«La Leopolda non è donna»

di Silvia Ballestra da l’Unità 31 ottobre 2013

Giovani, carini, molto occupati. Si direbbe un passo avanti: i candidati alla segreteria del maggior partito della sinistra italiana rappresentano il nuovo, anzi il moderno, con la comunicazione come primo pensiero e una confezione raffinata, soprattutto nel caso di Renzi, segretario in pectore.

Il passo indietro, invece, è che sono tutti maschi e questa volta non c’è nemmeno, come nelle primarie dell’anno scorso, una presenza femminile di testimonianza. Si dirà che siamo abituati a questa prevalenza del maschile, e ce ne faremo – sempre a fatica, ovvio – una ragione. Un po’ più grave, invece, che la questione femminile risulti totalmente assente dal dibattito. Parafrasando Renzi, il suo immaginifico linguaggio e i suoi baricchismi che sembrano piacere tanto ai giornali e al pubblico mainstream “né di destra né di sinistra”, potrei dire che lo “stupore” è tutto mio.
Non un cenno, nel discorso finale alla Leopolda, sul nostro vergognoso posizionamento nelle classifiche mondiali della disparità di genere, sui 47 centesimi di media guadagnati da una donna italiana per ogni euro guadagnato da un uomo, sulle pensionate che percepiscono in media il 31 per cento in meno dei pensionati.

Ci sarà forse tempo per precisare, per rimediare, per mettere a fuoco, ma, qui e ora, la sensazione, assai sgradevole, è che l’argomento non sia considerato abbastanza glamorous.
Insomma, in tutta quella modernità di parole e simboli, in quel patinato nuovismo, la questione femminile pare vecchia, polverosa, meglio tenersene alla larga come da altro vecchiume poco performante in termini di immagine (simboli di partito, diritti, donne, uff che vecchiume!).

Indicativo per esempio che nell’estetica molto americana delle success stories che Renzi propone a modello, anche quelle tutte molto chic, dal re del cachemire al re del food, donne non se vedano. Un’altra volta: tutti maschi.

Altra sensazione: pare che le donne di contorno al leader, anche loro giovani, carine e molto occupate, facciano da supporto e fureria. E c’è da sperare che saranno loro, con i fatti, a smentire di essere soltanto volti nuovi per i talk-show e poco più.

C’è dunque nell’aria una doppia delusione. La prima, più politica, per un aspirante segretario di un partito grande, popolare, vivo, che aspira a guidare il Paese, che sembra scordarsi di una questione essenziale e primaria come la parità, prima di tutto economica e di diritti, tra i sessi. E la seconda, più culturale, per una generazione emergente, i nati nei Sessanta e nei Settanta, che pare riprodurre, anche se più “modernamente”, tic e difetti del passato. Se il “nuovo”, il “moderno” e il “cool” è l’attenzione per le donne intese come massa elettorale da sedurre, poi, la delusione si moltiplica. Si può perdonare al nuovo che avanza di avere simboli e linguaggi non nuovissimi (la Vespa, Jovanotti, il blairismo, il merito…), ma non di espellere dal suo discorso, perché poco affascinante, un’emergenza vera, quella della condizione femminile, che colloca il Paese, ben più di altre emergenze, ai piani bassi e bassissimi delle classifiche mondiali.

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