“Il volto delle nuove madri” di Cristina Comencini

Pubblichiamo il testo integrale di Cristina Comencini da cui è stata estratta la “Lettera agli uomini che odiano le donne” pubblicata il 25 novembre

La funzione materna è stata per secoli sottovalutata e non chiamata cultura ma espressione naturale e inconsapevole, interpretazione di un destino biologico. Sono stata madre giovanissima e forse la causa della mia prima adesione al movimento delle donne degli anni settanta è stata proprio una riflessione sulla solitudine e intelligenza dell’esperienza materna. Anche se poi in quegli anni di scoperta dell’identità femminile, di maternità non se ne parlò quasi per nulla, per la paura anche giustificata di restare nel ruolo secolare.

Io sentivo con i miei primi due figli – un maschio e una femmina – di esercitare tutte le mie capacita fisiche ed espressive, eppure che non c’era un luogo in cui parlarne e condividere esperienze, riflessioni, paure. Tutto sembrava scontato e eseguito con l’istinto, come se le madri fossero pressoché identiche agli scimpanzé da cui discendiamo. Non c’era stata elaborazione del pensiero – se si esclude quella derivante dalla rivoluzione psicanalitica – nessuna valorizzazione dell’esperienza millenaria di cura e relazione che ha portato il genere umano a essere quello che è. La creatività e anche la disperazione di essere madre in solitudine sono poi riemerse in quasi tutto quello che ho scritto.
In quegli anni, mi è capitato di leggere un libro che è stato molto importante per me: “L’amore in più, storia dell’amore materno” di Elisabeth Badinter, scrittrice e filosofa francese. La Badinter nel libro arriva a negare l’istinto materno e afferma che essere madri non è innato e che non c’è nulla di naturale nell’esserlo. La storia degli ultimi secoli – raccontata con ricchezza di documenti e di riferimenti culturali e letterari – ci dice che la nozione di amore materno è storica e dunque è cultura. L’amore materno è un sentimento umano. E come tutti i sentimenti è incerto, fragile e imperfetto, non va dato per scontato. Quel libro, proprio nel negare la naturalezza dell’essere madri, ridava centralità alla maternità come scelta, azione culturale importantissima nello sviluppo del bambino/a e dunque dell’essere umano adulto.
La psicanalisi ha invece messo al centro da subito con Freud poi con Melanie Klein, Winnicott, Bion il rapporto madre bambino, sin dalla gestazione e poi nei primi anni di vita, ha sottolineato l’importanza fondamentale della prima relazione oggettuale del bambino con la madre per la formazione dell’io. Dopo secoli di assoluta sottovalutazione del ruolo materno, veniva data alla donna madre una grande responsabilità, a tratti forse schiacciante, ma in ogni caso molto più promettente del parallelo con gli scimpanzé.
Le madri, quelle di oggi soprattutto che hanno scelto di esserlo, conoscono lo sguardo del bambino che scruta il viso della donna che lo allatta come fosse il proprio, uno specchio meraviglioso, un volto bellissimo in cui riconoscersi, che da sollievo dall’angoscia e colma di calore, di latte, di fusione, la prima forma di relazione con un’altra mente e un altro corpo che imparano piano a riconoscere e a staccare da sé.
Lo psicanalista Bion elabora per questo processo una parola: rêverie, e cioè uno stato mentale della madre aperto a tutti gli stimoli provenienti dal bambino, un linguaggio che non è parola ma che permette il formarsi goccia a goccia del pensiero nel bambino. E’ grazie al linguaggio della rêverie nel rapporto madre-bambino che si sviluppa la mente e diventa idonea al pensiero. Le funzioni materne, quelle più scontate, sottovalutate, sedimentate nella storia delle donne da millenni, sono in realtà intelligentissime, finalizzate a dare pensieri, parole e sono legate strettamente al tipo di donna che è la madre, alla sua storia e all’epoca storica in cui vive.
Noi donne occidentali, o in qualche modo anche se parzialmente la generazione che ci ha preceduto, siamo le prime madri libere dal destino della maternità. Non procreiamo figli perché è la nostra unica funzione insieme a quella di mogli, lavoratrici domestiche non pagate. Noi siamo state educate alla libertà, allo studio, al lavoro remunerato. Possiamo scegliere di essere donne senza figli.
E’ allora fondamentale capire qual è il rapporto tra questa nuova madre libera e il figlio o la figlia.
Qui entriamo in un campo ancora tutto in formazione, pieno di contraddizioni, di incertezze, di nuovi sentimenti e relazioni da capire.
