“Quelle 51 donne salvate da una legge in pericolo”, di Michela Marzano

La Repubblica 26.09.2013

Doina di Tortona si è salvata in tempo. Così Marta che vive in Romagna e Tosca di Ventimiglia. L’ha scampata anche Carla, nel mirino di uno stalker nella sua San Martino Sannita. Sono 51 le donne salvate dal decreto legge sul femminicidio. E sono altrettanti i potenziali carnefici spediti in carcere, o ai domiciliari, che potrebbero essere liberi e pronti a finire quello che avevano iniziato contro le loro vittime. Infatti, il decreto varato dal Consiglio dei ministri l’8 agosto, che prevede per i reati di stalking l’arresto obbligatorio in flagranza, l’allontanamento d’urgenza e l’irrevocabilità della querela, potrebbe non diventare mai legge. Il testo è in discussione alla Camera nelle commissioni congiunte Affari costituzionali e Giustizia, ma zavorrato da 414 proposte di modifica, piovute da destra e da sinistra.
Tuttavia, il problema delle violenze contro le donne in Italia non si può sperare di risolverlo solo attraverso misure preventive e repressive. Il fenomeno è la conseguenza della profonda crisi identitaria che riguarda non solo gli uomini e le donne, ma più in generale le relazioni intersoggettive.
Si può veramente pensare di combattere la piaga delle violenze contro le donne senza prenderne in considerazione il carattere strutturale e limitandosi ad adottare una serie di misure repressive? C’è un’urgenza evidente di risposte immediate: è in gioco, nell’immediato, la vita di centinaia di persone. Ma il problema delle violenze contro le donne, in Italia, non è solo un’urgenza. Anzi. È soprattutto un problema strutturale che non si può sperare di risolvere introducendo l’irrevocabilità della querela nei confronti degli uomini violenti, l’arresto obbligatorio per maltrattamento e stalking di chi è colto in flagrante delitto, e con le molteplici aggravanti nei confronti dei coniugi e dei compagni previste nel decreto legge approvato l’8 agosto dal Consiglio dei ministri. C’è da rallegrarsi se davvero le forze dell’ordine cominciano in molti casi a intervenire in modo efficace per proteggere le vittime. Attenzione però a non sottovalutare il vero problema legato alle violenze di genere.
Ovvero le sue radici, le sue diramazioni, le sue conseguenze e la sua prevenzione. Continuare a normare solo gli interventi repressivi — che peraltro, in molti casi, sono già normati — significa infatti non capire che la violenza contemporanea contro le donne è la conseguenza immediata della profonda crisi identitaria che, al giorno d’oggi, riguarda non solo gli uomini e le donne, ma anche più in generale le relazioni intersoggettive.
Quando si capirà che, senza la promozione di una cultura della tolleranza e dell’accettazione reciproca, la violenza non sarà mai arginata? Quando si comincerà a proteggere davvero le vittime finanziando in maniera adeguata i centri anti-violenza che da anni chiedono risorse per le proprie fondamentali attività? Quando si affronterà il problema della presa in carico psicologica degli uomini che maltrattano le donne? Quando si deciderà di introdurre nelle scuole un’educazione mirata a disinnescare comportamenti violenti e alla gestione dei conflitti?
Problemi che il decreto legge non affronta. Tutte questioni che, finché non saranno trattate, non permetteranno di trovare soluzioni reali ed efficaci al carattere strutturale della violenza contro le donne.
In parte destabilizzati dalle recenti trasformazioni delle relazioni umane, molti uomini non riescono ad accettare l’autonomia femminile: insicuri e incapaci di sapere “chi sono”, accusano le donne di mettere in discussione il proprio ruolo; narcisisticamente fratturati,pensano che le donne debbano aiutarli a riparare le proprie ferite, trasformandosi in persecutori di fronte ad ogni manifestazione di indipendenza, come se il semplice fatto di perdere la propria donna significasse una perdita d’identità.
Ecco perché il problema delle violenze — ancora prima dei passaggi all’atto che questo decreto cerca di combattere — è un problema culturale e formativo: in assenza di punti di riferimento e di fronte alla frantumazione dei rapporti umani, ci si illude che, con la violenza, ci si possa riappropriare di un’identità e di un ruolo che non esistono più da molto tempo. Mentre l’educazione e la cultura permetterebbero di riscrivere la grammatica delle relazioni umane, aiuterebbero i ragazzi e le ragazze a prendere coscienza della propria dignità e del proprio valore, insegnerebbero ai più piccoli il rispetto delle differenze e dell’alterità.
Il dramma della violenza contro le donne comincia nelle famiglie e nelle scuole e viene rafforzato con le pratiche di discriminazione. Fino a quando non si affronterà il problema dell’educazione per insegnare l’uguaglianza e la pari dignit à di tutti, del potenziamento dei centri anti-violenza per l’aiuto delle vittime, della diffusione di messaggi di odio e di intolleranza che violano la dignità delle persone, delle condizioni materiali di accesso al lavoro, e della presa in carico degli uomini maltrattanti per evitare che la violenza si trasmetta da una generazione all’altra, le misure legislative saranno sempre e solo dei palliativi. Certo necessari, ma mai sufficienti

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