Inesistente il welfare per le mamme

di Luigina Venturelli da L’Unità 20 ottobre 2013

Non è certo per scarso spirito materno che le italiane fanno meno figli delle francesi, con un indice di natalità che non raggiunge la media di 1,4 figli per donna rispetto al 2 tondo tondo delle transalpine. Né è per un caso sfortunato che l’occupazione femminile in Italia non arriva nemmeno al 50%, di dodici punti più bassa della media europea e di oltre venti rispetto all’inavvicinabi- le Svezia. La causa principale a cui sono riconducibili queste pesanti carenze del nostro Paese e, in ultima analisi, la sua generale difficoltà ad uscire dalla crisi economica per agganciare la ripresa è la scarsa spesa pubblica che lo Stato italiano destina alle mamme che lavorano.

Secondo l’Osservatorio sull’impreditoria femminile curato dall’Ufficio studi di Confartigianato che verrà presentato domani a Roma, nel corso della 15esima Convention di Donne Impresa, la spesa pubblica per aiutare le donne a far nascere e crescere i figli è pari a 20,3 miliardi, pari all’1,3% del Pil e inferiore ben del 39,3% rispetto alla media dei 27 Paesi dell’Unione europea. In particolare, le prestazioni assistenziali a favore delle nascite – tra cui rientrano le misure di sostegno al reddito per le madri in maternità – si assestano sui 3,1 miliardi di euro, una cifra inferiore del 26,6% rispetto alla media europea. Quelle a sostegno della crescita dei bambini – come gli assegni familiari – sono di 2,8 miliardi, più basse del 51,2% rispetto alla media Ue, mentre quelle destinate ai giovani sotto i 18 anni ammontano a 6,6 miliardi, uno stanziamento inferiore del 51,5% rispetto a quello europeo.

LE CONSEGUENZE SOCIALI

Ma uno Stato poco generoso nei confronti delle famiglie, incapace di attribuire il giusto peso agli investimenti in welfare per favorire la conciliazione tra attività professionali e cura familiare, inevitabilmente paga pesanti conseguenze sociali. La crisi economica e la qualità dei servizi pubblici per la famiglia, infatti, influenzano direttamente la natalità, che in Italia ha registrato un costante calo delle nascite, diminuite tra il 2008 e il 2001 del 7,3%.

Insieme con la diminuzione delle nascite, è in discesa anche l’utilizzo di alcuni strumenti di welfare a sostegno della maternità e della conciliazione lavoro-famiglia. In dettaglio, il congedo obbligatorio retribuito di maternità che spetta alla lavoratrice madre, dipendente o autonoma, nel 2012 ha visto un calo del 6,8% degli utilizzatori rispetto al 2011: la diminuzione è stata del 5,6% per le dipendenti, mentre è crollata del 17,6% per le lavoratrici autonome e del 18,6% per le artigiane. Stessa sorte per il congedo parentale, i cui utilizzatori sono scesi del 4,9% tra il 2011 e il 2012, mentre per quanto riguarda l’assegno di maternità dello Stato e dei Comuni, il calo dei beneficiari è stato del 4%. Segno negativo anche per l’assegno al nucleo familiare, i cui destinatari sono diminuiti dello 0,9% nell’arco dei dodici mesi in esame.

L’Osservatorio di Confartigianato si è occupato anche di verificare il livello qualitativo di alcuni servizi pubblici utili per le donne che devono conciliare lavoro, famiglia e maternità. E i risultati dell’analisi, purtroppo, non si sono rivelati confortanti. I servizi comunali per l’infanzia, come gli asili nido, i micronidi o i servizi integrativi e innovativi, sono infatti utilizzati soltanto dal 14% dei bambini sotto i 3 anni. Non va meglio per la quota di posti letto nei presidi residenziali socio-assistenziali e socio-sanitari che sono, sulla media nazionale, pari a 7 ogni mille abitanti. Molto bassa anche la percentuale degli anziani sopra i 65 anni che utilizzano il servizio di assistenza domiciliare inte- grata, pari ad appena il 4,1%.

Ne consegue una forte incidenza negativa sull’occupazione femminile: in Italia quasi una donna su due (46,5%) è inattiva. Con differenze molto marcate tra Nord e Sud: se a Bolzano il tasso di inattività femminile è pari al 31,9%, in Campania tocca il record negativo del 64,4%. Pur in un contesto così problematico per il lavoro femminile, l’Italia mantiene però la leadership in Europa per il maggior numero di imprenditrici e lavoratrici autonome: 1.524.600, pari al 16,3% delle donne occupate nel nostro Paese, rispetto alla media europea del 10,3%. In particolare, le imprenditrici artigiane sono 364.895.

20 ottobre 2013 |

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