“Imparare ad amare un figlio speciale” – Concita De Gregorio

LaRepubblica 6 gennaio 2014

«E io mi preparo.
La mattina faccio la cartella: elmetto, e mela per la merenda.
Fucile e quaderno a quadretti grandi.
Marca da bollo e penna con l’impugnatura facilitata.
Vestito buono e cuore cattivo.
Mi preparo – ma accettare, quello ancora non riesco».

Valeria Parrella, Tempo di imparare

Che libro ha scritto Valeria Parrella. Una giovane donna di nemmeno quarant’anni, una ragazza napoletana coi ricci che trasforma il dolore in bellezza. Una scugnizza sciamana che parla la lingua dei segni e coi segni descrive a chi non sente, mostra a chi non vede.
Scava, con le parole, fin dove la spiaggia torna acqua, trova sgrammaticature che scivolano fin dentro la scatola nera, quella che per prudenza per pudore per istinto non apriamo mai. E invece, ad aprirla, guarda la luce che c’è. Cuce un vestito nuovo da uno scampolo strappato, da qualcun altro buttato via, lo fa con precisione e d’urgenza. Con una certa fretta di dire in modo esatto.
Non esiste purtroppo un premio Strega che si vinca così, per manifesta superiorità.
Pazienza. Bisogna fregarsene dei premi, quelli vanno come vanno.
La trama non è così importante, essendo la materia prima del romanzo la vita stessa. È un pretesto, letteralmente.
Tempo di imparare (Einaudi) narra di una madre e di un figlio, matrice di tutte le storie del mondo. Ma poi anche di un padre, racconta, e di lui con quella madre e quel figlio. Delle persone attorno, e del mondo che gira. Questo figlio è un poco speciale. Come tutti lo sono, ma un po’ di più. È un bambino che «non parla ma pensa», dice liquidando secoli di diagnosi mediche la sua compagna, seienne, di classe. Così ci consente, il bambino Arturo, di tornare tutti a quello stadio, “non parlo ma penso”. Un paradiso e insieme un inferno. E mano a mano che si procede nella lettura dei brevi capitoli, a volte brevissimi, si può con confidenza dire sì, questo lo so: questo l’ho vissuto almeno una volta ma l’ho messo da parte perché non trovavo un posto dove metterlo,
però lo so. Che «tutto ciò che ha saputo rivelare la normalità è stata la sua assenza» è vero sempre nella vita, è più vero del vero se come Arturo hai avuto una (lieve? grave?) asfissia alla nascita e dunque ricordi a memoria le targhe che vedi per strada ma hai paura del corridoio di casa, se uno dei tuoi occhi è cieco ma la tua anima ci vede benissimo, più preciso e più lontano degli altri. E se per esempio sei sua madre costretta ragazza in perpetuo a «salire gli scalini degli ospedali, che sono scale mobili prese al contrario: le persone stanno sempre ferme nello stesso punto, solo fatica assai», a discutere col «dirigente miserrimo, in un palazzo esagonale
degli anni Settanta con lo scotch alle finestre», quanti ne abbiamo visti di posti così nella vita?, e a pensare «che sconfitta, figlio, tenere assedio al proprio Paese». Che sconfitta, davvero, avere in perpetuo l’odore umido dei vinti.
Ha un handicap, Arturo. Tutti, da qualche parte. Lui ce l’ha evidente, certificato dalla legge. Handicap si chiama lo svantaggio dei cavalli alla partenza quando sono troppo veloci: un punteggio negativo da calcolare per farli gareggiare con gli altri. Avete presente, quando si deve partire da meno dodici? E il terrore che non si possa mai conoscere la bellezza, che tutto sia sofferenza, le lacrime essiccate da un diserbante, che ogni cosa sia dolorosa più del necessario? Sì, quello. Però poi, invece, le parole bisogna «metterle nell’ovatta bagnata, per vederle germogliare». Bisogna contare sul senso della vita. Noi madri, voi madri di bambini complicati che «ci guardiamo e ci sorridiamo spesso, più del normale, più del dovuto». Ho scelto questa scuola – dice Parrella/madre – perché «all’insegnante con cui parlavo squillò due volte il cellulare e non rispose». Avete presente? Sì, lo sapete. E sapete anche che se vi dicono ha il piede equino, ha l’ipertono potete sempre sussurrare al vostro bambino nell’orecchio «ce ne andiamo via da qui, figlio, per un mare di parole più belle». Parole più belle. Intimità, per esempio. Intimità. Nessun medico che descriva “tratti autistici” usa questa parola. Antica intimità col mare.
A volte non ci sono le parole per dire le cose. «Poichè mi guardavi io mi guardai». Come si chiama la madre che ha perso un figlio, qual è il negativo della parola orfano? Non esiste «siamo andati fino in Cina a cercare questa parola ma non c’è», in nessun vocabolario. Però c’è a Napoli la Rotonda Bellariva, che è il posto dove tutto si fa lieve, dove il caffè si corregge all’anice e con lui si corregge quando è storta la vita. Lì i pescatori ti dicono «signora, l’orizzonte è dove guarda. Il mio, per esempio, è questo mazzo di carte». Allora capisci. Diventi grande non quando te lo dicono gli altri ma quando «ci reincontriamo ai funerali dei nostri genitori, sulle panche in fondo alle chiese, coi cappotti di lana pettinata invece dei giubbetti, la borsa invece dello zaino, le chiavi dell’auto che tintinnano nella mano, la fretta che tra un po’ me ne vado, la bimba esce da scuola». Capisci che l’aquila che divora il fegato ricomincia ogni giorno daccapo, e sarà per sempre. Che non ti basterà rubare i buoi di Gerione, portare vivo a Micene il Cerbero, catturare il toro di Creta. Non ci sono altre prove da superare, non ci sono eroi che arriveranno a salvarti. Oliver Sacks risponde con una cortese mail in automatico, se gli chiedi: scusa, ho bisogno di te. Qualcuno che risponde per lui. I famosi non ti servono. Resterai nuda nella battaglia, senza capelli né unghie, con l’inguine liscio di una bambola. Dovrai fare senza chiunque altro. Dovrai «camminare come un’indossatrice, un passo avanti all’altro guardando lontano, senza curarti del pubblico che attornia la passerella». Avete presente? Anche se a casa vostra non esiste un Arturo che «che è disabile, è di un’altra tribù», anche se per voi non c’è un handicap dei cavalli da superare, certificato dalla legge. Non è molto facile riuscire a dire «quello che per tutti è normale per noi è bellissimo». Eppure sarebbe un balsamo. Un passo davanti all’altro, guardando lontano, senza curarsi del pubblico.

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