Il nome della madre tra oblio e verità

di Donatella Stasio Il Sole 24 ore – 2 novembre 2013

La Corte costituzionale rivede il muro dell’anonimato materno per i figli non riconosciuti

Il diritto all’oblio e il diritto alla verità. Il diritto alla rimozione definitiva di un pezzo della propria vita e il diritto alla ricostruzione integrale della propria storia personale. È un conflitto che attraversa il mondo, la letteratura, la scienza, il diritto, ma soprattutto la vita di migliaia di persone: madri che partoriscono figli “orfani” dalla nascita e che cancellano per sempre quel momento; figli adottivi che non sanno da dove vengono e cercano le proprie radici. Storie di abbandoni dolorosi per madri e figli, e di ricongiungimenti impossibili per la legge italiana, che ha optato nettamente in favore del diritto all’anonimato della madre come scelta irreversibile. Un muro invalicabile per un figlio che voglia sapere da dove viene. Per la legge italiana, devono passare 100 anni per scavalcare quel muro e per riaprire una ferita che non smette di sanguinare silenzionamente in chi ha scelto la rimozione. Un tempo che è un’eternità, una pietra tombale per chi quella rimozione ha subìto e la vive come un buco nero della propria esistenza. Non va bene, ha detto la Corte dei diritti dell’uomo nel 2012, chiedendo all’Italia di bilanciare il diritto all’anonimato della madre con quello del figlio adottivo alla propria identità. E proprio in questi giorni la Corte costituzionale ha deciso che è tempo di cambiare, dando alla madre la possibilità di ripensarci, di revocare la propria volontà di anonimato se il figlio chiede di risalire alle proprie origini. Una decisione che, pur con i limiti che il diritto incontra quando si misura con i percorsi dell’animo umano, rappresenta una svolta storica. E una bella notizia per i 140mila figli adottivi non riconosciuti esistenti in Italia, che vogliano sapere “da dove vengono”.
I motivi di questa storica sentenza (che non avrà conseguenze giuridiche, per esempio a fini ereditari) si conosceranno probabilmente la prossima settimana. Certo è che, seppure “in punto di diritto”, il ragionamento della Corte è anche lo sforzo di tener conto di altri punti di vista. Anzitutto della donna e della sua scelta di cancellare, con l’anonimato, la nascita di un figlio non voluto, o perché concepito fuori dal matrimonio o per mancanza dei mezzi di sostentamento o perché, più spesso, quel bimbo è figlio di una violenza subìta. O per altre ragioni ancora, personalissime, più o meno nobili. L’alternativa è l’aborto, scelta altrettanto difficile e dolorosa. Nel 2005 la Corte giustificò il diritto all’anonimato della madre in chiave di bilanciamento con il diritto alla vita del nascituro: in sostanza, l’anonimato assoluto dava alla donna il massimo della garanzia sulla segretezza di quella nascita e quindi sulla possibilità di partorire tranquillamente, senza dover abortire; al tempo stesso garantiva al figlio il diritto di nascere. Quanto alla sua identità, si vedrà, era stato il sottinteso – forse rimosso – di quella sentenza. Un sottinteso reso esplicito dalla realtà e trasformato in domanda: che ne è del diritto all’identità del figlio? La risposta della Corte, oggi, è sempre nel segno della prevalenza del diritto all’anonimato della donna, che però può ripensarci se il figlio naturale si fa vivo, cosicché l’anonimato non diventi un cappio, un vincolo perenne. Sull’esempio della Francia, quindi, anche l’Italia dovrà prevedere una procedura (ed eventualmente un organo preposto ad applicarla) che porti a conoscenza della madre naturale la richiesta del figlio per decidere se revocare o meno l’anonimato. Il tutto con il massimo della riservatezza.
Il diritto all’oblio comunque cede il passo al diritto alla verità: anche se la madre non accetta di rivelarsi, il ricordo riemergerà e il trauma di quella scelta rivivrà.
