“Occupazione, e se la sfida ripartisse dalla maternità?” di Valeria Fedeli

da l’Unità 16 novembre 2013

L’INSICUREZZA ECONOMICA HA UN FORTE E NEGATIVO IMPATTO SULLA SCELTA DI AVERE FIGLI. Lo racconta l’esperienza di tan- te giovani lavoratrici e di tanti giovani lavoratori, ma lo dicono anche dati e ricerche. Come lo studio pubblicato nei mesi scorsi nella collana Temi di discussione della Banca d’Italia «Insicurezza economica e scelte di fecondità: il caso italiano», purtroppo passato sotto silenzio, che evidenzia come l’Italia abbia uno dei più bassi tassi in Europa sia di fecondità che di occupazione femminile. Non solo le donne che hanno condizioni di lavoro instabili fanno meno figli, ma anche le lavoratrici atipiche, con alto livello di istruzione e reddito medio-alto, quindi con buone prospettive di carriera, tendono a posticipare la maternità. I motivi sono sempre più legati alle carenze nelle politiche di sostegno alle famiglie con figli, alla debolezza delle politiche di conciliazione e condivisione tra tempi privati e di lavoro, alla precarietàche comporta una incertezza non solo economica, ma esistenziale.

Oggi in Italia, secondo i dati Istat, lavora il 47,1% delle donne, rispetto ad una media Ue del 58,6%. Siamo al terz’ultimo posto in Europa, lontani dai paesi più virtuosi e dagli obiettivi del 60% entro il 2020 definiti dalla strategia di Lisbona. In particolare, tra le madri di età compresa tra 25 e 54 anni, il tasso di occupazione diminuisce al crescere del numero di figli: è pari al 60% per chi ha un solo bambino, mentre scende al 30% per le donne con tre o più figli. Non stupisce, quindi, che secondo Eurobarometro il 49% degli italiani ritiene che avere figli sia un elemento che sfavorisce le donne nella ricerca di lavoro, mentre solo il 6% pensa che avere dei figli sfavorisca un uomo.

È la fotografia di un Paese ancora molto indietro. Certo qualcosa inizia a cambiare: nell’ultimo anno c’è stato un incremento lieve dell’occupazione femminile (pari allo 0,4%, circa 100mila donne che lavorano in più), mentre quella maschile continua a calare. Forse anche da noi si inizia a porre il tema della mancession: il fenomeno per cui la recessione fa contemporaneamente diminuire la forza lavoro maschile e rilancia l’occupazione femminile. I motivi sono molteplici, dalla crisi che ha colpito maggiormente settori tradizionalmente più maschili, al più alto livello di istruzione delle donne – 25% di laureate, contro il 12.5% degli uomini – che ha permesso di intercettare prima le opportunità di ripresa o di lanciarsi in idee di nuove imprese. Sono segnali ancora minimi, ma indicano una direzione da seguire, nella consapevolezza che le donne possono essere il volano della ripresa e della crescita dell’Italia.
Lo conferma l’Ocse: la maggiore partecipazione delle donne al mercato del lavoro garantirebbe il mantenimento dei tassi di popolazione attiva e contribuirebbe ad aumentare il Pil dell’1%. E se si arrivasse al 60% di occupazione femminile, raggiungendo il traguardo di Lisbona, secondo stime di Bankitalia il Pil aumenterebbe del 7 per cento. Serve lanciare una sfida larga e ambiziosa, per produrre un’inversione culturale che restituisca valore alla maternità come funzione sociale non alternativa al lavoro e per realizzare azioni concrete per sostenere l’occupazione delle donne e conciliarla con l’esercizio pieno dei diritti di cittadinanza. Un modello potrebbe essere quello della Germania, dove una coalizione trasversale ha permesso di far sì che le donne ottenessero un posto garantito al nido per i loro figli. E un altro esempio positivo ci viene dalle tante giovani manager in ruoli apicali nelle principali aziende tecnologiche statunitensi, che ha dimostrato pragmaticamente la possibilità di un diverso approccio culturale anche alla maternità, che da ostacolo per la carriera diventa valore, come elemento di un modo più umano di fare impresa e di competere. L’onda femminile può essere una forza che rimodella l’economia con investimenti immateriali, innovazione, valorizzazione delle risorse umane, valori più etici. Le donne sono forti e sono pronte. Pronte a vivere in un paese che punta su di loro e forti nel dare il proprio contributo alla crescita di tutto il Paese. Ne vogliamo tenere conto in esplicito quando a Roma ci sarà l’importante conferenza europea per l’occupazione giovanile.

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