CHARLOTTE DELBO. UNA MEMORIA, MILLE VOCI

Pubblichiamo l’ articolo di  Elisabetta Ruffini, Direttrice Isrec di Bergamo, curatrice della mostra

CHARLOTTE DELBO. UNA MEMORIA, MILLE VOCI

al Museo Diffuso della Resistenza, della Deportazione, della Guerra, dei Diritti e della Libertà
corso Valdocco 4/a Torino    dal 28 gennaio al 30 marzo 2014

 

Il 27 gennaio 2014, da Torino e grazie a Torino, lanciamo la sfida di far conoscere anche in Italia Charlotte Delbo. Torino non è scelta a caso e sono due le ragioni importanti di questa scelta.

Innanzitutto, Charlotte Delbo è stata un consiglio di lettura di Primo Levi, che non è stato fino ad oggi colto. Primo Levi riconosceva in Delbo non solo la compagna di deportazione, ma anche la compagna di scrittura, sopravvissuta consapevole della sfida di raccontare la memoria di Auschwitz attraverso la letteratura affinché diventasse storia di tutti.

In secondo luogo, Charlotte Delbo è figlia dell’immigrazione italiana e ha le sue radici qui in Piemonte. Se il padre è nato in Francia in una famiglia italiana, la madre è nata e cresciuta a Torre Pellice, che ha lasciato con la famiglia nei primi anni del Novecento per sfuggire alla miseria. Charlotte era molto legata alla madre e proprio con una poesia a lei dedicata si apre la mostra Charlotte Delbo. Una memoria, mille voci allestita al Museo Diffuso della Resistenza fino al 30 marzo.

Dalla mamma Erminia Morero, che a Vigneux sur Seine ancora ricordano come l’italienne, Charlotte riceve un insegnamento che è stato un sogno del ‘900 e che noi persone del XXI secolo sembriamo dimenticare. Da Erminia Charlotte impara a scegliere per la cultura intesa come conoscenza, possibilità di emancipazione, strumento per dare voce al mondo e agli uomini che lo vivono

Giovane dattilografa, Charlotte (che era nata nel 1913) lascia Vigneux sur Seine per Parigi e si avvicina agli ambienti della Jeunesse Communiste e incontra i suoi maestri: Henri Lefebvre e Louis Jouvet. Henri Lefbevre è ancora un giovane dottorato in filosofia e quando nel dopoguerra diventerà il filosofo e sociologo riconosciuto vorrà Delbo al suo fianco come assistente. Negli anni Trenta Louis Jouvet è attore e regista all’apice della sua carriera e dopo un’intervista rilasciata a Delbo per i Cahiers de la Jeunesse, la assume come sua segretaria personale. Se è grazie alle note di Delbo che oggi conosciamo il pensiero di Jouvet sul teatro, è attraverso Jouvet che Charlotte si immerge nel mondo della letteratura e impara a pensare al mondo dei libri non come a un mondo separato dall’esperienza, ma come uno strumento per dire l’esperienza vissuta.

E negli ambienti della Jeunesse Communiste, Charlotte incontra il suo grande amore Georges Dudach. Con lui militerà nelle file della Resistenza comunista impegnata fin dall’inizio degli anni Quaranta a mobilitare gli intellettuali e le università contro il nazismo e la sua cultura. Con Georges sarà arrestata nel marzo 1942. A Georges dirà addio il 23 maggio 1942, giorno della sua fucilazione. Georges aveva 28 anni. Charlotte classificata dai nazisti “notte e nebbia” è deportata.

Charlotte fa parte del convoglio di 230 donne partite da Compiègne il 24 gennaio 1943 per Auschwitz. Erano tutte politiche e la storia non si sa spiegare perché queste donne siano finite a Auschwitz, certo è che le 230 del convoglio del 24 gennaio sono immatricolate come politiche a Birkenau e destinate alla baracca 26 del campo. Diventano così testimoni eccezionali dello sterminio del popolo ebraico. Dopo un anno di Auschwitz le sopravvissute del convoglio di Charlotte sono trasferite a Ravensbrück.

E dopo Ravensbrück il ritorno, il doloroso ritorno e la scrittura. Charlotte Delbo è diventata testimone perché scrittrice. Non ha mai pensato alla testimonianza come qualcosa di separato dalla letteratura e ha sempre considerato che solo il gesto artistico può dare un futuro alla memoria, solo attraverso l’arte la memoria può diventare filo tra generazioni.

Charlotte rispose duramente al critico di Combat che al momento dell’uscita della sua testimonianza affermava che non si poteva parlare di letteratura di fronte ad Auschwitz e per tutta la vita lavorò sul e nel linguaggio per portarlo all’altezza di “dare a vedere i gesti e le agonie di Auschwitz”.

Ma Charlotte Delbo non si rinchiuse mai nella memoria di Auschwitz, non ne restò prigioniera, né usò talememoria per assicurarsi un ruolo nello spazio pubblico. Con la sua sensibilità di sopravvissuta, attraversò il ‘900 e lo raccontò: dalla Grecia dei colonnelli, alle donne di Plaza de Mayo, dai fatti di Praga alla Sapgna franchista, per non citare che alcuni degli argomenti che Delbo affrontò con la sua scrittura per il teatro.

È significativo ricordare che prima ancora di firmare come autore la sua testimonianza, firmò un libro di denuncia sulla tortura in Algeria: eravamo nel 1961 e il libro era Les Belles Lettres.

Per Delbo la letteratura comincia dove comincia quel paziente lavoro di elaborazione sul e nel linguaggio in grado di “portare a coscienza” il vissuto, il mondo, comunicando con gli altri.

Per questo, per far conoscere Charlotte Delbo nel nostro paese, abbiamo pensato opportuno tradurre Spettri, miei compagni, lunga lettera inviata a Jouvet in cui Delbo fa i conti con il ruolo dell’immaginario nella sua esperienza di donna, resistente, deportata, sopravvissuta.

Per questo Delbo in più di occasione diceva di scrivere per porre una domanda ai lettori: “cosa avete fatto, cosa fate della vostra vita?” e in una poesia nel secondo tomo della sua trilogia Auschwitz et après aggiungeva: “perché sarebbe troppo stupido che tanti siano morti e che voi non faceste nulla della vostra vita”.

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