Mila, Sally e le altre colf filippine a Dubai Abusate, schiavizzate e recluse

DI CAMILLA GAIASCHI     –  La 27 ora

A novembre i giudici hanno acceso i fari sui gestori di un hotel tenevano recluse, di notte e durante i giorni festivi, diciannove maids

Sfruttate, maltrattate, nei peggiori dei casi violentate e seviziate dai propri datori di lavoro: è la situazione di molte colf, per la maggior parte filippine, a servizio presso le ricche famiglie della penisola araba. Non esistono statistiche ufficiali a riguardo, gli unici numeri disponibili sono quelli raccolti dalle singole ambasciate. Ogni mese sono circa un centinaio le colf filippine che scappano per rifugiarsi presso il consolato di Dubai, dove ricevono protezione e assistenza in attesa di recuperare i documenti (che i datori sequestrano) e ritornare in patria. Il consolato di Dubai ospita le rifugiate dei soli Emirati del Nord, la cosiddetta area “Dne” (Dubai and Northen Emirates), dove a chiedere aiuto sono il 2,5% delle maids a servizio, ma le percentuali sono analoghe nella regione di Abu Dhabi e ben più elevate nel resto del Golfo, in particolare in Qatar e Arabia Saudita.

Nell’ultimo anno a Dubai il silenzio è stato in parte squartato con più di un caso di maltrattamento salito alla ribalta della cronaca. Eppure, il contrasto tra il “dentro” e il “fuori” della Las Vegas araba resta un pugno allo stomaco.

La metropoli Emiratina è un giano bifronte che uno sguardo nemmeno troppo attento saprà captare:

da una parte il lusso sfrenato e una società tutto sommato liberale rispetto agli stati vicini, ospitale con gli expatriates (sono il 90% dei residenti) e ossessionata dallo sviluppo tecnologico. Dall’altra un mercato del lavoro fortemente squilibrato con stipendi molto elevati per chi ha un titolo di studio e molto bassi per maids e workers: rispettivamente le colf a servizio delle famiglie e i muratori del settore edilizio. Da una parte i ricchi quartieri circondati da mura e gabbiole di sicurezza immersi nel verde per le famiglie dei lavoratori di serie A, dall’altra distese di alloggi sovra-affollati nel deserto per i lavoratori di serie B. Non a caso la Confederazione sindacale Internazionale da tempo denuncia le condizioni contrattuali della manodopera immigrata non qualificata della Penisola.

Le cattive condizioni di lavoro spingono molte colf filippine a scappare presso i consolati dei diversi Emirati dove trovano rifugio. In quello di Dubai, una modesta palazzina color sabbia nei pressi dell’aeroporto internazionale, ce ne sono almeno una trentina ad attendere il rimpatrio. Alcune di loro guardano la tv, altre pregano in cerchio tenendosi per mano. Sono le sette di sera, la città è congestionata dal traffico. Schiere di workers impolverati aspettano l’autobus. La sabbia e il calore rendono l’aria irrespirabile. Varcare la soglia del portone consolare e lasciarsi il caos Emiratino alle spalle è come entrare in un altro mondo. Dentro le mura regna la tranquillità, l’aria che si respira è complice e solidale. I volontari della comunità filippina sorridono. Ogni mese portano alle fuggitive i beni di prima necessità: vestiti, scarpe, oggetti per la pulizia personale. Spesso infatti le colf arrivano a mani vuote: molte di loro il tempo di fare la valigia non lo hanno avuto. Le storie toccano tutta la scala delle atrocità.

Mila (nome di fantasia) ha l’occhio ferito dopo che la sua padrona aveva tentato di strapparglielo con un appendiabiti. Sally ha bruciature di sigarette su tutto il corpo. I volontari mi raccontano di altri casi: una donna violentata dal padrone di casa e picchiata dalla moglie gelosa. Una ragazza costretta a dormire per terra in una piccola stanza senza finestra. I documenti delle filippine – è la prassi – vengono sequestrati dalle famiglie, ma spesso sono i minimi sindacali a non essere rispettati: alcuni datori non concedono il giorno di riposo settimanale, altri non permettono loro di telefonare a casa e parlare con le loro famiglie.

I loro racconti si intrecciano con i rari casi riportati dalla stampa nell’ultimo anno: lo scorso giugno la Procura ha aperto un’inchiesta sulla morte di una colf filippina a servizio di una famiglia Emiratina. Secondo l’accusa, la datrice di lavoro, una donna quarantacinquenne, l’avrebbe torturata lasciandola senza cibo per giorni e costringendola a bere della candeggina. A novembre i giudici hanno acceso i fari sui gestori di un hotel che avevano l’abitudine di tenere recluse, chiuse a chiave, di notte e durante i giorni festivi, diciannove colf, tutte filippine.

Al consolato è il dipartimento del Lavoro d’oltremare, il Philippine Overseas Labour Office (POLO), che si occupa di loro: «in media stanno da noi tre settimane prima di poter tornare nelle Filippine – spiega Delmer Cruz, delegato al lavoro per il Philippine Overseas Labour Office – il tempo per noi di trovare un accordo con i datori di lavoro, recuperare i documenti e trovare i soldi per acquistare loro un biglietto aereo. Inoltre forniamo loro assistenza psicologica ma anche corsi di formazione per prepararle al rientro, imparare un mestiere o aprirsi un’attività propria».

L’intervento del governo filippino non si esaurisce all’assistenza: da un paio di anni almeno Manila sta portando avanti una battaglia politica con i governi del Golfo affinché i datori di lavoro rispettino il contratto nazionale filippino per il lavoro domestico. Un braccio di ferro che in Arabia Saudita è stato vinto, quando nel 2012 i due governi hanno firmato un accordo che prevede un minimo sindacale di 400 dollari al mese per le lavoratrici, un giorno di riposo settimanale obbligatorio, nove ore di riposo consecutive al giorno e un alloggio dignitoso. Ora la palla passa agli Emirati, dove il governo di Benigno Aquino chiede condizioni analoghe e dopo aver minacciato di sospendere l’invio delle proprie lavoratrici domestiche negli Emirati ha da poco incassato la disponibilità da parte delle autorità Emiratine a un accordo.

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