Chiara di Assisi La disobbediente. Intervista a Dacia Maraini

da l’Unità 14 ottobre 2013

È UN SINGOLARE LIBRO QUESTO CHE DACIA MARAINI HA DEDICATO ALLA «RAGAZZINA SCALZA, LA FIGLIA DI FAVARONE SCIFI DI OFFREDUCCIO E DI MADONNA OR- TOLANA FIUMI» che diciottenne, incantata da quel Francesco d’Assisi, figlio del ricco Bernardone, che si era spogliato di tutto, si sottrasse al suo destino di fanciulla altolocata e si fece monaca. Dando vita a una specie di rito femminile colletti- vo di liberazione: in convento la seguirono due sorelle e la madre. Per essere proclamata santa, nel 1255, due anni dopo la morte: Santa Chiara.

Chiara di Assisi. Elogio della disobbedienza (pp. 253, euro17,50) è un libro che inaugura una nuova collana Rizzoli, «Altri Eroi», vite di personaggi esemplari riscritte da penne d’oggi: prossimi ap- puntamenti, nel 2014, con il Pertini di Giancarlo de Cataldo e il Montanelli di Paolo di Paolo. In tempi di Papa Francesco è facile pronosticare al testo di Dacia Maraini un bel successo, non solo italiano. Per riportare in vita Chiara d’Assisi la più popolare delle nostre scrittrici fa ricorso a un escamotage narrativo classico: la lettera che mette in moto il tutto, qui l’e-mail che una ragazza che dice di chiamarsi Chiara Mandalà e di scrivere da un paese alle pendici dell’Etna manda all’io narrante, chiedendole di far luce sulla figura di cui le è stato imposto il nome. Ma poi la corrispondenza tra le due dà vita a un rapporto anche visionario, al termine del quale scopriamo che la Chiara d’oggi, che è anoressica ma aspira ad avere «un corpo felice», sta compiendo quella che per noi è la più misteriosa delle scelte… Mentre, per quelle 250 pagine, la «Scrittrice» ha messo a confronto la propria identità laica con le luci e le ombre del Medio Evo e dei suoi mistici. Chiara di Assisi. Elogio della disobbedienza è, per questo aspetto, un libro molto attuale: perché l’autrice vi appare con le sue storie personali (la malattia e la morte di una sorella, del compagno), in un tipico, attuale, mix di soggettivo-oggettivo.
Dacia Maraini, lei quanto sapeva di santa Chiara prima di affrontare quest’opera? E, a libro concluso, quale idea nuova se ne è fatta?
«Ne sapevo pochissimo. Dai sedici anni quando avevo letto L’autunno del Medio Evo di Huizinga, avevo continuato a leggere sull’epoca che mi interessa molto. Questo libro però mi ha tirato per i capelli. Sono andata più volte ad Assisi. Se, dovendo fare un ritratto, ho scelto Chiara, è perché da tempo mi interessano le mistiche e lei è stata la prima, colei che ha dato il via a quest’idea trasgressiva del rapporto diretto con Dio, senza passare attraverso le istituzioni. Questo era eversivo. Fosse stato per la Chiesa lei e le sue sorelle sarebbero state bruciate vive o cancellate. Ma avevano un grande successo di pubblico: anche se in clausura, cioè prigioniere, la gente accorreva da loro».
Viene in mente, oggi, l’equivalente di Aung San Suu Ki che, dalle finestre di casa sua, è riuscita a liberare la Birmania…
«Giusto. Chiara faceva i miracoli, da lì dentro agiva sulla comunità che era fuori. Era una personalità di grandissimo prestigio, seppure predicava poco, perché era una mistica silenziosa. Due sono le cose eversive che ha professato: il rapporto diretto con Dio e la rinuncia a qualsiasi proprietà, perfino al pane, perché tutto appartiene a Lui».
Nel suo libro è centrale il tema della rinuncia ai beni materiali come garanzia di libertà, perseguita da Chiara col cosiddetto «Privilegio della Povertà» fino sul letto di morte. Perché?
«È ciò che la Chiesa non poteva accettare, perché attraverso la proprietà controllava monache e monaci, dando loro denari e terre per vivere e ottenendone in cambio ubbidienza. E infatti morta Chiara, fatta santa in due anni e messa da parte, il Papa revoca quel “Privilegio” e impone alle sue clarisse di accettare la regola di tutti».
La rinuncia alla ricchezza e la libertà di spirito che questa concede sono discorsi tuttora comprensibili. Infatti è su questo piano che si sta muovendo un papa che ha voluto chiamarsi Francesco. Ma avvicinarsi a Chiara significa cimentarsi anche con altre realtà: lei traccia un’analogia, secondo me non convincente, tra i digiuni delle mistiche e quelli delle anoressiche di oggi. Il vero enigma è però il rapporto col corpo, le lane ruvide e pelli di porco che Chiara usava a mo’ di cilicio per flagellarsi. Le sembra barbarie o ne capisce il senso?
«La cultura dell’epoca demonizzava il corpo. Il corpo, origine del desiderio, era visto come la radice della dipendenza. Questo lo dicono anche alcune religioni orientali. È un’eredità che ci appartiene tuttora per negativo: siamo nella scia di una cultura che vede la sessualità come il più grande dei peccati. In un’epoca manichea Chiara mortificava il corpo che appariva come la parte bestiale. Per noi questo è un “memento”: le citazioni terribili dei padri della Chiesa, che riporto nel libro, ci dicono dove nasca la spinta a una violenza sul corpo considerato demoniaco delle donne».
È un’estimatrice di papa Francesco?
«Sì. Sono bravi tutti a parlare di pace e bontà, ma lui mi pare agisca sui meccanismi della Chiesa congegnati per farla rimanere ben serrata. Lo Ior, per esempio».

Scrivere di Chiara d’Assisi ha cambiato il suo rapporto con la religione?
«Non sono un’atea, sono un’agnostica. Non mi interessa la religione in quanto sistemazione del mondo. Però mi interessa la dimensione della spiritualità».

Ha scritto un libro su una santa. Che cos’è la santità per una donna di oggi non credente? Ha valore? È esportabile?
«Se penso al posto che l’istituzione assegna ai santi, no. Se penso all’esempio, sì. Vibia Perpetua è stata a Cartagine nel terzo secolo una delle prime martiri cristiane e ci ha lasciato un bellissimo diario. Giovanissima, aveva un bambino piccolo e ne aspettava un altro, fu processata e data in pasto ai leoni. Perché queste cose terribili avvenivano davvero, non erano solo dettagli truculenti da fumetto. In Perpetua la santità è coerenza: non mente, ritiene la sua idea più importante della sua vita. Questa forza è importante ancora oggi, è un esempio di coerenza e onestà intellettuale».

Appunto, ecco cosa può rappresentare, per Dacia Maraini, la fanciulla che a piedi scalzi seguì Francesco d’Assisi e portò con sé le donne della sua famiglia: «Chiara racconta di una Italia che forse conosciamo poco» scrive, «non sprezzante dell’ordine, ma profondamente autonoma e misteriosa, indipendente e determinata».

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