Il welfare mancante delle partite Iva. Alla ricerca di nuove tutele

di Luisa De Vita – da InGenere 31 ottobre 2013

In Italia le lavoratrici autonome sono più del doppio che in Germania, quasi il triplo che in Francia. Ma le politiche sociali riservate a loro sono ancora pochissime e disomogenee. L’indennità di maternità, introdotta nel 2007, presenta forti limiti e lacune. Ecco i risultati di una ricerca sul campo

L’Italia, nel 2012 è al primo posto in Europa per numero di lavoratrici indipendenti: il 16,2% delle donne lavoratrici svolge un’attività imprenditoriale o autonoma contro il 7,5% della Germania e il 6,6% della Francia (Ufficio studi Confartigianato). Nonostante l’incidenza del fenomeno, la femminilizzazione del lavoro autonomo sembra essere avvenuta nella pressoché totale assenza di politiche sociali, fatta eccezione per l’indennità di maternità.
I dati del dipartimento delle finanze segnalano che tra gennaio e dicembre del 2012 sono state aperte circa 413.000 nuove partite Iva [1], in crescita del 6% rispetto all’anno precedente soprattutto tra i giovani under 35. Si tratta principalmente di autonomi a elevata istruzione e non tutelati da nessun ordine professionale. Tra questi lavoratori, molto ampia è la quota femminile. Nel 2012 sono quasi 150mila le donne che hanno aperto una partita Iva individuale, 7 punti percentuali in più rispetto all’anno precedente e un picco di oltre il 10% per le donne con meno di 35 anni. La progressiva femminilizzazione riguarda le attività professionali, scientifiche, tecniche e soprattutto i servizi legati alla sanità e all’assistenza sociale dove le donne sono quasi il doppio rispetto agli uomini.
Oltre al dato quantitativo, la necessità di ripensare e allargare le forme di tutela è giustificata almeno da altre due ragioni.
La prima è collegata al fatto che le donne sono sovra-rappresentate tra i lavoratori autonomi caratterizzati da bassa autonomia, e forte dipendenza gerarchica e economica. Si tratta di lavoratrici ad alta istruzione, collocate in quelle professioni prive di albo, dove aprire una partita Iva è l’unica possibilità di ottenere un lavoro congruente con i propri studi. Questa scelta ha però costi elevati, se da un lato si tratta di affrontare un percorso lungo, che non sempre sfocia nel raggiungimento di una piena autonomia, dall’altro proprio le condizioni di subordinazione, non compensate né da maggiore flessibilità né da alti guadagni, minano le possibilità di resistere nel lungo periodo.
La seconda ragione è invece collegata alle carenze del welfare che, poco flessibile e non in linea con le esigenze delle professioniste, compromette non solo le possibilità di sviluppo della professione, ma anche le future scelte riproduttive [2].
L’unica misura introdotta nel 2007, è il sostegno economico alla maternità. La prestazione economica, pari all’80% della retribuzione “convenzionale” [3], è calcolata con riferimento ai 12 mesi antecedenti i due mesi prima del parto [4].
L’indennità presenta però una serie di limiti. Oltre alle lacune sul piano previdenziale e alla mancanza di un sostegno alla genitorialità [5], l’indennità si configura in maniera diversa per le professioniste prive di albo che possono iscriversi solo alla gestione separata dell’Inps rispetto a quelle che invece sono dotate di casse autonome di previdenza e assistenza collegate ai diversi albi professionali.
La prima differenza riguarda l’astensione obbligatoria dal lavoro. Le caratteristiche di queste professioni che hanno (o dovrebbero avere) minori vincoli di tempo, consentono di pensare a un’assenza dal lavoro non necessariamente totale e continuativa. Inoltre il rapporto fiduciario con i committenti/clienti non si presta a interruzioni troppo prolungate pena la “distruzione” del percorso professionale avviato. La legislazione ha recepito queste istanze ma solo per le professioni regolamentate e dotate di una cassa, per le quali l’indennità di maternità viene erogata indipendentemente dall’effettiva astensione dall’attività.
La seconda differenza riguarda il calcolo delle indennità. Quello delle professioniste iscritte alle casse viene effettuato sul reddito del secondo anno precedente il parto, probabilmente più remunerativo di quello in cui si è verificata la gravidanza. Non solo, quindi le professioniste non iscritte a casse hanno maggiori probabilità di perdere parte dei propri contatti professionali ma subiscono anche contrazioni di reddito più forti.
Tutte queste difficoltà emergono in maniera evidente nella ricerca [6] condotta su un campione di 37 fisioterapiste, logopediste e terapiste neuropsicomotorie operanti nel Lazio.
La scelta di concentrarsi su questo tipo di professioni altamente femminilizzate, deriva primariamente dalla fortissima presenza di titolari di partita iva individuale tra queste operatrici e dal fatto che si tratta di professioni per le quali non è previsto un albo o altre forme di regolazione.
La ricerca, pur nella limitatezza del campione, restituisce un quadro in cui le lavoratrici intervistate non sembrano voler pensare alle conseguenze della loro condizione professionale. Fortissimo invece è l’attaccamento al lavoro sostenuto dal fatto di fare il lavoro per cui si è studiato e a cui non si vuole rinunciare.
I nodi principali, sembrano riguardare le discontinuità reddituali, la mancanza d’informazione sui propri diritti e le difficoltà di rientro al lavoro. Dai racconti delle intervistate, emerge un fortissimo vissuto d’incertezza dovuto primariamente alle continue oscillazioni della retribuzione mensile, estremamente dipendente da una serie di cause non sempre prevedibili (malattie/ricoveri degli assistiti, indisponibilità personali ecc), e dalle incertezze legate all’ammontare della tassazione. L’impossibilità di fare progetti, di programmare le proprie spese e necessità, alimenta una serie di ansie legate alle possibilità di accesso al credito, al futuro previdenziale e alla possibilità di sostenere nel medio – lungo periodo la propria famiglia oppure di raggiungere l’indipendenza personale e familiare.