Nella madre tradizionale, il primo anno di vita e quelli seguenti creavano nel bambino un’idea di donna che si prolungava nell’età adulta: cioè la donna madre del neonato era in linea con la donna che quel neonato avrebbe incontrato da adulto o che sarebbe stata da donna adulta. Una donna, la madre, che l’uomo adulto e la donna adulta dovevano amare e poi superare per amarne un’altra o essere se stessa, ma in un contesto di ruoli definiti socialmente, in cui il destino della ragazza era di sposarsi a sua volta ed essere madre e quello dell’uomo di trovare la donna madre dei suoi figli. Non c’era rottura, contraddizione, tranne quelle che derivava dall’infelicità e dal sacrificio insito nel destino femminile, sopportato da alcune, sofferto molto da altre.
A noi, madri nuove, viene richiesto quello che definirei un doppio salto mortale: essere pronte alla rêverie, allo stato fisico e mentale che permette lo sviluppo del bambino, aperte a ogni stimolo del neonato/a, in modo da dargli senso di sé, pensiero, in un rapporto fusionale molto simile a quello delle madri tradizionali e poi alla separazione graduale che permette al bambino/a il distacco dal corpo materno e il desiderio di altri corpi di donne ma, – e qui c’è la grande differenza – lo facciamo per la prima volta da donne libere, irrequiete nell’affrontare il sacrificio della trasformazione della nostra vita e del nostro corpo, ambivalenti nel desiderio di vivere pienamente il rapporto esclusivo a due col bambino e di non esiliarci dal lavoro lasciato, non mollare gli ormeggi all’antico per naufragare nel mare separato di una maternità tranquilla e dedita che non ci può corrispondere più. Quanto incide la trasformazione di questa madre sui figli e quanto possono fare gli uomini e i padri nuovi che trovano davanti a loro questa donna?
Nel passaggio di testimone dalla nuova madre alla nuova figlia, la bambina gode della fusione con la madre, poi ne osserva la vita: la libertà, il lavoro, la parità e comincia a cercare, a costruire la sua identità sulla nuova identità della madre. Non è facile, il cammino è pieno di contraddizioni, troppo veloci i cambiamenti, ma la strada è quella, tortuosa ma visibile.
Il figlio maschio di questa nuova madre e la madre nuova di questo figlio affronteranno invece una relazione molto complessa: fusione, amore, dedizione necessaria da un corpo di donna che a mano a mano che il figlio cresce non può ritrovare negli incontri con altre donne. Eppure la sessualità, l’immaginazione, il desiderio, la sicurezza iniziano a formarsi proprio con la madre dedita dei primi mesi e dei primi anni, che si trasformerà poi davanti agli occhi intimiditi del ragazzino, in una donna forte, sicura di sé, piena di autorità, che va fuori nel mondo senza paura, concorre col padre, tiene testa agli uomini. A volte la contraddizione tra la madre dei primi anni di vita e l’altra sarà acuita dalla madre stessa che sarà ancora più fusionale, dedita, perché sa che dovrà presto lasciare quel ruolo antico e rimmergersi nella competizione del mondo. E’ antica e nuova questa madre, e col suo bambino appena nato vorrebbe certe volte non risvegliarsi mai ai giorni nuovi che l’aspettano o invece, al contrario, arrivarci subito perché non sopporta il sacrificio di sé per cui non è stata cresciuta. Sarà una donna, una madre piena di novità e contraddizioni.
Chi è questo ragazzo/uomo nuovo figlio di questa madre? Anche qui metto insieme appunti sparsi, ricavati dalla mia esperienza, da quella delle tante madri nuove che ho conosciuto.
