LE DONNE NELLA CHIESA da Martini a papa Francesco di Nicoletta Dentico

da Rocca, 15 ottobre 2011

Dalle donne emergono domande sofferte e sincere. Esordiva così nel 1981 il Cardinale Martini al convegno «La donna nella Chiesa oggi», cercando di interpretare il disagio di un mondo femminile plurale di fronte alla iconografia della «donna cristiana» nella quale le donne fanno fatica a rispecchiarsi e riconoscersi. E sciorinava una sfilza di questioni decisive per il futuro della Chiesa: «perché identificare l’immagine di Dio con quella trasmessaci da una cultura maschilista? Quale annuncio kerigmatico per lei, non rinchiuso in una visione moralistica? Quali indicazioni per un cammino spirituale e di santità che stimolino la donna adeguatamente? Quali indicazioni per una rinnovata prassi pastorale, per un cammino vocazionale per il matrimonio, per la consacrazione religiosa, la famiglia, in considerazione della nuova coscienza di sé che la donna ha acquisito? Quali indicazioni per un linguaggio globale, anche liturgico, che non faccia sentire esclusa, nella sua elaborazione, la don-na? Perché così poche e inadeguate risposte alla valorizzazione del proprio corpo, dell’amore fisico, dei problemi della maternità responsabile? Perché la pur grande presenza delle donne nella Chiesa non ha inciso nelle sue strutture? E nella prassi pastorale perché attribuire alla donna solo quei compiti che lo schema ideologico e culturale della società le attribuiva, e perché non esplicitare i suoi carismi «opera dello Spirito Santo?».

Leggere a distanza di trent’anni l’incalzante catalogo degli interrogativi di Martini, con la sua sollecitazione alla Chiesa di porsi in ascolto e lasciar esprimere le donne da pro-tagoniste, di svolgere un’urgente attenta rilettura dei ministeri dei carismi e dei servi-zi, illumina e scoraggia a un tempo. Noi donne siamo state considerate a lungo le garanti della dottrina, coloro che lungo il processo di secolarizzazione hanno assicurato il radicamento della tradizione cristiana nell’infanzia, nelle famiglie, nella società. Spesso lo abbiamo fatto con il limite di dover incarnare qualcosa di trasmesso, un limite che è in larga misura da addebitare a un ordine ecclesiale che, le donne, le ha volutamente tenute fuori. Percorriamo linguaggi nella maggioranza dei casi già codificati, e non ci sentiamo ancora del tutto legittimate a far agire, nel presente nostro e delle nostre chiese, quella forza che trasforma e trascina, scandalizza e provoca, rendendo possibili nuovi orizzonti. Oggi più che mai le riflessioni di Martini sono a nostra disposizione, forti di un’immutata tensione creativa, se vogliamo prendere sul serio le parole di papa Francesco di ritorno dal Brasile, e recentemente riformulate nell’intervista a Civiltà Cattolica, sulle donne. L’iterazione dell’argomento segnala un’attenzione che lascia ben sperare.