Ci si potrebbe chiedere se il diritto all’identità biologica del figlio “vale” quel trauma, poiché la madre è comunque costretta a fare i conti con la parte di sé che aveva deciso di cancellare. Nel film Segreti e bugie di Mike Leigh (1996) una madre di 50 anni un bel giorno riceve una telefonata e dall’altro capo del filo una giovane donna le comunica di essere la sua figlia naturale, mai riconosciuta, cresciuta da genitori adottivi che l’hanno amata ma che sono morti. Rifiuto e negazione sono le reazioni iniziali della madre, ma, a poco a poco, lasciano il posto all’accoglienza reciproca. «Il cinema è una grande fabbrica di storie – osserva Vittorio Lingiardi, psichiatra e psicoanalista, professore ordinario alla Sapienza di Roma – e aiuta a comprendere la realtà. In Segreti e bugie, l’incontro tra madre e figlia migliora entrambe. La mia esperienza di terapeuta è fatta di memoria e di storie. Storie che curano. Non nego, certo, gli aspetti traumatici del rimosso che ritorna, ma non bisogna aver paura dei percorsi di ricostruzione delle proprie origini». Ovviamente, la scelta tra diritto all’oblio e diritto alla verità non si pone, per lo psicologo, negli stessi termini in cui si pone per un giurista. «Capisco sia la forte esigenza di un figlio di dare una storia e una geografia alle proprie origini sia il dramma di una madre che decide di scomparire, di cancellare la propria maternità» dice Lingiardi, ricordando un altro film, Amori in città, del ’53, dove in uno degli episodi – Storia di Caterina – Citto Maselli e Cesare Zavattini portano sul grande schermo il dramma di una madre senza lavoro che abbandona il figlio davanti a una scuola, si nasconde dietro un cespuglio e aspetta che venga raccolto. «Il film mette in scena la disperazione di una madre che sa di non avere i mezzi per nutrire suo figlio. Tuttavia, se mi si chiede di avventurarmi nel campo delle opzioni giuridiche, forse propenderei per quelle che tutelano il diritto alla conoscenza». Anche perché, continua Lingiardi, «oggi la storia ci chiede di fare i conti con diverse forme di famiglia, di cui quella tradizionale e nucleare è solo una delle forme possibili. Ci sono famiglie in cui parte della storia familiare implica l’elaborazione, che sia i figli sia i genitori devono fare, di un genitore assente. Per esempio i genitori biologici nelle famiglie adottive o il donatore di seme nelle coppie di donne che mettono su famiglia».
Se e quanto la Corte abbia tenuto conto di questi aspetti, si vedrà. Certamente ha valutato il diritto alla salute del figlio, che sempre più spesso non può essere tutelato solo dai dati anonimi conservati nella scheda del parto. Oggi alcune diagnosi e terapie sono possibili solo se si dispone del DNA, delle cellule staminali o del midollo dei genitori. Anche questa considerazione ha pesato nella decisione finale, in cui più che il diritto all’identità è stato considerato il “diritto di vivere” del figlio, in una quasi continuità con quanto la stessa Corte aveva affermato nel 2005. Rispetto a questo diritto, ecco che si giustifica il diritto di entrare nella vita di una donna e di riaprire una vecchia ferita.
Finora “l’incontro” tra madre che aveva espresso la volontà di anonimato e il figlio non riconosciuto era affidato al caso e doveva comunque partire dalla decisione della madre di rompere il nodo dell’anonimato, indipendentemente dalla richiesta del figlio. «Casi rarissimi, che si contano sulle dita di una mano» dice l’ingegner John Pierre Campitelli dell’Associazione Figli adottivi e genitori naturali (Faegn), nato a Torino da «donna che non consente di essere nominata» e adottato da una famiglia americana. «Io ho trovato mia madre per caso, a 28 anni, partendo da un articolo di giornale. Era stata vittima di una violenza sessuale del mio padre biologico e al momento della nascita aveva espresso la volontà assoluta dell’anonimato. Ma quando ci siamo ritrovati è stata felicissima». John ammette che gli “incontri” non sono sempre a lieto fine, anzi. «A volte le madri avevano totalmente rimosso il ricordo del figlio, che così ha vissuto un secondo rifiuto, un nuovo abbandono. D’altra parte, anche per un figlio adottato non è sempre una sorpresa piacevole. Molto dipende dalla relazione che si è costruita con i genitori adottivi e se è una relazione d’amore, la scoperta della madre biologica crea solo un’affinità. Ma almeno si conoscono le proprie origini, il motivo per cui siamo stati abbandonati, quali sono le nostre radici». Dei 1.200 figli non riconosciuti iscritti alla Faegn, il 90% è di madre anonima. Per loro, con la sentenza della Consulta diventa certamente più concreta la prospettiva di ricostruire la propria storia.

8 novembre 2013 |

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