E l’uomo scoprì il matrimonio

Corriere della Sera 4 gennaio 2014 – Costanza Rizzacasa D’Orsogna

Formare una coppia stabile e avere figli: per le donne è diventato meno «importante»

È il punto di non ritorno. Nell’America in cui l’avvocatessa e manager Michelle Obama, con titoli di studio a Princeton e Harvard, dichiara che «alla fine della giornata il mio titolo più importante è quello di mom-in-chief», mamma in capo (e viene bollata come «l’incubo delle femministe» dal giornale online Politico), uno studio condotto da Citi (l’ex Citigroup) e LinkedIn su oltre mille professionisti traccia un quadro esplosivo: avere una famiglia, oggi, è molto più importante per gli uomini che per le donne. In particolare, la percentuale di donne che non considera più il matrimonio o una relazione seria come indicazione di successo o della realizzazione di sé è quasi raddoppiata dallo scorso anno (9% contro il 5% del 2012).
Trovare un equilibrio tra lavoro e famiglia è la preoccupazione maggiore per entrambi, ma un po’ di più per gli uomini (50% contro 48%), e mentre il 79% dei maschi identifica l’«avere tutto» con un matrimonio duraturo e felice, solo il 66% delle donne la pensa allo stesso modo. Il dato più eclatante però riguarda i figli: l’86% degli uomini cita l’averne come segno del proprio successo, ma solo il 73% delle donne è convinta che lo siano.
Le tesi si rincorrono. Un mese fa, Brad Wilcox, direttore del National Marriage Project (think tank sullo stato del matrimonio, con sede presso la University of Virginia) sosteneva su The Atlantic che le madri più felici sono quelle che lavorano part time. «L’informazione è intrappolata nella spirale del “farsi avanti” — scriveva, citando il bestseller del direttore operativo di Facebook Sheryl Sandberg — ma studi rivelano che le madri si dichiarano più appagate quando, più che avanti, possono andare a casa». Quanti uomini farebbero la stessa ammissione se l’idea del «mammo» non scatenasse pregiudizi, ammiccamenti, sospetti di scarsa virilità? Moltissimi, secondo il sociologo della famiglia Paul Amato, uno dei pochi che certe domande si è preoccupato di rivolgerle anche ai maschi. Già nel 2000, infatti, il 20% degli uomini confessava che avrebbe preferito lavorare part time: addirittura il 25% non lavorare affatto. L’Atlantic stesso, pochi giorni fa, pubblicava un servizio entusiasta sui vantaggi del congedo di paternità, prendendo a modello le società svedesi e norvegesi, dove vi fa ricorso oltre l’80% dei padri. «Gli uomini che alla nascita di un figlio vanno in congedo parentale — osservava — tendono a rimanere più coinvolti nella sua crescita anche in seguito, e a dividersi più equamente i lavori di casa con le donne. Quando i padri sono coinvolti nella cura del neonato, le madri crescono professionalmente, guadagnano di più e sono più soddisfatte». Ancora: gli uomini che prendono il congedo di paternità vivono più a lungo, e i figli di questi genitori, entrambi impegnati nella prima fase della crescita del bimbo, mostrano uno sviluppo cognitivo maggiore di altri.
Già, lo sviluppo cognitivo del bambino. Dodici anni fa era stato una delle cause della cosiddetta Opt-Out Revolution, la rivoluzione di andarsene, un movimento di donne americane che mollavano la carriera a un soffio dalla vetta per dedicarsi alla famiglia. Colpa di un pubblicizzatissimo studio secondo cui i figli di donne che sceglievano di lavorare full time durante il loro primo anno di vita erano «più indietro» di quelli le cui mamme restavano a casa. Apriti cielo. Anni dopo, quei ricercatori cambiarono idea, confermando un «leggero» ritardo cognitivo nei bambini, ma ammettendo che questo veniva compensato da altri fattori — ad esempio i benefici di una mamma che lavora. E oggi, come notava il New York Times Magazine , che per primo nel 2003 aveva raccontato il fenomeno Opt-Out, «la generazione che scelse di andarsene vuole tornare». Chissà perché, però, allora nessun esperto si era preoccupato di misurare gli effetti sullo sviluppo del bambino dell’assenza cronica del padre.
Al di qua dell’Atlantico non siamo, per una volta, molto indietro. «Sorry, ma fare la madre non è il lavoro più importante al mondo», titolava il Guardian qualche settimana fa in un (sacrosanto) editoriale affidato all’attrice e autrice Catherine Deveny. «Uno slogan sbagliato, che delegittima e deresponsabilizza i padri, oltre a scoraggiare qualsiasi altra relazione del bambino con altri adulti (nonni, insegnanti)». Soprattutto, la (finta) deificazione della madre incoraggia le donne a «zoppicare» professionalmente e finanziariamente. «Non sarà — si chiede Deveny — che questo slogan vuoto è solo un contentino per le donne che scavano fossati tra se stesse e potenziali carriere? Non sarà che “madre” è solo un sinonimo per l’aspettativa che la donna si prenda cura dei bambini senza alcun compenso, sminuendo così sia il valore del crescere i figli che, strategicamente, quello della donna sul lavoro? E se fare la madre è così importante, perché gli uomini non mollano le loro importantissime carriere per dedicare la vita ai figli? Dopotutto non si sente mai dire che fare il padre sia il lavoro più importante al mondo». Stando ai risultati del sondaggio di Citi, potrebbe essere solo questione di tempo.

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