Nella stanza dove si impara a non odiare più le donne

Il Comune di Torino, da anni ha messo in campo azioni concrete per il contrasto alla violenza sulle donne, come il Coordinamento cittadino e prvinciale contro la violenza sulle donne che è un organismo multidisciplinare ed interistituzionale aperto ad Enti, Associazioni ed Organizzazioni senza scopo di lucro. Istituito dalla Città di Torino a livello cittadino nel 2000, il Coordinamento è stato ampliato nel 2010 al territorio provinciale; il Coordinamento costituisce la “rete” dei soggetti che, ciascuno nel proprio ambito di competenza, mettono a disposizione professionalità e servizi in campo sanitario, psicologico, legale, giudiziario e di ordine pubblico, culturale, socio-assistenziale ed educativo, al fine di tutelare i diritti fondamentali delle donne, offrire loro sostegno, contrastando il fenomeno della violenza e promuovendo una cultura del rispetto, della reciprocità e della parità tra donne e uomini, attraverso il confronto tra soggetti diversi sotto il profilo di genere e di orientamento sessuale.

Ora una nuova azione per il contrasto si inserisce grazie ad un progetto della Provincia: uno sportello gestito dall’ass. Il cerchio degli uomini che accoglie i violenti e prova a insegnare loro che l’amore non è possesso, che la rabbia, se scorre nel canale giusto, si trasforma in benzina per la vita.

Segue l’articolo di Giuseppe Bottero – La Stampa

“Inizia tutto da una telefonata. «Forse ho bisogno di aiuto». Il «forse» sparisce dopo un paio di minuti. Il tempo di sciogliere l’ansia, prendere le misure all’operatore che sta dall’altra parte della cornetta. L’uomo cui ti affidi, scettico, per smettere di odiare le donne.
Via Bruino 4, uno stanzone al primo piano interrato nell’edificio del Centro per le Relazioni e le Famiglie del Comune di Torino. È qui la sede del Cerchio degli Uomini, l’associazione che da quattro anni- grazie a un progetto dell Provincia- accoglie i violenti e prova a insegnare loro che l’amore non è possesso, che la rabbia, se scorre nel canale giusto, si trasforma in benzina per la vita.
È come un «Fight Club» dove ci si allena a diventare buoni. Sei, sette uomini in cerchio. Un insegnante, un immigrato peruviano, un commercialista. Se le loro vite avessero continuato a viaggiare sui binari su cui sembravano dirette, non si sarebbero mai incontrati. Poi, dentro ognuna delle loro teste, è scattato qualcosa. O si sono risvegliati fantasmi d’infanzia.
Chi prova a lasciarsi alle spalle i raptus che sbranano le famiglie e gli affetti parte dal numero verde, 0112478185; dietro la cornetta, c’è uno dei cinque operatori che anima lo «Sportello telefonico per l’ascolto del disagio maschile». Hanno fatto formazione all’estero, costruito una rete con le altre associazioni torinesi. Dopo il colloquio telefonico ti ricevono in un piccolo ufficio. «La nostra parola d’ordine è condivisione», dice Domenico Matarozzo, uno dei fondatori. Detesta il termine «maltrattanti», la definizione ufficiale utilizzata per chi non riesce a fare a meno di alzare le mani. Spiega che il primo passo per uscire dal labirinto dei soprusi è assumersi la responsabilità dei propri gesti. Ed è difficile. «Il 95% delle violenze domestiche non è denunciato, dimora nel silenzio, se ne sa ancora abbastanza poco e l’uomo molto spesso non le riconosce. Prova a minimizzare», ragiona.
Al Cerchio degli uomini, a differenza di altre strutture simili, non si fa terapia. Si condivide. Niente farmaci, niente psicologia. Solo, un’analisi dei gesti, degli atteggiamenti. Soprattutto, delle idee. «Ci confrontiamo, andiamo alla radice». Ma come si ferma la rabbia folle, quella che acceca? Un buon metodo è tenere un diario, raccogliere le sensazioni. Poi, una volta a settimana, per un anno, si sputa fuori tutto, seduti in cerchio. Insieme a T., extracomunitario imbevuto di «machismo». Al fianco di Y., laurea e appartamento in collina. Non sono malati – dice il counseller Roberto Poggi – ma persone che devono imparare a mettersi in discussione. Qualcuno molla subito. Altri si mettono in gioco. I gelosi compulsivi, per esempio. Capiscono che se lei ti tradisce puoi uscire dalla relazione. «C’è sempre una soluzione migliore» prosegue.
Tanti non riescono ad accettare che una donna faccia carriera, che abbia una posizione sociale migliore. E allora scattano le angherie. «È un problema culturale», prosegue. «Qui i maschi si rendono conto delle loro fragilità». Mica facile. La recidiva è altissima, mollare, un attimo. Racconta Maratozzo che in quattro anni sono passate di qui 250 persone, ma solo ottanta hanno avuto la forza di mettersi in gioco.
A volte bisogna scavare. Un uomo e una donna. Lui è transitato da via Bruino. Picchiava la moglie. Lei, la sorella, era succube del marito. Una vittima designata. La soluzione del segreto stava nella famiglia d’origine, nelle botte del padre. Fuoco sulla benzina del disagio. La quota di violenti con la propria partner – spiega Linda Laura Sabbadini, direttore centrale dell’Istat – è pari al 30% fra chi ha assistito a violenze contro la propria madre, al 34,8% fra coloro che l’hanno subita, e al 6% tra chi non ha mai visto nessuno alzare le mani. Attraverso una serie d’interviste l’istituto ha anche tracciato il profilo dell’uomo che odia le donne: ha tra i quarantacinque e i cinquantaquattro anni, un grado d’istruzione basso, il 37% ha una licenza elementare o nessun titolo di studio, meno del 6%, invece, è laureato. Giù nello stanzone di via Bruino le statistiche diventano carne, ossa, lividi.
«Qui viene chiunque», dice Matarozzo. Uomini in divisa, docenti insospettabili. Come L., stalker compulsivo. Mesi sulle tracce della sua amante. Mentre moglie e figli lo aspettavano. «Non poteva fare a meno di seguirla». Al Cerchio fa un lungo viaggio fino alle «origini del male». Ora, finalmente, è tornato a casa.

Commenti chiusi.