“Faccio le medie, ho 3 figli”. Vite di madri-bambine

di Cecilia Zecchinelli – Mercoledì 30 Ottobre, 2013 CORRIERE DELLA SERA

Racconta Affoué, 13enne della Costa d’Avorio: «Mio zio ha dormito con me. Ora non vado più a scuola: le allieve incinte non le accettano». Marcela, 18 anni, El Salvador: «Ho iniziato a convivere a 14 anni, a 15 avevo un bebé e non sapevo che fare, ho smesso di studiare». E Clarisse, 17enne del Ciad: «A 14 anni mi hanno sposato a un uomo tre volte più vecchio. Sono fuggita e mi hanno ripreso. Dieci mesi dopo ho partorito, sono riscappata. Poi sono tornata a un patto: riprendere la scuola. Ora ho tre figli e sono in seconda media».
Microbiografie di madri-bambine, piccole storie contenute nell’ultimo rapporto dell’Unfpa, il fondo dell’Onu per la popolazione, che oggi sarà presentato nel mondo e che in Italia verrà diffuso dall’Associazione italiana donne per lo sviluppo (Aidos). Il tema dello studio, «Maternità nell’infanzia», parte da un fenomeno ormai più noto dopo la campagna lanciata dall’Onu nel 2012, quello delle spose-bambine, intendendo con questo — secondo la Convenzione dei diritti dell’infanzia — le minori di 18 anni. L’Onu le chiama «adolescenti» ma poco cambia. Al di là dei tecnicismi sono le storie, e le cifre, che contano.
Solo nei Paesi in via di sviluppo (ma le madri-bambine sono numerose anche in Occidente, a partire dagli Usa), sono 20 mila le «under 18» che partoriscono ogni giorno, 7 milioni all’anno. Nove su dieci sono sposate, o hanno un compagno, il che prova come i matrimoni precoci (10 milioni all’anno) siano strettamente legati alle gravidanze di minorenni. Ma se è già un dramma lasciare la famiglia per ritrovarsi con un uomo quasi sempre più grande e non voluto, l’avere figli così presto è uno choc ancora più profondo. Soprattutto in casi come quello di Affoué, Marcela e Clarissa, a 15 anni nemmeno compiuti. Le vere bambine che partoriscono sono la norma in 52 Paesi, un quarto del mondo, dove l’assenso dei genitori basta per legalizzare queste unioni. L’Unfpa calcola che di madri sotto ai 15 anni ce ne siano 2 milioni all’anno.
Per loro un figlio equivale a rinunciare ai diritti fondamentali: oltre alla libertà, all’istruzione, e non è un caso che nelle microbiografie tutte parlino di scuola. Alla salute: il rapporto illustra le malattie causate da gravidanze e parti prematuri, anche senza arrivare alla morte, destino di 70 mila adolescenti ogni anno. E poi all’«empowerment», al diritto di costruirsi una vita. Cosa impensabile per loro, provenienti in genere da classi povere e rurali, da famiglie che per tradizione o disperazione non vedono alternative.
L’Unfpa non si ferma alla denuncia di una realtà drammatica, cerca di tracciare una via per cambiarla. Cita Paesi virtuosi, anche in Occidente. E se l’Olanda ha record positivi per i pochi parti e aborti di minorenni, Jamaica, Kenya, Ucraina, Egitto e India hanno adottato programmi che stanno avendo successo. La ricetta vincente è una politica che non punti solo alla «bambina-ragazza» ma al contesto. E quindi istruzione gratuita che, come ripete la giovane pachistana Malala, è la chiave di tutto. Educazione sessuale con la conoscenza dei contraccettivi. Sostegno alle giovanissime spose e madri con centri di incontro per loro, per rompere l’isolamento delle case-prigioni. Lavorando intanto perché tutti gli Stati varino e impongano leggi contro il sacrificio delle loro cittadine minorenni e le società smettano di tollerarlo.

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