NEL COGNOME DELLA MADRE

Sara Ventroni – l’Unità 8 gennaio 2014

Nel nome della madre, della figlia e della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Non è la nuova trinità. Non c’è da segnarsi la fronte con marche da bollo. Si può vincere una causa e perdere la faccia. Ancora una volta l’Italia è stata bacchettata dall’Europa. Possiamo anche impiattare il lessico su una vellutata di anglismi, ma restiamo un Paese provinciale. Patriarcale. E con innata vocazione al ridicolo.

La storia è esemplare. Due coniugi, Alessandra Cusan e Luigi Fazzo, il 26 aprile 1999 mettono al mondo una bambina, Maddalena. Da subito decidono, insieme, di darle il cognome materno perché il padre di lei, un filantropo, potesse avere presso i posteri una certa gloria. Insomma: non nel nome del padre, e nemmeno della madre. Nel nome del nonno. E dunque, teoricamente, la linea patriarcale sarebbe assicurata. Ma non è sufficiente. Non è possibile iscrivere la bimba nei registri dell’anagrafe con il cognome materno. La richiesta è bocciata. Alessandra e Luigi non si arrendono. Due anni dopo si rivolgono al Tribunale di Milano: con ragioni donabbondiesche – tra busillis, latinorum e forse anche mos maiorum – i togati lombardi spiegano che, nonostante nulla osti a che una bambina porti il cognome della madre, la consuetudine del patronimico è talmente radicata nella cultura italiana, che la richiesta deve essere respinta.
La sentenza di primo grado è confermata in appello. Ma la coppia non demorde. Allora Cusan e Fazzo interpellano Strasburgo e si appellano all’articolo 8 (diritto al rispetto per la privacy della vita di famiglia) e all’articolo 14 (contro le discriminazioni) della Convenzione europea dei diritti umani.
La favola ha il suo lieto fine, con tanto di benedizione laica e salmodie dal Trattato di Lisbona.
Il punto, ovviamente, è un altro, e risponde alla domanda: fino a quando in Italia, le sentenze saranno la prosecuzione della politica con altri mezzi?
Se negli anni Settanta portare il doppio cognome era il signum non di una schiatta di sangue blu, ma di una genìa femminista, oggi siamo al punto che una donna si dichiara ragazza-madre non per orgoglio di genere, ma per salire in graduatoria negli asili nido. Perché essere una donna sola, oggi, fa punteggio.
La maternità, e la paternità, in Italia, sono clave ortodosse. Leve primitive. Oppure sono eterizzate, vaporizzate in lessico privato. In un linguaggio epurato: genitore uno, genitore due. Eufemismi che nascondono la nostra impotenza, quando si tratta di affrontare l’idea che le biotecnologie non coincidono esattamente con l’evoluzione della specie; e che ancora, a fondamento di questa, fino a prova contraria, c’è la differenza. Anche quando a prendersi cura dei figli sono due donne, o due uomini. E da questa complessità si deve ripartire.
E invece siamo rimasti indietro, perfino rispetto al Nuovo Diritto di Famiglia, del 1975, se già allora si affidavano a entrambi – donna e uomo – pari responsabilità e pari diritti, anche verso i figli.
Ma quando non si hanno visioni, ci si aggrappa perfino ai patronimici. Come burocrati. E allora il patriarcato soft – al pari del politicamente corretto, che cancella tutto per non prendere parte – diventa l’I-Ching da consultare nel balbettio politico. E l’etica è rimpiazzata dal codice civile, o da un tribunale europeo.
Non meraviglia se il cognome dell’uomo, in mancanza di un’idea migliore, resti ancora un simbolo efficace. Una denominazione di origine controllata. Come l’aratro e la spada: segna la terra, e la difende. «Mi sposai; e immediatamente dopo che mi ero sposata, mio padre diceva, parlando di me con estranei: ‘mia figlia Ginzburg’. Perché lui era sempre prontissimo a definire i cambiamenti di situazione, e usava dare subito il cognome del marito alle donne che si sposavano».
Così, non senza ironia, scriveva Natalia Ginzburg in “Lessico Famigliare”. Il nodo è ancora tutto qui. Nelle relazioni, nel Paese. Ma stavolta il nome della madre non è solo una questione privata. Chiama in causa l’Italia tutta: donne, uomini e bambini. Ma vogliamo essere ottimisti: Luigi Fazzo, il marito della moglie, anche senza conoscerlo, ci sembra già un uomo diverso.

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