La dirompente parabola del pontificato di papa Francesco – gli audaci richiami alla pace contro ogni volgare interesse guerrafondaio, l’ esigente pastorale missionaria che rifugge la «moltitudine di dottrine da imporre con insistenza», il desiderio di una giustizia riconoscibile nella ridistribuzione delle ricchezze (suggestiva l’immagine della «teologia dello scarto» coniata da Raniero La Valle), la postura di prossimità fisica agli ultimi, siano essi nelle carceri, a Lampedusa o fra i disoccupati della Sardegna, a partire dalle stesse forme di una nuo-va povertà della Chiesa – trascina con sé un’ondata di entusiasmo incredulo e contagioso. L’inusitata simbologia dei gesti e i messaggi dal centro ultramillenario di Roma provengono davvero «dall’altra par-te del mondo», con una brezza che rinfresca l’aria e apre indispensabili orizzonti. In un mondo sfigurato dalla disuguaglianza e dall’idolatria del profitto, in una Chiesa appesantita da contraddizioni e decenni di clericalismo, Dio solo sa quanto benefica sia questa folata di vento nuovo.
Sulla scia dell’attesa di novità future, la questione femminile attende al varco il vescovo di Roma come una strettoia ineludibile, lo sa benissimo Francesco. «La Chiesa non può essere se stessa senza la donna e il suo ruolo», ha detto a Civiltà Cattolica, quasi a voler indicare una delle ragioni strutturali della crisi attuale. Sa anche che si tratta di un terreno accidentato: la valorizzazione del significato evangelico della differenza di ge-nere nella vita ecclesiale non è facile da compiere. Il maschilismo dell’ambiente oscura la visibilità e l’importanza della presenza delle donne in linea di proporzionale continuità con il passato del Nuovo Testamento («come testimoni della Risurrezione vengono ricordati solamente uomini, gli Apostoli, ma non le donne»). Nel frattempo, le donne hanno radicalmente trasformato la società con la loro soggettività, riscattandosi da un’atavica schiavitù legata alla maternità e alla famiglia. «con il femminismo», scrive Luisa Muraro «è venuto in luce uno scarto tra il senso di sé e l’identità umana rappre-sentata dall’uomo, scarto che non può più essere colmato perché la politica delle donne, in ogni parte del mondo, ne ha fatto il luogo della libertà femminile». Questo scarto ha germinato a lungo anche nelle chiese – la Frauenfrage, le nuove domande della fede che venivano dalle donne, cominciò a prendere forma tra la fine dell’800 e i primi del ’900 – e alla fine è venuto allo scoperto. Grazie al Concilio Vaticano II, la prassi teologica ancora saldamente affezionata agli stereotipi oggi deve fare i conti con la presenza sulla scena di una vivace comunità di studiose, protagoniste di intense e ricche riflessioni indirizzate all’elaborazione di una teologia sulle donne e per le donne. Costoro hanno ispirato un notevole ripensamento degli ambiti disciplinari, contestualizzando traduzioni, simboli, immagini, linguaggi.

