Campagne antiviolenza: efficaci anche senza sangue e lividi

di Magda Mutti  –  La 27 ora  24 novembre 2013

C’è un nuovo linguaggio per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla violenza sulle donne? SVS Donna Aiuta Donna onlus (svsdad.it) che affianca il Soccorso Violenza Sessuale e Domestica della Mangiagalli di Milano lo ha chiesto agli studenti dell’Istituto Europeo di Design, e la risposta è stata sì. L’idea è parte del progetto Insieme contro la violenza per sostenere la Giornata Mondiale contro la violenza di genere, fissata il 25 novembre. Una campagna con nuovi paradigmi di comunicazione, perché non mostra le solite brutalità, occhi neri e lividi e lacrime.

Il risultato sono le tesi degli studenti di quattro discipline dell’Istituto (graphic design, illustrazione, video design e sound design) messaggi nuovi diversi anche provocatori, ma capaci di destare l’attenzione di tutti, papà violenti, maschi maneschi e bulli, senza ricorrere agli occhi pesti e alle tumefazioni.
Uno spot prodotto da SVS DAD ONLUS della campagna, sarà in onda sulle reti Sky. È rivolto agli uomini, mariti, padri, compagni che maltrattano. L’esortazione è «fermati!» chiedi aiuto ai Centri specializzati nel trattamento degli uomini violenti. Il video è stato realizzato con Regione Lombardia, Comune di Milano e Adei Wizo (Associazione donne ebree d’Italia).

La campagna con i lavori dello IED invece ha preso il via il 22 novembre nei punti vendita Coop in Lombardia attraverso cartoline, poster, segnalibri e shopper in tessuto.

Gli studenti di video design Claudia La Rosa e Shirin Aliyeva e di sound design Matteo Lo Valvo e Davide Gubitoso, hanno evitato di cadere nelle interviste drammatiche alla vittima o allo psicoterapeuta, e hanno scelto il racconto emotivo, la voce fuori campo e il crescendo musicale per rappresentare tre storie di violenza contenute nel libro Questo non è amore pubblicato dalle autrici di questo blog. Conflitti che incombono nella vita quotidiana, senso di colpa delle vittime, disistima, soggezione, ma anche ribellione. Colpiscono i messaggi degli episodi: «Non me ne sono resa conto», dice Maria, che si salverà perché c’è una figlia da proteggere, mentre Ileana rammenta: «Un giorno mi ha riempito di botte». Per Giovanna, il campanello d’allarme sono stati gli scatti d’ira. Ma i segni di percosse anche sulla bambina le daranno la forza di affrontare vincendo la lunga battaglia legale.

Marika Sorangelo 23 anni, laurea in Illustrazione e Animazione è l’autrice di una serie di cartoline dove invita le donne a ribellarsi a denunciare gli abusi con immagini poetiche in cui sono gli oggetti domestici a “parlare”, come quella intitolata Trova l’intruso, dove l’intruso – un paio di occhiali scuri tra accessori da pioggia – allude alla chiara necessità di dover nascondere un volto malmenato.

Dice Marika: «Le immagini di corpi martoriati che vogliono rappresentare la violenza di genere in realtà distolgono lo sguardo, creano rifiuto e portano all’indifferenza. Ho voluto uscire da questo cliché con disegni lievi e colorati per far pensare, perché sia riconosciuto un mondo più sicuro. Del resto non c’è solo la violenza, esistono anche i suoi prodromi, in tanti stereotipi sessuali. “Te la sei cercata”, è una cartolina che illustra una scarpa col tacco, una guepiere, un rossetto, una gonna: ma come? Sarebbero la ragion d’essere di uno stupro?».

Il gruppo di graphic design composto da Giovanna Prete, Alice Loro ed Emanuele Serra, ha trovato nelle porte un mezzo efficace su cui appoggiare a lettere cubitali messaggi di rispetto, speranza ed empatia. Giovanna, 26 anni, romena, racconta una sfida che deve raggiungere tutti, diversi per età e culture e comunicare ai violenti, alle vittime e all’universo indifferente:

«Le porte sono un simbolo efficace per esprimere l’entrata e l’uscita dalla violenza, e i caratteri tipografici di grandi dimensioni applicati alle fotografie ci sono sembrati il modo giusto per urlare il messaggio».
Le parole sono semplici, ricalcate sulle frasi quotidiane, questa casa non è una prigione, questa camera da letto
non è un patibolo, lavorare non fa rima con palpare/umiliare/ricattare.
Ci sono anche i messaggi agli adolescenti, sulla porta di un bagno da discoteca si legge
Io posso ballare e dirti di No
Io posso darti il numero di telefono e dirti di No.
Un altro soggetto pensato dal gruppo per le stazioni del metro è la mappa degli abusi (le stazioni si chiamano violenza sessuale, ricatto, abbandono…)
Mentre altri segnali riguardano l’entità del fenomeno: 1.350.000 vittime nel 2012, il tempo di una fermata e le hai rovinato la vita, ogni 7 minuti si compie uno stupro.
Gli studenti di video design Claudia La Rosa e Shirin Aliyeva e di sound design Matteo Lo Valvo e Davide Gubitoso, hanno evitato di cadere nelle interviste drammatiche alla vittima o allo psicoterapeuta, e hanno scelto il racconto emotivo, la voce fuori campo e il crescendo musicale per rappresentare tre storie di violenza contenute nel libro Questo non è amore pubblicato dalle autrici di questo blog. Conflitti che incombono nella vita quotidiana, senso di colpa delle vittime, disistima, soggezione, ma anche ribellione. Colpiscono i messaggi degli episodi: «Non me ne sono resa conto», dice Maria, che si salverà perché c’è una figlia da proteggere, mentre Ileana rammenta: «Un giorno mi ha riempito di botte». Per Giovanna, il campanello d’allarme sono stati gli scatti d’ira. Ma i segni di percosse anche sulla bambina le daranno la forza di affrontare vincendo la lunga battaglia legale.

http://www.corriere.it/foto-gallery/cultura/13_novembre_22/insieme-contro-violenza-progetti-comunicazione-studenti-ied-47660f60-53be-11e3-9449-fed58113e447.shtml#1

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