La donna indiana di Anita Nair

La Repubblica -17 febbraio 2014

BANGALORE
Era una notte fredda di gennaio. Mi trovavo in Rajasthan per un festival letterario e la serata era ancora animata di scrittori, editori, agenti e invitati. Chi faceva cerchio attorno ai falò, chi in piedi sorseggiava whisky. Tante conversazioni, tante risate. Ero stanca, anche se erano solo le dieci appena passate, e mi defilai dalla festa a bordo piscina, avviandomi verso la hall. Alloggiavo nello stesso albergo. Un uomo giovane e alto si staccò dall’ombra e prese a camminare assieme a me. «È una scrittrice?», mi chiese.
«Sì», risposi osservando che portava il tesserino del festival. «E lei?». «Io sono venuto con mia nonna», disse facendo il nome di un personaggio politico importante. «Spero che il festival le piaccia. Buona notte! », dissi proseguendo per la mia strada.
Invece di capire l’antifona, adeguò il passo al mio. Se mi fermavo a parlare con qualcuno si fermava anche lui. Iniziai a sentirmi a disagio. In più, l’atrio dell’albergo brulicava di invitati a un matrimonio. Uomini, donne e bambini in ghingheri si accalcavano attorno alla sposa mentre il fotografo scattava.
Era impossibile arrivare alla porta dell’hotel e dovetti attendere fuori. Il giovane rifiutava di staccarsi dal mio fianco. Mi voltai decisa dall’altra parte, fingendo di ignorarlo. «È sola?», mi chiese.
«No, sono con amici», dissi sperando di indurlo ad andarsene.
«Volevo dire se è single». Lo guardai perplessa. «Sono sposata. E ho un figlio quasi della tua età».
Neanche questo parve scoraggiarlo perché le sue parole dopo furono: «Vuole che la accompagni alla sua camera?».
Rimasi di stucco. Non era la prima volta in vita mia che ricevevo delle avance. Mai, però, in forma così sfacciata o con tanta naturalezza. Forse durante la serata il giovane mi aveva vista assieme a un gruppo di autori e giornalisti, in maggioranza uomini. Si beveva, chiacchierava, rideva… dovevo essergli sembrata una donna facile.
«No grazie», risposi a denti stretti. «Conosco la strada».
Riuscii a entrare nella hall sperando di essergli sfuggita. Mi accorsi invece che mi aveva seguita e mi ronzava attorno minaccioso come una vespa. Mi lasciai cadere su un divano in attesa che se ne andasse. Se era di quella città non avrebbe certo alloggiato in hotel, mi dicevo.
Nel mio mondo mi sono sempre sentita al sicuro con gli uomini che lo popolano. Anche con perfetti sconosciuti, anche quando ti fanno una corte imbarazzante o sono sbronzi. In qualche modo sono sicura che capiranno che un no è un no. E che non sconfineranno nella molestia o peggio, nella violenza sessuale. Ma per la prima volta in vita mia ero intimorita.
L’atrio dell’albergo stava riempiendosi di altri invitati al matrimonio e pensai che il mio molestatore infine se ne fosse andato. Agli ascensori, mentre aspettavo, lo vidi di nuovo. Mi si era messo accanto in attesa di salire con me.
Non poteva o non voleva accettare il mio no.
Per un attimo mi chiesi se non fosse il caso di rivolgermi alla ricezione dell’albergo. Mi trattenni all’idea di una scenata. Inoltre, proprio questo mi terrorizzava, lui avrebbe potuto voltar faccia, dire che era ospite dell’hotel e darmi della paranoica. Poteva fare un caso dell’episodio, trasformarlo in qualcosa di diverso, dato soprattutto il suo peso politico, se davvero la nonna era il personaggio che aveva menzionato. Di nuovo, per la prima volta nella mia vita, mi sentii impotente, vulnerabile e completamente disorientata. Che faccio, pensavo mentre il display segnalava l’arrivo dell’ascensore un piano dopo l’altro, 7, 6, 5, 4… Non sapevo proprio come reagire.
Sono cresciuta a forza di proverbi a sfondo sessuale sulla fragilità della donna, “Che sia la spina a cadere sulla foglia o la foglia sulla spina è la foglia che si buca”. “Non si può lasciare il cotone accanto alla fiamma. Il cotone si. Mi chiedevo che razza di menti avessero concepito quei pensieri.
Per essere una nazione repressa, sotto molti aspetti sembra che noi indiani non riusciamo a smettere di pensare al sesso. Proprio ieri ho ricevuto un tweet di commento alle scene di sesso nel mio ultimo romanzo, senza un riferimento a tutto il resto. 1.000 parole, a quanto pare, hanno la meglio sulle altre centomila. È paradossale.
