla proiezione di Ultimo tango a Parigi, che la Corte di Cassazione aveva condannato al rogo una settimana prima. Fu una proiezione annunciata, seguita dall’arrivo della polizia e dal sequestro delle pizze. Peccato che nelle medesime ci fosse la ripresa di un comizio radicale: uscite le forze dell’ordine, il film si proiettò lo stesso.

Lo rifarei, ho scritto qualche giorno fa: perché non è in discussione il valore estetico del film, come vuol far credere il solito, noiosissimo mantra sulle femministe moraliste. La questione si riassume in poche parole: una ragazzina senza tutele (Maria Schneider) viene costretta a girare una scena che non voleva interpretare, perché in quel contesto era il soggetto debole (una ventenne sconosciuta, stretta fra un mostro sacro e un regista affermato) e veniva ritenuta incapace di comprendere il progetto artistico, quindi la sua volontà è stata ignorata e poi schiacciata.

Mi si dice che il cinema è questo. Molto bene, o molto male: ma giudicare non l’opera d’arte, bensì la scorrettezza dell’artista è atto legittimo, e non comporta affatto desiderare poeti maledetti che bevono latte anziché assenzio. Stiamo parlando di tutele, umane e lavorative, di soggetti terzi, non del tasso alcolico nel sangue di Bukowski.  Invece, il dibattito si è avvitato fino a rendere caricaturali le diverse (e complesse) posizioni: al momento, sembra essere composto da strenui difensori dell’Arte contro anime belle, forse frigide, certamente animate da foga censoria. Viene dunque da pensare, considerando anche il poco clamore suscitato, all’epoca, dalle dichiarazioni della stessa Schneider, che questa sia semplicemente un’occasione colta da tanti intellettuali (e non) per riproporre il consolante stereotipo della femminista isterica che odia arte, sesso e altrui felicità. La notizia è semmai questa: non certo la malinconia (e forse i rimorsi) di Bertolucci.

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