«Una Chiesa senza le donne è come il Collegio Apostolico senza Maria. Il ruolo della donna nella Chiesa non è soltanto la maternità, la mamma di famiglia, ma è più forte: è proprio l’icona della Vergine, della Madonna; quella che aiuta a crescere la Chiesa! Ma pensate che la Madonna è più importante degli Apostoli! È più importante! La Chiesa è femminile: è Chiesa, è sposa, è madre». Nella continua tensione tra autorità e creatività, tra identità e cambiamento, le frasi di Francesco di ritorno dalla Giornata Mondiale della Gioventù lasciano intendere una sincera tensione verso nuove vie di riconosc-mento dell’azione delle donne, e questa è una buona notizia. Però vorrei capire di quali donne stiamo parlando, a cinquanta anni dal Concilio. Le parole del papa raffigurano ancora una volta la donna come una categoria antropologica a sé, ingabbiata nella funzione «naturale» che ne fissa deterministica-mente ruoli e identità: quello di custode di un’umanità da accudire e da salvare. La modellizzazione della donna sulla figura di Maria Vergine tanto cara a Francesco (è ripresa nell’intervista a Civiltà Cattolica) forse è inevitabile dopo decenni di «una mariologia che non procede dalla Rivelazione ma ha l’appoggio dei testi pontifici» – per dirla con il cardinale Congar. Peccato che questa interpretazione non produca senso d’identificazione tra le donne, né tanto meno le rassicuri quanto al rispetto da parte di preti e vescovi del fermento teologico e pastorale di cui esse, oggi, sono capaci dentro la Chiesa. Con ben altro orizzonte Giovanni XXIII nella Pacem in Terris (1963) si riferiva alla donna come «segno dei tempi», presenza storica nella nuova scena mondiale che faceva il suo ingresso nella vita pubblica, «con un’influenza, un irradiamento, un potere finora mai raggiunto», e una coscienza sempre più chiara ed operante della sua dignità. Quella coscienza di sé, pur sotto costante assedio, è un dato sociologico consolidato ormai dall’esperienza di generazioni, non si può non tenerne conto.
L’enfasi sulla maggiore importanza di Maria rispetto agli apostoli – donna che ha partorito Gesù, Miriam/Maria ha svolto un compito ovviamente non declinabile al maschile – e la dichiarata preminenza del genere femminile («La donna, nella Chiesa, è più importante dei vescovi e dei pre-ti») sempre di più faticano a coesistere con l’iterazione del «no» categorico al sacerdozio femminile: «una porta chiusa». Ha ragione Marinella Perroni quando fa notare che non si può cadere nella trappola di considerare e far considerare il sacerdozio femminile come l’unica questione rilevante per la ricerca teologica delle donne. Eppure, il rifiuto d’autorità di ogni prospettiva di dia-logo sul conferimento dell’ordine sacro alle donne – a decenni di distanza dalla commissione di studio voluta da Paolo VI – resta un incomprensibile enigma. L’idea di nominare una donna cardinale – se ne è tornato a parlare negli ultimi giorni come di una via possibile per incidere sull’autorevolezza delle donne nella Chiesa senza scalfire lo spinoso diktat sul sacerdozio femminile – può avere un valore simbolico ma appare un’ipotesi insufficiente se l’intento ultimo è quello di scuotere il disinteresse e il sospetto che gran parte del clero nutre nei confronti delle donne. Il superamento dell’esclusione delle donne dall’esercizio dell’autorità nella chiesa richiede un’altra strada maestra, fatta di ben altri approcci strutturali e di nuove capacità dialogiche. Sarà uno dei principali terreni su cui si misurerà la portata di riforma del nuovo papato, in una chiesa tuttora avvolta in una crisi profonda, in ultima analisi crisi del modello androcentrico. Il papa nei due interventi ricorda e ammonisce che la presenza delle donne deve essere più incisiva. Che la donna, ben oltre la sua attività come presidentessa della Caritas o catechista, «per la Chiesa è imprenscindibile».
La posta in palio dunque è l’altro e la sua differenza. L’altra che, con la sua differenza, consente alla comunità dei credenti di crescere in consapevolezza e comprendere il profilo della propria identità. I racconti evangelici lo spiegano bene. Nei Vangeli non c’è un discorso sulla donna, ci sono individualità femminili che, con storie diverse e spesso contrastate, incontrano Gesù nella materialità della propria esistenza. Marta accoglie Gesù «in casa sua» (Lc,10,11,38), da padrona di casa. Persone e non categorie. Le donne hanno un ruolo primario nella storia della salvezza, accompagnano il passaggio terreno di Cristo fino alla croce. Ai loro gio terreno di Cristo fino alla croce. Ai loro dubbi, alle loro imperfezioni ed emozioni,Gesù restituisce piena dignità. Alle donne è consegnato il protagonismo inedito e sconvolgente dell’annuncio della resurrezione. Nelle prime comunità cristiane, nessuna marginalità viene riservata alle donne. Lidia gode di uno status economico come commerciante che le garantisce la guida nel culto religioso della sua famiglia ed una certa forza sociale se costringe Paolo ad accettare la sua ospitalità (Atti 16,11-15). Febe è presentata da Paolo con le credenziali di «nostra sorella» «diaconessa della Chiesa di Cencre» (Rom. 16, 1-20), «patrona»: titolare quindi di un riconoscimento funzionale. È plausibile sia lei la portatrice della lettera ai Romani, Paolo la raccomanda nella chiusa dell’epistola. Le discussioni sulla parola ´¹±º¿½¿Â proseguono nei circoli teologici. Da donna cristiana, non comprendo rigida necessità dalla Cei di compiere il passaggio semantico da «diaconessa» a «che è al servizio», nella nuova traduzione della Bibbia del 2008. Il riferimento a questo generico com-pito è sospetto, oltre che testualmente insufficiente. Forse Elisa Salerno si riferiva proprio a queste operazioni quando denunciava, un secolo fa, le «eresie antifemministe».
Eccola qui la «teologia della donna» come l’abbiamo vista fin qui, noi donne credenti. Non ci esalta la prospettiva di farne una nuova. Soprattutto se a determinarla saranno, ancora una volta, gli uomini. Assumere la teologia di genere con la consapevolezza che finora, di fronte a un bene che Dio ha fatto sapendo cosa faceva quando ha scelto la distinzione dei generi, la teologia si è accontentata di una versione monca, vuol dire per il papa avviarsi concretamente verso lo sviluppo di una innovativa forza della Chiesa di interagire con il mondo, il «camminare insieme» che è orizzonte mobilitante del pontificato di Francesco. Sarebbe un errore fatale se il papa fosse indotto a bollare questo percorso creativo come «machismo in gonnella». Per secoli le donne, fortezza silenziosa della Chiesa, hanno trasmesso la fede nell’istituzione familiare. Sono pronte ormai a farlo anche all’interno delle istituzioni civili e religiose. Ha scritto Suor Marcella Farina che «pure in epoche e contesti di rigide prescrizioni, la saggezza e soprattutto lo spirito evangelico hanno favorito quel peculiare discernimento capace di ge-nerare personalità flessibili e proiettate verso il non ancora». Se Francesco è risultato di questa sapienza, a lui chiediamo il corag-io di «scelte rischiose». Come Chiesa: di uomini e donne.

8 novembre 2013 |

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