C’è un versetto della Manusmriti che dice (2/215): «I saggi dovrebbero evitare di stare da soli con la propria madre, la propria figlia o sorella. Poiché il desiderio carnale è forte e può indurre in tentazione». Si tratta di un testo da sempre rispettato come i “doveri” del dharma o della propria responsabilità morale, e ha avuto una profonda influenza, seppur indiretta, sulla popolazione indiana. La nostra mentalità è stata improntata ai suoi principi. Mi sconvolge leggervi che un uomo possa non essere in grado di dominarsi neppure se si tratta di sua sorella o di sua figlia. Ma quello che mi spaventa è il sottinteso: una donna non è mai al sicuro.
Oltre al resto — le limitazioni alla sua identità socio-economica — la donna indiana deve affrontare anche minacce legate al sesso. Mio figlio nell’ambito degli studi del suo corso di laurea magistrale ha partecipato a una campagna contro le molestie sessuali. Una sera è rientrato a casa sconvolto dalle reazioni di un gruppo di diciottenni maschi ai quali aveva tenuto un seminario. Uno dei ragazzi pensava che fosse del tutto accettabile fischiare dietro a una donna se indossava un “abito rivelatore”: leggi un abito attillato con una scollatura appena pronunciata. Un altro aveva detto che una donna che va in giro da sola alle dieci si sera è in cerca di guai. Alla domanda sul perché, aveva risposto che era un comportamento contrario alla tradizione indiana e che perciò la donna trasmetteva segnali sbagliati. Ai ragazzi era stato poi chiesto se un abbigliamento come quello di una delle volontarie, jeans e canottiera, provocasse allo stupro. Uno di loro aveva risposto quasi con nonchalance di sì.
Mio figlio era orripilato. «Questa è Bangalore, mamma. Che sta succedendo?».
Anche se si trattava di reazioni estreme di un piccolo gruppo di giovani, non posso non pensare che questi concetti esistano nei meandri della loro mente. Quali influssi hanno piantato questi sebrucerà” Chi sono le persone che continuano a coltivare questi pensieri invece di sradicarli? È da questo che bisogna guardarsi. È questo che aveva innescato la situazione in cui mi trovavo.
Mentre l’ascensore si avvicinava al piano terra e mi chiedevo se non fosse il caso di tornare nell’atrio e aspettare, vidi due donne che conoscevo. Una era a capo di una casa editrice femminista, l’altra una poetessa.
Di nuovo per la prima volta nella vita mi avvicinai a qualcuno mormorando «Fatemi un piacere, accompagnatemi in stanza».
L’editrice capì. «Qual è?», chiese sotto voce.
«Quello alto con la giacca blu», dissi.
Quando arrivò l’ascensore, entrammo tutti in silenzio. L’editrice attese che schiacciassi il bottone del mio piano. «Andiamo in stanza di Anita», annunciò a voce alta rivolta alla poetessa. Il giovane mi guardò per un momento e spinse il bottone dell’ultimo piano. Sapevo che non c’erano stanze lassù ma solo un ristorante che a quell’ora doveva essere chiuso. Non ero io la paranoica, dopotutto.
Mentre le due donne mi accompagnavano alla stanza mi sentii invadere da una strana depressione. Ho viaggiato nella maggior parte del mondo senza pensare troppo a dove stavo andando e alla mia sicurezza. Ho sempre creduto nell’innata bontà delle persone. Ho sempre pensato che non mi sarebbe mai successo nulla perché la gente fondamentalmente è buona — sono solo le circostanze a rendere le persone cattive. Ma forse nella mia ingenuità non mi ero resa conto che ero stata solo fortunata a non aver avuto nessun tragico spiacevole incidente. Questo episodio mi aveva insegnato a stare in guardia. Sempre. Avevo perso l’innocenza.
In India è cambiato poco in termini di “empowerment” delle donne. Esistono maggiori opportunità a livello di istruzione e di carriera. Le donne hanno lottato per la parità. Ma in qualche modo abbiamo dimenticato un aspetto importante. Nessuno ha ritenuto necessario insegnare ai ragazzi e agli uomini che i tempi sono cambiati.
Ai maschi fin dall’infanzia viene promessa la luna anche se la madre sa che è fuori portata. Si soddisfa ogni loro capriccio, ogni loro desiderio. Crescendo diventano uomini convinti che sia loro diritto avere tutto ciò che desiderano. Anche se si tratta di una donna che potrebbe essere loro madre o di una ragazza in compagnia del fidanzato. “No” è una parola che non sanno né capire né afferrare.
Questo significa essere donna in India al giorno d’oggi: possiamo diventare quello che vogliamo lavorando sodo. Possiamo essere a capo di aziende o icone della cultura, possiamo essere epitomi di potere o di dignità. Possiamo andare sulla luna o definirci superdonne, ma nella realtà di una mascolinità distorta nulla conta. Perché nel momento in cui usciamo dai nostri spazi siamo costrette a ricordarci che siamo donne. Dimenticarlo equivale a renderci prede.
Ed è questo che mi distrugge.
(Traduzione di Emilia Benghi)

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