Passi avanti nell’eliminazione delle mutilazioni genitali femminili

di Silvia Vaccaro da NOI DONNE 25 ottobre 2013

A distanza di un anno dalla risoluzione Onu contro queste pratiche si fa il punto sul lavoro svolto a partire dal Rapporto Unicef/Unfpa durante la Conferenza Internazionale a Roma

Terminano oggi, 25 ottobre, i lavori della Conferenza Internazionale contro le mutilazioni genitali femminili, ospitata nelle sale dell’Auditorium di Roma. Quattro giorni di dibattito che ha coinvolto i rappresentanti di organismi internazionali, quelli di ben 17 Stati africani e numerosi referenti di Ong e associazioni coinvolte nei territorio in cui queste pratiche sono ancora radicate.

Nonostante l’ultimo rapporto UNICEF/UNFPA abbia rilevato un decremento delle pratiche in alcuni paesi a seguito dell’implementazione di una serie di azioni da parte di questi due organismi e ad un grande lavoro di advocacy delle organizzazioni non governative, sono ben 125 milioni le donne che sono state mutilate nel corso del 2013, e 30 milioni saranno quelle coinvolte nei prossimi due anni. Le stime sulla diffusione delle MGF provengono da indagini socio-sanitarie su scala nazionale che vengono condotte tra donne di età inclusa tra 15 e 49 anni. In 7 Stati (Egitto, Eritrea, Gibuti, Guinea, Mali, Sierra Leone e Somalia) e nel Nord del Sudan il fenomeno tocca praticamente l’intera popolazione femminile. In altri 4 paesi (Burkina Faso, Etiopia, Gambia, Mauritania) la diffusione è maggioritaria ma non universale. In altri 5 (Ciad, Costa d’Avorio, Guinea Bissau, Kenya e Liberia) il tasso di prevalenza è considerato medio – tra il 30 e il 40% della popolazione femminile, mentre nei restanti paesi la diffusione delle MGF varia dallo 0,6 al 28,2%. Ad un anno dalla storica risoluzione Onu, la 67/146, che ha riconosciuto la mutilazione genitale (in entrambe le due atroci varianti, l’escissione e l’infibulazione) come una violenza contro donne e bambine, dando il via a nuovi sforzi politici, istituzionali ed economici, sono ancora troppe le donne sottoposte a questa mutilazione, che, sebbene interessi maggiormente alcuni paesi in cui la religione più diffusa è l’islam, non è legata al credo, bensì all’appartenenza ad un determinato gruppo etnico che storicamente pratica questi riti atroci sui corpi delle donne. A ricordare questo aspetto Mr. Babatunde Osotimehin, Direttore generale dell’UNFPA (Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione) e Sottosegretario ONU (e prima ancora medico dermatologo e Ministro della Sanità in Nigeria, suo paese di origine) nonché grande fautore di questa battaglia mondiale “L’adozione della risoluzione è il risultato di un grande lavoro degli organismi internazionali, portato avanti su due livelli: da un lato abbiamo spinto a livello istituzionale sui governi perchè emanassero leggi su questo tema e si impegnassero a farle rispettare, punendo chi pratica le mutilazioni; dall’altro siamo partiti dalle comunità. Dobbiamo lavorare ancora molto con i genitori delle bambine, perché sappiamo che le famiglie, e in particolari le madri, hanno un ruolo fondamentale e spesso sono proprio loro a praticare queste mutilazioni poiché ricavano soldi nel farlo. È necessario dunque convincerli ad abbandonare queste pratiche dando opportunità economiche per una vita dignitosa. Il lavoro da fare è dunque quello culturale e di educazione: la cultura è qualcosa che cambia nel tempo, è un elemento dinamico.” L’auspicio dei due organismi internazionali coinvolti a pieno titolo in questo processo di eliminazione è che uno dei paesi in cui il numero delle donne mutilate è ancora alto, dichiari entro la fine del 2013 l’abbandono coatto di questa pratica, così come è avvenuto negli ultimi mesi durante i quali 10mila comunità che rappresentano circa 8 milioni di persone in 15 paesi diversi si sono impegnati a rifiutare tali pratiche.

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