Nonostante queste preoccupazioni la volontà principale è però quella di riflettere il meno possibile sulle conseguenze derivanti da questa condizione professionale, evitando la programmazione di lungo periodo. Rispetto alla maternità, infatti, il dato che fa più riflettere è la quasi totale mancanza di informazioni sui propri diritti. Tra le donne che non hanno ancora avuto figli, poche conoscono il funzionamento dell’indennità di maternità e i requisiti per accedervi, mentre chi ha già avuto dei figli e ha beneficiato dell’indennità, non avendo, anche in questo caso, nessun tipo d’informazione preventiva, ha sperimentato una serie di problemi nei pagamenti, nei calcoli dell’indennità ecc.
Il rientro dalla maternità si conferma come il periodo più critico nella vita professionale di queste donne. Riprendere i normali ritmi lavorativi è quasi impossibile. Non esiste, infatti, alcuna garanzia di ritornare ad occuparsi dei pazienti che si è lasciati, più frequentemente si inizia tutto da capo, con sostituzioni, spesso saltuarie, a cui si associa la difficoltà di dover riallacciare relazioni di stima e fiducia proprio quando «le energie non sono al 100% concentrate sul lavoro».
A fronte di queste difficoltà, l’assenza di un albo capace di garantire non solo legittimazione professionale ma anche tutela, è un elemento di fortissima debolezza per tutte le professioniste intervistate. Non è un caso infatti che tutte siano iscritte ad una o più associazioni professionali, di cui lamentano però la debolezza e la mancata rappresentanza dei propri interessi [7]. Nel complesso quella che sembra delinearsi è una netta distanza tra queste lavoratrici e il sostegno che si aspettano di ricevere dallo Stato. La sola indennità di maternità difficilmente sembra poter compensare le oscillazioni del reddito e i periodi in cui si riduce drasticamente il carico di lavoro.
Più che al welfare, le lavoratrici intervistate puntano quindi all’organizzazione individuale oppure alle tutele categoriali. Il richiamare costantemente la mancanza di un albo professionale, sottolinea il tentativo di allontanarsi dalle prestazioni offerte dal pubblico per trovare una rappresentanza organizzata attraverso la mediazione delle varie associazioni.
La frammentazione degli interessi però non sembra essere la strada migliore per favorire risposte adeguate alle richieste di legittimazione e sostegno.

Se alle singole associazioni di categorie vanno lasciate le competenze sugli standard e i requisiti della professione, arrivare alla formulazione di proposte organiche e unitarie potrebbe favorire un dialogo alla pari con gli altri attori chiamati a guidare la ridefinizione delle politiche sociali. I soli interessi particolari finiscono infatti per favorire solo quelle categorie che sono già più forti. In questo senso, le differenziazioni presenti nell’erogazione e nel calcolo dell’indennità di maternità sono un esempio di queste asimmetrie.

Allo stesso modo vanno immaginati strumenti maggiormente tarati sulle lavoratrici autonome senza estendere banalmente quelli già previsti per le dipendenti. Il fatto che nessuna delle intervistate ha fatto ricorso ai congedi parentali (estesi, seppur con qualche limitazione, anche alle lavoratrici autonome), né intende farlo a causa dei forti contraccolpi sul reddito e sul network professionale, suggerisce che altri strumenti devono essere messi in campo partendo ad esempio da una ridefinizione delle forme di regime fiscale agevolato, da una maggiore flessibilità degli orari dei servizi all’infanzia, o dalla valorizzazione delle associazioni spontanee di mutuo aiuto create da alcune professioniste.

Note

[1] Il dato si riferisce alle sole persone fisiche, cioè le partite Iva individuali.

[2] Per un approfondimento si veda “La solitudine delle partite Eva”, su questo stesso sito

[3] “Per i periodi di astensione dal lavoro per i quali è corrisposta l’indennità di maternità, sono accreditati i contributi figurativi ai fini del diritto alla pensione e della determinazione della misura stessa.” (D.M. 12 Luglio 2007, art. 6).

[4] L’indennità è però calcolata facendo riferimento al reddito medio annuo degli anni in cui sono ricompresi i suddetti 12 mesi. Sono quindi inclusi nel reddito annuo anche i due mesi antecedenti il parto, con un’evidente sottostima del reddito effettivo.

[5] Per un approfondimento si rimanda a: http://www.actainrete.it/tag/maternita/page/2/

[6] Questo articolo sintetizza i risultati preliminari della ricerca presentati alla VI conferenza ESPAnet

[7] Per un approfondimento sulle professioni non regolamentate: http://www.cnel.it/449

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