Se sei femminista sarai considerata una odiatrice di uomini: non c’è modo di evitarlo

traduzione dall’articolo If you’re a feminist you’ll be called a man-hater. You don’t need rebranding, di Laurie Penny, The Guardian, lunedì 7 ottobre 2013

A nessuno piace una femminista. Almeno non secondo i ricercatori dell’Università di Toronto; da uno studio è emerso che le persone ancora sono aggrappate ai tipici stereotipi sulle attiviste femministe, stereotipi come “odiatrici-di-uomini” e “poco igieniche”.

Questi stereotipi sembra stiano seriamente limitando la possibilità, per le donne, di abbracciare l’impegno per la liberazione della donna come una scelta di vita. Il femminismo è un casino e c’è bisogno di venirne fuori. Per diventare “importante per le giovani donne di oggi ” ha bisogno di radersi le gambe e di un nuovo taglio di capelli.

Anche Elle sembra pensarla così. La rivista di moda e bellezza, che certo non è uno storico manuale della rivoluzione genere, ha proposto questo mese un “rebranding del femminismo”: ha chiesto a tre agenzie pubblicitarie di offrire alla politica di genere una lucidata stile Nip & Tuck. Il risultato è una serie di diagrammi di flusso e un sacco di caldo equivoco rosa a mascherare tutte quelle brutte, scomode storie sulla liberazione delle donne. Innanzi tutto c’è la questione della parola femminismo, con la quale alcune persone sembrano avere un problema. Queste persone sentono il bisogno di tenere da conto innanzi tutto i sentimenti degli uomini, quando si parla di lavoro, retribuzione o violenza sessuale, per risultare meno minacciose, più eleganti; meglio parlare di “uguaglianza di genere” se dobbiamo parlare a tutti. Quelli cui interessa mantenere lo status quo preferirebbero vedere le giovani donne che agiscono, come dire, nel modo più grazioso e piacevole possibile; anche quando protestano.

Il “rebrand” del femminismo, che per renderlo un più appetibile stile di vita vuole trasformarlo in un accessorio desiderabile, gestibile al pari di una dieta disintossicante… e altrettanto minaccioso, non è un’idea nuova. Né è la rivista ELLE la prima rivista patinata a cimentarsi nell’impresa.

Purtroppo non c’è modo di creare una “nuova immagine” del femminismo senza privarlo della sua energia essenziale, perché il femminismo è duro, impegnativo e pieno di rabbia (giusta). Puoi ammorbidirlo, sessualizzarlo, ma il vero motivo per cui molte persone trovano la parola femminismo spaventosa è che il femminismo è una cosa spaventosa per chiunque goda del privilegio di essere maschio. Il femminismo chiede agli uomini di accettare un mondo in cui non ottengono ossequi speciali semplicemente perché sono nati maschi. Rendere il femminismo più “carino” non lo renderà più facile da digerire.

Non sono le giovani donne di oggi che hanno bisogno di essere convinte che il femminismo è ancora necessario e “rilevante”. Le nuove tecnologie hanno provocato uno tsunami di attivismo attorno sesso e politica, basta pensare ad iniziative come il progetto “Unslut” e “Everyday Sexism”, per non parlare di rivoluzioni culturali come la reazione contro la violenza sessuale in India. In tutti questi movimenti le giovani donne stanno conducendo la carica, insieme ad alcune combattenti della vecchia generazione che non si sono mai arrese, nonostante anni ed anni in cui hanno subito scherno ed emarginazione.

Mentre il mondo della moda e l’industria della bellezza rimangono fermi ad un’immagine di giovani donne docili, affabili e ansiose di ottenere l’approvazione dei ragazzi, le donne e le ragazze reali stanno combattendo contro una cultura che persiste nel cercare di rappresentare i nostri desideri e la nostra politica come “soffici” e commerciabili.

Lo stereotipo della brutta femminista che nessuno “si farebbe mai” esiste per una ragione: esiste perché è ancora l’ultima, migliore linea di difesa contro qualsiasi donna che è un po’ troppo forte, un po’ troppo interessata alla politica. Allora le si fa notare che se va avanti così, nessuno la amerà mai. Correggetemi se sbaglio, ma ho sempre creduto che il nocciolo della politica femminista – il nocciolo di qualsiasi tipo di politica radicale – è che alcuni principi sono più importanti dell’essere universalmente adorati, e parliamo dell’essere adorate da quel particolare il tipo di uomini che amano le donne con lunghi capelli fluenti che sorridono in silenzio.

Nelle parole della prima suffragetta e attivista per i diritti civili Susan B Anthony: “Chi è cauto, troppo attento a preservare la propria reputazione o a rispettare le norme sociali, non può lottare per cambiare le cose. Fanno davvero sul serio quelli che sono disposti a confessare e sostenere le loro simpatie per idee disprezzate e a sopportarne le conseguenze.”

Io non sono così vecchia, ma sono abbastanza vecchia da aver notato che i momenti della mia vita in cui ero più ammirata dagli uomini, le volte in cui sono stata considerata con simpatia, erano anche i tempi in cui ero più vulnerabile, più debole e insicura. I tempi in cui sono stata più forte e più audace, le volte in cui sono stato più fiera dei miei successi, sono anche le volte in cui sono stata chiamata una “diffult beach”. Questo è quello che le donne devono decidere, ora come in qualsiasi momento della storia: quanto siamo disposte a sacrificare per rendere gli uomini come noi.

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