La “maschiocessione”

Il Wall Street Journal racconta come la recessione potrebbe avviare grandi cambiamenti nell’occupazione femminile in Italia 2 novembre 2013

In Italia l’occupazione femminile, cioè la percentuale di donne che lavorano sul totale della popolazione oltre i 15 anni, è tra le più basse d’Europa e di tutto il mondo industrializzato. In Italia lavora il 50,4 per cento delle donne, contro una media europea del 62 per cento e punte in Svezia e Germania di più del 70 per cento. Nella classifica dell’OCSE, che raccoglie quasi tutti i paesi industrializzati del mondo, dietro l’Italia ci sono soltanto Grecia, Turchia e Messico. Le donne lavorano di più in tutta Europa, compresa quella orientale, in Giappone, Corea, Australia, Nuova Zelanda, Stati Uniti e Canada.

Secondo il Wall Street Journal però, la situazione italiana potrebbe cambiare, sotto l’influsso di processi sociali ed economici che si sono già osservati in altri paesi. Si tratta in particolare di un fenomeno noto agli economisti e chiamato mencession: un gioco di parole tra “uomo” (man) erecessione (recession) che si potrebbe tradurre in modo abbastanza letterale con “maschiocessione”. È un fenomeno ben conosciuto e discusso negli Stati Uniti, dove la crisi economica ha colpito in particolare settori dove la maggioranza degli impiegati erano uomini ed ha risparmiato invece i settori femminili (sanità, istruzione, cura alla persona). Alla fine del 2009 il tasso di disoccupazione americano era del 10,5 per cento, ma quello femminile era solo dell’8 per cento. Si calcola che negli Stati Uniti tre quarti dei posti di lavoro persi fossero occupati da uomini.

La “maschiocessione” si è vista all’opera anche al di fuori degli Stati Uniti, in particolare nei paesi dove i settori economici più danneggiati dalla crisi erano quelli con una occupazione prevalentemente maschile. Come ad esempio il settore delle costruzioni e molti lavori operai e manuali. E questo si è visto anche in Italia, dove il tasso di disoccupazione femminile (leggermente superiore a quello maschile) è aumentato negli ultimi quattro anni meno rapidamente di quello maschile.

Il quotidiano americano scrive che in Italia c’è stato un altro effetto secondario inaspettato. Non solo le donne italiane hanno tendenzialmente mantenuto i loro posti di lavoro più degli uomini, ma decine di migliaia di nuove donne sono entrate nel mercato del lavoro. Le donne occupate sono aumentate di 110 mila unità nel 2012, e mentre nel 2008 le donne rappresentavano il principale fornitore di reddito soltanto nel 5 per cento delle coppie sposate, nel 2012 la percentuale era salita all’8,4 per cento.

A questo punto bisogna precisare che il tasso di occupazione può aumentare insieme al tasso disoccupazione: il primo misura quanta gente lavora sul totale della popolazione, il secondo misura quante persone sono attivamente in cerca di lavoro senza trovarlo. Il tasso di disoccupazione inoltre non è una percentuale che si calcola sul totale della popolazione, ma soltanto sulla forza lavoro (cioè occupati più persone in cerca di lavoro). Dunque, se sempre più persone sono costrette a cercare lavoro per mantenere la famiglia e allo stesso tempo alcune di loro lo trovano, i due tassi aumentano contemporaneamente: che è quello che è accaduto in Italia (come vedremo tra poco).

«La crisi ha iniziato una specie di rivoluzione involontaria nel mercato del lavoro italiano, un cambiamento che potrebbe finire con il modificare le dinamiche familiari e il potere contrattuale delle donne», ha dichiarato al WSJ Magda Bianco, una economista della Banca d’Italia specializzata in questioni di genere. Questi nuovi posti di lavoro sono stati creati principalmente nel sistema sanitario e nei servizi alla famiglia o agli anziani – in modo simile agli Stati Uniti, dove questi settori si sono rivelati i più resistenti alla recessione.

Portare più donne nel mercato del lavoro non è soltanto una misura per tamponare gli effetti peggiori della recessione sui redditi delle famiglie. Secondo molti economisti potrebbero esserci grossi benefici per l’economia italiana anche nel lungo periodo. L’Italia ha una popolazione in via di invecchiamento e questo riduce la quantità di persone in età lavorativa rispetto al totale; se a questo si aggiunge che il tasso di occupazione è basso anche per gli uomini, ne risulta che con il passare degli anni una fetta sempre più piccola di popolazione avrà sulle spalle un numero sempre maggiore di anziani che non lavorano più.

Aumentare l’occupazione femminile potrebbe rallentare notevolmente questo fenomeno, controbilanciando la diminuzione della popolazione in età da lavoro e riducendo il peso degli anziani sul welfare pubblico. Secondo l’OCSE, se nel giro di 20 anni il tasso di occupazione femminile dovesse raggiungere quello degli uomini, la forza lavoro aumenterebbe del 7 per cento e il PIL pro capite aumenterebbe dell’un per cento ogni anno.

Ci sono ancora molte difficoltà, comunque. In alcune parti di Italia, nota il quotidiano, ci sono ancora tradizioni culturali piuttosto arcaiche che vedono più o meno esplicitamente la donna come una moglie e una madre e non una figura in grado di contribuire al reddito familiare. Le donne giovani in genere hanno molte più difficoltà dei maschi a trovare lavoro – nonostante sia difficile anche per gli uomini, a causa di una disoccupazione giovanile superiore al 40 per cento.

Senza contare che il supporto del welfare per le madri lavoratrici non è ancora molto efficace. L’innalzamento dell’età pensionabile allontanerà molte nonne dalla possibilità di aiutare le figlie badando ai nipoti – il che spesso è l’unico modo che hanno le madri più giovani di mantenere un figlio e contemporaneamente anche un lavoro. Di fronte a tutte queste difficoltà, l’aumento dell’occupazione femminile è più che altro una possibilità che l’Italia potrebbe essere in grado di cogliere. Ma, come ha concluso la sua intervista Magda Bianco: «È troppo presto per dire se siamo a un punto di svolta».

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