Tra le donne di Teheran che sfidano gli ayatollah di Adriano Sofri

da Repubblica 23 dicembre 2013

TEHERAN
Sono partito per l’Iran dopo aver sentito Lucio Caracciolo, dunque affidabilmente, riferire di un’indagine secondo cui i Paesi del mondo più americanizzanti sono l’Iran e il Vietnam. Notizia che vale quanto un Bignami di storia contemporanea.
Su un cambiamento nel regime e nella posizione internazionale dell’Iran la politica estera guidata da Emma Bonino ha puntato la sua posta più impegnativa, a ridosso delle decisioni sulla catastrofe siriana. Gli sviluppi, preparati segretamente da tempo, hanno mostrato come questa carta pesi per un vasto schieramento internazionale e specialmente per Obama. E anche come sia insidiata dentro e fuori. Negli Stati Uniti, l’opposizione è forte e rumorosa. In Iran, dove la grottesca bancarotta dei mandati di Ahmadinejad ha fatto terra bruciata, il partito dei duri ha dovuto rassegnarsi a un ricambio che si augura provvisorio.
Ancora una volta, si può dubitare che la partita si giochi tutta all’interno del regime, tra la sua ala più fanatica e superstiziosa e quella più aperta, e i diversi interessi che rappresentano. La linea era stata: se hanno fame, mangino nucleare e preghiere. Le sanzioni hanno arricchito i profittatori; i protagonisti del ricambio promettono di dare respiro a produzione e commerci.
Della dilapidazione di Ahmadinejad si parla con vergogna, come di una lunga ubriachezza molesta. Ma al centro del cambiamento sta una doppia questione anagrafica: i giovani e le donne. Gli iraniani sono più di 76 milioni, l’età media è di 27 anni, contro i quasi 44 dell’Italia. Persone che non hanno conosciuto il regime dello scià, la rivoluzione khomeinista, gli otto anni di guerra con l’Iraq. Le donne subiscono costrizioni mortificanti: nell’abbigliamento, nelle separazioni in scuole, mezzi di trasporto, avvenimenti pubblici. Perfino la demagogia stracciona di Ahmadinejad promise di ammetterle come spettatrici negli stadi: è appena venuto il Milan, e nemmeno le signore italiane di Teheran sono potute entrare. Allo stesso tempo, le ragazze sono maggioranza e si distinguono negli studi e nell’insegnamento, guidano l’auto, taxi compresi, altrettanto spietatamente dei maschi (titolo di un thriller necessario: “Attraversare la strada a Teheran”), hanno avuto e avranno una parte di protagoniste nelle ribellioni, come quella bella e generosa del 2009 che anticipò da lontano le primavere arabe e poi ha lavorato in modo sotterraneo per arrivare all’esito attuale. (I persiani, come si sa, non sono arabi).
Una nuvola copre l’Iran, bieca come la cappa di smog in cui l’aereo entra per atterrare a Teheran, ed è la questione di genere e più peculiarmente sessuale. Il fanatismo dei duri del regime, e lo stesso populismo plebeista (e negazionista) che ha egemonizzato così a lungo il governo, ha il suo nocciolo nella sessuofobia e nella paura che le donne evadano dalle loro galere portatili. Nel 1988 la guerra finì, ma le spedizioni punitive contro capelli e gonne no. Un giorno sarà istruttivo confrontare il populismo plebeista che vuole tenere le donne chiuse dentro un sudario nero col populismo ricchista, diciamo così, che va pazzo per gli spogliarelli.
L’apertura internazionale appena inaugurata grazie alla rottura del tabù, vero o recitato, sul nucleare (tabù vero dovrebbe essere,
e universale), costringe a confrontare l’Iran, per la condizione femminile come per il sostegno al terrorismo islamista, con l’alleato incrollabile, e il più scandalizzato, più di Israele, dal paventato “cedimento”: l’Arabia Saudita. La Siria è diventata il terreno martoriato del loro cimento, per interposta barbarie alauita e terrorismo sunnita. E’ evidente quale enorme sconvolgimento geopolitico porterebbe il disgelo iraniano, fino a Cina e Russia, che sull’Iran incattivito e rintanato fanno fior di affari economici e politici. E’ altrettanto
evidente come si tratti, da parte dei suoi attori, di una scommessa ad alto rischio: con la parziale rassicurazione che lasciare che le cose vadano come vanno garantisce disastri.
In questa scommessa il governo italiano, e personalmente Emma Bonino, si sono impegnati con una risolutezza inaspettata e ancora, in Italia, poco percepita, tanta era l’assuefazione alla rinuncia a una politica estera — cioè a una politica. La posizione di Bonino sull’eventualità dell’intervento in Siria all’indomani della strage chiintervento
mica poteva sembrare estemporanea e contraddittoria con la stessa antica campagna dei radicali (non soli: anche di un Wojtyla, per esempio) per il cosiddetto diritto-dovere di ingerenza. In realtà l’intervento in Siria era stato reso pressoché impraticabile dalla lunga viltà con cui si era abbandonata una popolazione alla repressione feroce della dittatura prima, e poi all’irruzione di un’internazionale
del terrore. Appellandosi prima al suo collega russo, Lavrov —
che nei fatti avvenne, a metà fra intelligente e furbo, ed esonerò Obama da una promessa solenne che non vedeva l’ora di mancare — poi alla partecipazione iraniana, Bonino aveva maneggiato un’emergenza drammatica (arrivò ad alludere a una Terza guerra mondia-le, e, credo, fece male) per imboccare una strada dotata, una volta tanto, di un orizzonte. Quella strada è diventata, o si è rivelata, comune alla presidenza americana e a una parte consistente benché sconclusionata dell’Unione Europea. Bonino contava su alcuni
atout,
punti forti: è insospettabile di pregiudizi anti-israeliani, e caso mai sospettata del contrario. Si è procurata una conoscenza non libresca dei paesi arabi e del vicino oriente. E, ciò che mi pare
più contare, è una donna.
Ieri, aprendo la conferenza stampa accanto al collega iraniano Zarif, pieno quanto a lui di buonumore e accoglienza, si è congratulata per la ressa di telecamere, fotografi e giornalisti: «Vedo con particolare piacere tante giornaliste iraniane e mi rallegro con la loro intelligenza, franchezza e professionalità ». Mi sono voltato a guardare le tante giornaliste iraniane, molto giovani quasi tutte, e
ne ho vista una dal viso che rimaneva serio serio, ma solo perché stava ancora aspettando che si completasse la traduzione, per aprirsi poi in un sorriso infantilmente felice, come per un regalo. Sono contento di stampare qui quel sorriso, perché non passi inosservato e inadempiuto. E anche di registrare, in una conferenza stampa distesa quanto vaga, che voleva essenzialmente trasmettere una decisione di reciproca cordialità e ospitalità, la risposta di Bonino sul piazzamento dell’Italia nella gara agli affari (c’è molto da scavare, in questo Iran ibernato dal suo regime, per archeologi e petrolieri, e archeologipetrolieri) che si aprirebbe, si è aperta già, ai primi scricchiolii del disgelo: che vinca il migliore.
Iraniani fiduciosi e preoccupati dicono che se la delusione seguita al fallimento di Khatami si ripetesse oggi col pragmatico Rouhani, la mortificazione della gente sarebbe irreparabile. La popolazione sarebbe disperata se dipendesse dall’insipienza o dal tradimento dei nuovi governanti ed esasperata, e capace di incendiare le piazze, se dipendesse da colpi di coda dei vecchi. Purché non dipenda da insipienza e colpi di mano del resto del mondo.

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