Questo figlio tenderà a crescere con l’idea che l’uomo non è sempre simbolo di forza, che il padre non ha l’esclusività del ponte col mondo, che non può riferirsi a lui per ogni aspetto della sua virilità nascente. Anzi, a volte ne parlerà più volentieri con la madre che sa tante cose e che lui sente più determinata, chiara, decisa del padre, e certe volte lo protegge come quando era piccolo e parla più volentieri. Il padre gli sembra a tratti impaurito e lui tenderà a difenderlo contro la madre, prendendo così le parti di se stesso, messe a dura prova dalla sicurezza materna. Ma anche proverà rabbia contro di lui, perché non tiene il punto, perché non discute, perché esce senza avere toccato il fondo delle questioni, o perché se ne è andato con un’altra donna apparentemente più facile della madre. Il ragazzo vede anche che fuori di casa ci sono molte ragazze che somigliano alla madre nuova che ha scoperto crescendo e non sa assolutamente come dovrà affrontarle, amarle, farci l’amore, conoscere. Il ragazzo pensa che potrebbe prendere la scorciatoia e incontrarne una più fragile o tradizionale, che si faccia guidare e proteggere da lui, è sicuro che anche il padre ogni tanto ne sogna una così, una con cui ci si possa riposare nel modello antico e rassicurante. E il ragazzo qualche volta la trova, ma non sa che anche nella più tradizionale delle donne il germe dell’autonomia conquistato dalle nuove madri è fiorito all’insaputa della ragazza. Qualche volta capiterà che la ragazza si senta incerta come lui, che odi la madre nuova, con tutta la sua sicurezza vincente, sogni di essere com’era la madre dei suoi primi anni, nelle fotografie degli album, quando colma, la stringeva a sé appena nata. E allora specularmente al ragazzo in cerca di un passato impossibile, si fingerà sottomessa, materna, unica. Insieme saranno fusi come i primi anni con la madre antica, si chiameranno con vezzeggiativi, nomignoli, diminutivi. Si regaleranno orsetti di pelouche o anellini già matrimoniali. Una felicità fragile che si fonda su una frase fondamentale: noi non ci lasceremo mai. Il ragazzo e la ragazza incautamente ci credono, non hanno avuto molte esperienze, non ne vogliono avere tante, sono più tranquilli così. E poi un giorno, lei o lui tornerà alla modernità dei nuovi legami, avrà voglia di sperimentare, di cercare una felicità più complicata o una solitudine. Lei o lui dirà la frase proibita: ti lascio. Solo che se la pronuncerà lui, lei piangerà e scriverà sul diario e ne parlerà con le amiche come nell’ottocento. Lui invece potrebbe pensare di ucciderla, come si uccideva in duello nell’ottocento per una donna, o farlo come avrebbe voluto qualche volta sopprimere la madre che quest’epoca gli ha dato.
La violenza sulle donne è frutto di questo nuovo, non un retaggio dell’antico. Usa forme antiche ma è del tutto nuova e legata alla libertà delle donne, delle madri, alle loro contraddizioni, al mutamento troppo lento degli uomini, dei padri di fronte a questa nuova libertà.
Eppure è negli uomini, nei padri, nella loro riflessione, nella ripresa del loro ruolo centrale accanto alle donne che siamo oggi, che io penso possa compiersi la rivoluzione che le donne hanno iniziato. I due generi sono fondamentali alla crescita del bambino/a, le nuove donne devono continuare a essere differenti dagli uomini e fare valere in tutti i campi della vita la ricchezza della loro storia, della loro intelligenza, dei valori e dei pensieri sviluppati nella solitudine millenaria che abbiamo dietro le spalle, ma devono anche cambiare nel profondo lasciando agli uomini la loro parte di responsabilità nel nuovo mondo.
I ruoli dell’uno e dell’altra, rimanendo differenti, possono sovrapporsi e prendere l’uno dall’altra. L’odore del padre che prende in braccio, addormenta, da sicurezza, può accostarsi a quello della madre molto presto, i nuovi padri lo sanno e lo praticano. E la madre può tirarsi indietro e dare al padre il suo bambino, senza paura di perderlo, senza possesso, senza timore che lui non lo sappia tenere. Cedendo la sovranità assoluta per una libertà conquistata che apre le porte di un mondo vasto, ricco della presenza di Due diversi ma pari, un mondo che abbiamo aperto anche per le nostre figlie e per i nostri figli. E penso che il padre possa insegnare la sua nuova forza al figlio e alla figlia: raccontare la storia di un dominio sovrano che deve trasformarsi nell’accoglimento del diverso da sé, della differenza delle donne, della loro parità. Credo che il padre possa insegnare al figlio a non averne paura, a parlarne, sottraendo così il dialogo sui sentimenti, sulle passioni, sul corpo, all’impero delle donne.
Forse la nuova forza degli uomini è fatta anche del pianto di Ulisse – uomo per eccellenza – che nell’isola dei Feaci ascolta il racconto della guerra di Troia e piange, coprendosi il viso col mantello purpureo, “come donna piange lo sposo che cadde davanti alla città”. Forse l’uomo può piangere ora come uomo, senza coprirsi il viso, anche davanti al figlio, e aprirsi nel racconto all’altro da sé.
E le donne al contrario possono diventare più lievi, manifestare la loro imperfezione, godere della libertà senza colpa, prendere dall’uomo la leggerezza e la concentrazione su di sé, dare ai figli la manifestazione vera di quello che sono e la possibilità di tenere testa senza violenza alle giovani donne libere che incontreranno nella loro vita adulta.
Abbiamo la fortuna di vivere uno dei cambiamenti più importanti della storia, il mutamento profondo del rapporto tra i due generi, questo mutamento può cambiare il mondo e in questo nuovo mondo le donne e gli uomini possono amarsi e comprendersi molto più di prima.

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