IL DOLORE DEGLI ALTRI di Fausto Sesso

«Cedars Village è una comunità di pensionati a Chorleywood, cittadina poco distante da Londra. Per diventare residenti bisogna avere superato i 60 anni; l’età media è di 80. Nel villaggio ci sono 150 case e 180 residenti, lo staff di servizio è sempre di almeno 30 persone. […] Il manager del villaggio descrive la comunità come orientata a garantire salute, felicità e benessere alle persone nell’ultima fase della loro vita. […] Questo retirement village non ha niente a che vedere con una residenza per anziani, assomiglia piuttosto a un albergo di lusso con ospiti ottimamente seguiti che mantengono la propria indipendenza. Sono organizzate diverse attività, conferenze, concerti, gare di bridge, partite di croquet; il villaggio è dotato di palestra, club di poesia, serra, biblioteca, negozi di alimentari, bar, ristorante, sala da ballo, centro di benessere, pronto soccorso con una piccola sala operatoria per interventi generici. Ogni residente paga 6.000 euro all’anno per servizi che includono la manutenzione dei giardini, un’ora di pulizie della casa, la lavanderia e un servizio di assistenza sanitaria ventiquattr’ore su ventiquattro. Le case sono di varie metrature e i prezzi vanno dai 400.000 ai 550.000 euro. Gli abitanti provengono, quindi, tutti dalle classi medio-alte. Due terzi dei residenti vivono da soli e un terzo si è trasferito con il coniuge. La popolarità di posti come quello descritto – nati negli Stati Uniti e in via di diffusione in Australia, Nuova Zelanda oltre che Regno Unito – è in aumento, anche se nel resto dell’Europa non sono ancora diffusi. Naturalmente è possibile avanzare critiche di ghettizzazione, sottolineare il rischio che gli anziani vivano lontano da altri gruppi di età, che si collochino in gabbie dorate in attesa della morte». (brano tratto dal saggio Il senso del consumo di Maura Franchi)

Cedars Village è un luogo nel quale sono state bandite la sofferenza, la fatica, la diversità umana e sociale, l’amore, la paura, la morte. In una parole, è stata bandita la Vita. Non ci facciamo ingannare da tale livello di assurdità. Esso, in realtà, rappresenta solo l’iperbole (non a caso, made in U.S.A.) di ciò che promette e sollecita l’imperativo della società dei consumi: una vita al riparo della Vita, in cui il bello si può acquistare e il brutto si può scartare.

Scarti della nostra vita, allora, appaiono quei corpi di migranti annegati rinchiusi in sacchi che sembrano quelli della spazzatura. Corpi di uomini, donne (alcune incinte) e bambini che, ci informa la stampa, “fuggono dalle guerre, dalle dittature, dalla povertà. Nel 2013 a Lampedusa e Pantelleria ne sono arrivati 11.686. Altri sono sbarcati in Calabria e Puglia. I migranti sono arrivati in gran parte da Siria, Eritrea, Somalia ed Egitto». Disperati che per sfuggire all’inferno delle loro vite sono precipitati in un gorgo di acqua e fuoco, ad un passo da ciò che immaginavano essere il paradiso.

Scrive Susan Sontag nel libro Davanti al dolore degli altri: «L’immaginaria partecipazione alle sofferenze degli altri promessaci dalle immagini suggerisce l’esistenza tra chi soffre in luoghi lontani – in primo piano sui nostri schermi televisivi – e gli spettatori privilegiati di un legame che non è affatto autentico, ma è un’ulteriore mistificazione del nostro rapporto con il potere. Fino a quando proviamo compassione, ci sembra di non essere complici di ciò che ha causato la sofferenza. La compassione ci proclama innocenti, oltre che impotenti. […] Sarebbe meglio mettere da parte la compassione che accordiamo alle vittime della guerra e di politiche criminali per riflettere su come i nostri privilegi si collocano sulla carta geografica delle loro sofferenze e possono – in modi che preferiremmo non immaginare – essere connessi a tali sofferenze, dal momento che la ricchezza di alcuni può implicare l’indigenza di altri». Per quanti sforzi possa fare la nostra coscienza e la capacità di immedesimazione – conclude la Sontag – «noi – e questo “noi” include tutti quelli che non hanno mai vissuto nulla di simile a ciò che loro hanno affrontato – non capiamo. Non ce la facciamo. Non riusciamo a immaginare davvero come è stato».

I pescatori di Lampedusa che hanno salvato tante vite, la volontaria che piange a dirotto, i cittadini che hanno ribadito in una fiaccolata – dietro ad una croce fatta con il legno dei barconi – il loro spirito di accoglienza, invece, hanno visto da vicino. E hanno capito. Padroni a casa nostra, che sciocchezza! Nessuno è padrone di un luogo della Terra, né può essere casa nostra ciò che abbiamo solo per la fortuna di nascere sulla riva giusta del Mediterraneo. Don Stefano Nastase, il parroco di Lampedusa, ci ricorda cosa è davvero nostro: «quei bimbi sepolti in fondo al mare sono i nostri figli».
di
Fausto Sesso

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